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venerdì 9 maggio 2008

Trent'anni dopo Moro, l'Italia
di Berlusconi. Ha preso ai sardi
5 deputati, reso zero ministri
Eversiva una guerra contro Soru

di Giorgio Melis

Non è ritualità burocratica ma sofferto e sentito impegno ricordare a trent'anni di distanza il martirio di Aldo Moro. Il momento più buio della storia italiana. Torna sordo e immutato il dolore e il rimpianto per quel politico di alto pensiero, assassinato per la sua linea. Decretando lo speculare declino della strategia dell'attenzione e dell'incontro tra Moro ed Enrico Berlinguer. Figure carismatiche la cui scomparsa ha segnato la fine di un'epoca. Lasciando cadere nel vuoto il richiamo di Moro per “una nuova stagione dei doveri”, insieme all'”austerità” come stile e modello di sobrietà per le istituzioni e i cittadini chiesta da Berlinguer. Quanto siano attuali e trascurate quelle alte lezioni è evidente a tutti: ma inascoltate come “le prediche inutili” di Luigi Einaudi. A Moro non si può pensare senza richiamare la sofferenza dell'uomo mite, ferocemente travolto dalla violenza e ucciso mentre con tutte le sue forze sperava e disperava ormai solo nella e per l'amatissima famiglia. Per “l'adorata Noretta”, gli ultimi pensieri per il nipote Luca. Il bimbetto del 1978 evocato in lettere strazianti e bellissime (Leonardo Sciascia le capì e le interpretò meglio di ogni altro anche nella tensione umana), ora giovane uomo che ha sconvolto tutti nel profondo con la sua chitarra e la sobria, disperata canzone d'amore per il nonno. Spezzoni di un'altra Italia, a fronte di quella sbandata, scettica e trucida di oggi. Dove la lebbra di altra violenza, senza neanche un folle disegno politico armato di odio, falcia le vite nella quotidiana banalità di un male che banalizza anche la morte. Facendone volgare esercizio di brutalità casuale o mirata, ordinaria spaventevole routine che spande solo paura e reazioni incontrollate.

Una brutta, vecchia, datata Italia, segnata dal ritorno dell'ultrasettuagenario Silvio Berlusconi per la quarta volta al governo. Mentre si ritira dignitosamente Romano Prodi, l'unico che lo ha battuto alle elezioni le due volte che lo ha affrontato e battuto sempre in posizione fortemente diseguale per potenza di mezzi in ogni campo: non valorizzate ma distrutte dalle sue sciamannate maggioranze. Il Cavaliere ha presentato il nuovo governo: novità quasi nulle, molte conferme: non tutte eccelse. Il numero die ministri ben poco ridotto rispetto a quello criticatissimo di Prodi, che aveva da combattere con una coalizione sterminata. Berlusconi non ha fatto grancé meglio benché con soli altri due partiti in un "governo del presidente" che più personale di così non si può. Quattro sole donne: neanche la metà di quelle che Zapatero ha messo nel suo, molto meno di quante ne ha inserito in ruoli importanti Sarkozy. Quattro e nessuna nei dicasteri che pesano davvero. Le italiane restano "inferiori" e meno affidabili per incarichi di peso delle spagnale e delle francesi. Il differenziale fra i tre Paesi è ben espresso anche in questa penalizzazione di genere che segnala il nostro ritardo nel declino complessivo.

Sia quel che sarà: sperando il meglio per il Paese. Ma che il governo possa suscitare entusiasmo o grandi speranze nessuno può seriamente affermarlo. Siamo tutti rassegnati, apatici, senza mordente: si vedrà, ancora sperando solo nel meno peggio. La Sardegna è esclusa dal giro ministeriale per la prima volta dopo molti anni. Non ce ne scandalizzeremo, nonostante i proclami altisonanti della destra sarda. Purché Berlusconi non si proclami nostro lord protettore dalla reggia di Villa Certosa. Basta con questa pagliacciate, specie se anche la Gallura felicemente "colonia mondana" pretendesse ancora che gli altri sardi non si girino per il suo crescente servilismo aggressivo verso il resto della Sardegna. Nessuno piagnucoli perché non c'è un sardo nelle poltrone che pesano. Altro c'era da dire prima e non è stato detto né gridato da opposizioni imbelli. Berlusconi e Fini si sono presi d'autorità, senza alcuna protesta, cinque deputati estranei o sconosciuti in Sardegna. Li hanno eletti con i nostri voti e ora rappresenteranno i leaders, non la terra chiamata alla trasfusione coatta di sangue elettorale. Ci è stato riservato l'onore di mandare in Parlamento cinque “paracadutati” trattandoci da imbelle colonia elettorale silente, umiliandoci nella nostra rappresentanza territoriale. L'assenza anche di un solo ministro sardo è più greve e grave perché ci è stato preso tutto quel che si voleva, a man salva, e nulla si restituisce in termini di rappresentanza. Tanto basta perché la destra sarda deponga ogni trionfalismo e un poco si vergogni di aver accettato supinamente d'essere una sorta di Avis elettorale dei leaders nazionali: e meno male che Bossi non ha preteso dalle urne (l'avrebbe ottenuta) la sua libbra di carne da macello isolana. Non è sciovinismo: ma nessun'altra regione ha avuto un simile trattamento di rapina in voti e rappresentenza. Perché la nostra dev'essere meno uguale e nessuno dice una parola?

Anche per questa storiaccia, che la nostra informazione non ha minimamente trattato per non disturbare in modo bipartisan i padroni del vapore, sarebbe intollerabile un atteggiamento negativo e ostile del governo contro la Regione di Renato Soru: magari patrocinato ottusamente anche dai parlamentari sardi del Pdl. Sarebbe una fellonia gravissima, dopo che il governo Prodi ha dato e fatto per la Sardegna (anche con ministri e sottosegretari sardi “pesanti”) cose senza precedenti, che resteranno e peseranno in futuro. Ma soprattutto perché sarebbe eversivo che un governo nazionale usasse la sua forza contro un'articolazione dello Stato, qual è la Regione, per contrastare un presidente e una maggioranza liberamente scelti con consenso altissimo dagli elettori sardi.

Si vedrà presto se il governo vorrà contrapporsi alla Regione perché governata da Renato Soru. Sarebbe inaudito, politicamente indegno e probabilmente anche controproducente sul piano elettorale per le regionali. Certo volano i corvacci e gli sciacalletti locali. Gravano i problemi condivisi col resto del Paese: in forma anche attenuata sotto molti aspetti. A parte la crisi economica e occupativa: irrisolvibile solo sul piano locale. Ma basta la litania di sindacati e informazione che ogni settimana rilanciano le masse indigenti come spuntassero ogni giorno come funghi solo nostrani, peculiari, esclusivi. Ne abbiamo la quota parte della media italiana: assai inferiore e meno disastrata di quella meridionale. Come le distribe sul turismo. In un decennio l'Italia è passata da primo a 15° Paese per flussi turistici. Perde quote di mercato in misura radicale: non solo rispetto alla Spagna vulcanica e risparmiosa ma anche nel confronto con la Francia costosissima. La Sardegna mantiene o incrementa magari di poco le sue quote, benché sia la regione più costosa e disagevole da raggiungere, con servizi mediamente tra i più scadenti e i prezzi più alti, talora da rapina. Eppure ogni fine stagione, ecco le inesauste polemiche sul crollo turistico da parte di prefiche noiose e fastidiose, che fingono di non sapere quel che accade nel resto d'Italia: della quale faccciamo parte e seguiamo il trend, ci piaccia o meno.

Comunque la Sardegna non è mai stata così al centro della considerazione e del rispetto nazionale ed internazionale. È un patrimonio di tutti, che va coltivato e difeso: oltre le differenze. Senza esasperarle secondo la nostra peggiore dis-unità distruttiva. Con un minimo di orgoglio comune per ciò che lo merita. Anche con un pizzico di speranza, senza oscurarla per convenienze elettorali. Ci sono in campo risorse finanziarie enormi, progetti, grandi opere che nel giro di pochi anni possono diventare il volano di uno sviluppo concretamente possibile a medio termine. Non chiacchiere, cose vere. Proviamo a concentrarci su questa possibilità, senza gettare tutto nel tritacarne delle polemiche pre-post elettorali. Per parlare dei problemi veri, di quel che può e dev'essere fatto per i cittadini: ai quali interessano le realizzazioni concrete molto più di stanche, astiose, futili polemiche politichesi e personali. A proposito. Se Soru è l'uomo nero e l'uomo solo al comando, com'è che la stessa considerazione negativa non viene fatta per Berlusconi padre-padrone assoluto del governo sia dalla destra che dal centrosinistra?


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