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venerdì 9 maggio 2008

A S.Elia progetto globale e armonico
rapporto uomo-città, mare ritrovato
È contro solo la cultura tribale clien-clan

di Domenico Canu*

Per alcuni giorni ho seguito con interesse l'evolversi dell'accordo di programma per interventi a carattere urbanistico e architettonico riguardanti il quartiere S. Elia a Cagliari. Ho assistito, caso molto raro, alla nascita di un progetto globale, in cui si applicano le regole fondamentali della pianificazione; partendo da una visione generale per poter trasformare in maniera razionale e funzionale (le due parole che quando studiavo architettura sembravano antagoniste) una porzione di città nata e cresciuta in maniera disorganica.

E felice sarebbe potuto essere il risultato che avrebbero potuto ottenere i tre grandi architetti dalla cultura internazionale. Non nutro alcuna avversione verso questa scelta esterofila, anzi la trovo indispensabile per poter innescare una vera rinascita dell'urbanistica, dell'architettura, della cultura e quindi dell'intera società sarda.

Per quindici anni ho lavorato come architetto in una capitale europea che con l'architettura e l'urbanistica moderna si è plasmata, diventando così la città tra le più vivibili e attraenti d'Europa.

La stessa filosofia potrebbe arrecare effetti analoghi qui in Sardegna a Cagliari. Si è iniziato con il passo giusto, escludendo sia l'improvvisazione alla quale siamo abituati che la realizzazione di opere che ancor prima di essere costruite appaiono prive di buonsenso ma cariche di interessi, più economici che sociali. E spesso senza nessuna integrazione nel contesto urbano.

Si vuole dare al territorio un nuovo ruolo, diverso da quello che l'aveva trasformato in un sito disordinato, sfruttato e poco vivibile, quale la borgata S. Elia e i terreni limitrofi prospicienti il mare.

Gli si conferisce una nuova trasformazione in cui si afferma il binomio uomo-città, uomo-territorio, uomo-natura.

Ridiamo all'ambiente ciò che gli abbiamo negato, tramite cementificazione o ghettizzazione. Cerchiamo di competere con esso andandogli incontro, corteggiandolo per poter trovare una convivenza che dia la possibilità di vivere senza disagi ed emarginazione, di essere attratti dalla nostra cultura antica e contemporanea e di rendere la vita gioiosa e acculturata.

Di tutto il progetto ciò che mi affascina maggiormente è il confronto costruito-mare. L'intervenire al confine tra terra e mare, tra solido e liquido, tra isola e mare diventa una scommessa, a dimostrazione che si può costruire sulle coste, ma con la sola condizione del criterio, della regola e del buonsenso.

Perché, ben facendo, il mare non è la nostra separazione, ma il nostro vicino. Dal mare non arriverà più il nemico, ma l'ospite, il turista, lo studioso, a condizione che vi sia attrattività. Dal mare si potrà approdare riscoprendo il mondo dimenticato dei pescatori, si potrà ammirare un'opera di architettura affascinante e misteriosa come il museo dell'arte sarda e contemporanea che vorrei fosse non un fossile ma una spugna che assorba cultura e la trasmette ai suoi frequentatori; che assorba quella cultura abbandonata, tradita e sommersa che deve rinascere dopo tanto buio. Sarà arduo per l'architetto Zaha Adid debrutalizzare un volume come lo ha immaginato nel concorso di architettura; rispetto a Wolfsburg, dove è stato progettato dall'anglo-irachena il centro delle scienze Phaeno, simile per tipologia e forma, avremo una luce mediterranea che potrà esaltare la costruzione compatibilmente con i materiali che verranno impiegati.

E questo intervento inoltre non avrá il carattere stagionale, ma sará dimora e servizio per tutto l´anno, per i cagliaritani, i sardi e tutti gli altri, tramite l´utilizzo del territorio per le necessitá prioritarie: la residenza per le famiglie e per gli studenti, la cultura per tutti e strutture sportive piú frequentate che effimere come una partita di calcio ogni due settimane.

Purtroppo queste disquisizioni col passare del giorno si sono scontrate con la dura realtà. Probabilmente il periodo preelettorale non si prestava a sostenere o contrastare tale progetto che diventava oggetto propagandistico.

Ma ad elezioni avvenute si perpetra l'ennesima azione nichilista della cultura sarda del clien-clan; clientelismo e antagonismo tra gruppi come negli antichi gruppi tribali, con la trasposizione alla politica dei nostri tempi. Uno sviluppo che riguarda l'intera Sardegna, poiché tale è la valenza del progetto, viene annullata da motivazioni burocratiche borboniche per giustificare l'atteggiamento molto vicino alla logica delle ritorsioni.

L'urbanistica ha abbandonato la Sardegna già da tanto tempo e non mi dilungo nell'esplicarlo.Ma deve tornare ad essere scienza per il buon vivere dei cittadini e non strumento di interessi, ricatti e degrado del territorio. A ognuno il proprio ruolo, nel rispetto delle competenze ma sopratutto nell'interesse del cittadino.

Alla fine del discorso ci vuole solo la buona volontà: degli amministratori che rendono conto ai cittadini e non ai partiti, dei tecnici che con sensibilità intervengono sul territorio, delle maestranze che diventano artefici del nostro destino e dei sardi che convivranno con tutto il contesto.

Sempre in queste ultime settimane si assiste al dibattito sulla facciata dell'ampliamento del Man su Piazza Satta a Nuoro. Non esprimo il mio parere in quanto non è oggetto di quanto scritto. Esprimo però la mia costernazione per la misura con la quale si sono trattati questi due argomenti. Inversamente proporzionali alla propria entità.

Si discute ai massimi sistemi di qualcosa che potrebbe essere una manifestazione meteorica e si affondano in un depuratore tre progetti trainanti economia, sviluppo e cambiamento.

Chissà cosa penseranno i tre architetti di noi sardi.

(*architetto)


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