sabato 3 maggio 2008
di Marco Pitzalis
Ripartiamo dalle cose. Una classe dirigente è tale se capace di avere una visione, di creare consenso intorno ai propri progetti, non solo in termini di comunicazione ma anche di adesione consapevole e partecipazione, di coagulare le forze necessarie per conseguire gli obiettivi. E soprattutto, se si ricorda che ciò che conta - alla fine - sono le persone e le cose. È questa la prospettiva attraverso la quale intendo analizzare le “politiche della conoscenza” intraprese dalla Giunta regionale. Politiche che costituiscono il cuore ed l'elemento strategicamente più rilevante del progetto soruiano.
Queste “politiche della conoscenza” si sono articolate (senza voler essere esaustivo) in almeno tre percorsi principali:
In riferimento alle politiche universitarie e della ricerca, la Giunta Soru ha conseguito notevoli successi, ed è stata capace di imprimere la propria visione “alle cose” con un'azione che riceve molti consensi tra gli studenti e i docenti. I principali successi della giunta sono:
Su ciascuno di questi punti ci si potrebbe soffermare, anche per discutere alcuni limiti di queste azioni, ma qui voglio tenermi sugli elementi generali e rilevanti. Vale la pena soffermarsi su un elemento critico di queste politiche - poiché costituisce un elemento caratterizzante nell'azione di questo governo.
L'atteggiamento della Giunta è di forte centralizzazione e tende con la sua azione, in molti casi, a sostituirsi agli attori istituzionali fino a determinarne le politiche interne di spesa. Anche se le ragioni di queste scelte sono comprensibili. non sono condivisibili. Infatti, il rischio è di inibire la costruzione di un sistema di governance multicentrico in cui la Regione abbia una funzione-guida proprio attraverso la determinazione di obiettivi politici e programmatici e l'allocazione delle risorse per conseguirli.
Uno di questi obiettivi di sistema è rappresentato dalla costruzione dell'Università della Sardegna, costituita dalle due università storiche e da antenne locali di un'università diffusa troppo superficialmente liquidata.
Anche, per quanto riguarda le politiche della cultura si sono conseguiti degli importanti successi, come la promulgazione della legge sul cinema, i provvedimenti per la protezione del patrimonio culturale e paesistico e vorrei citare il Betile. Opera, la cui realizzazione, da sola darà una nuova centralità alla nostra Regione nel Mediterraneo. Solo la stoltezza può arrovellare la lingua e il pensiero dei suoi oppositori. Inserisco, non a caso, il piano paesaggistico nel quadro degli interventi di tipo “culturale”. Ma anche qui occorre chiedere un cambiamento di strategia: è troppo evidente che rispetto a questi provvedimenti si profili un “effetto parco”, sull'esempio di ciò che è accaduto nel Gennargentu. Le battaglie culturali richiedono la capacità di costruire consenso ed egemonia culturale e non sono solo questione di diritto e di tribunali amministrativi.
Infine -last and least- mi soffermerò sulle politiche scolastiche e della formazione. In questo caso la Giunta ha agito in modo totalmente confuso e approssimativo. Infatti, l'obiettivo principale, in accordo con il Titolo V della Costituzione era quello di promulgare una legge regionale sulla scuola. Il percorso carsico, di questo dibattito mi impedisce di sapere e di capire a che punto siamo.
Nel frattempo, sono stati presi dei provvedimenti importanti che hanno condotto alla distruzione del sistema della formazione professionale -un sistema malato e largamente clientelare- senza però costruire una politica della formazione professionale integrata in un quadro di sistema con imprese, scuola e università. Gli unici che hanno pagato il salato prezzo sono stati i lavoratori della formazione professionale. Lavoratori in molti casi abbandonati da sindacalisti senz'anima e voraci dirigenti, capaci di trovare -per se stessi- adeguate collocazioni.
Le politiche di spesa sulla scuola hanno interessato soprattutto la lotta alla dispersione scolastica. Le ultime due delibere si caratterizzando per il loro carattere improvvisato e incapace di progettualità politica. Qui il limite dell'azione del governo è di visione politica.
L'allocazione di quelle risorse, nel migliore dei casi, ha lasciato intatto l'esistente e ha creato consenso tra gli insegnanti distribuendo a pioggia lauti finanziamenti. Occorre, al contrario, porre alla scuola e alla formazione obiettivi di sistema riguardo alla trasformazione dell'offerta formativa nel territorio e alla costruzione di strutture formative e scolastiche. Soprattutto, l'Assessorato avrebbe dovuto indicare degli obiettivi di sistema, governando il processo attraverso un'allocazione strategica delle risorse.
Al contrario, si è imposta una vetusta visione scuola-centrica, fortemente ideologica, che non ha colto nemmeno il fatto che le politiche scolastiche nazionali andavano, intanto, in una direzione totalmente differente.
Le politiche centrate sull'istituto scolastico colgono solo un aspetto del problema della dispersione. La questione della dispersione va letta dentro i problemi di articolazione e di struttura della scuola in Sardegna, di distribuzione delle opportunità formative nel territorio, di adeguazione dell'offerta formativa a standard elevati, di costruzione di un'offerta plurale per livelli e per qualità.
Si fa finta che quello scolastico sia un sistema. Al contrario, le scuole sono monadi che agiscono in maniera solipsistica. Non esiste un governo della scuola in Sardegna. Né qualcosa che possa essere tradotto con il concetto di “governance”.
I singoli istituti hanno quasi sempre un atteggiamento conservatore volto all'espansione e alla riproduzione dell'eguale. Un esempio di conservatorismo strutturale è rappresentato dalla possibilità di modificare il 20% del curricolo. Da un'indagine del 2007, risulta che le scuole sarde modificano al massimo il 5% del curricolo. Credo che una politica mirata di trasformazione dei curricoli potrebbe avere un effetto importante sulla lotta alla dispersione, sull'orientamento all'università, sull'orientamento al lavoro. Le scuole sono dunque imbalsamate da equilibri politici interni che impediscono non solo la valutazione dei processi ma anche di modificare quegli equilibri.
Per questo serve la politica, per dare obiettivi e i mezzi per conseguirli. L'ultima delibera sulla dispersione (per quanto nata con obiettivi intellettuali onesti) conferma le scuole nelle loro pratiche e non mette in questione i curricoli e la struttura degli insegnamenti. Soprattutto, non pone obiettivi di sistema.
Porsi questi obiettivi è particolarmente importante nel caso degli istituti tecnici e degli istituti professionali. Non tutti gli studenti che frequentano questi istituti si presenta alla fine degli studi sul mercato del lavoro, una parte importante si iscrive all'università. In realtà, questi istituti si dimostrano molto spesso inadeguati nel conseguire entrambi gli obiettivi: da una parte si osservano oggettive difficoltà a costruire legami vitali con le imprese, da un'altra, i loro studenti rischiano di accumulare uno svantaggio formativo rispetto ai liceali per l'orientamento agli studi universitari.
È evidente che qui si gioca la battaglia principale per conquistare i ragazzi alla scuola, alla conoscenza e al lavoro di qualità. Questa battaglia si vince con curricoli adeguati, diminuendo il numero di materie negli istituti tecnici e professionali, introducendo la didattica modulare, rafforzando gli insegnamenti fondamentali, soprattutto nei primi anni. Possiamo continuare a formare periti chimici quando questi non servono più all'industria? Il ministro Fioroni aveva indicato giustamente la strada, appoggiato in questo dalla stessa Confindustria, rilanciando il ruolo degli istituti tecnici e degli istituti professionali contro la prospettiva della Moratti di una dicotomia secca tra licealizzazione e orientamento al lavoro.
La creazione dei Poli tecnici e professionali, ideati da Fioroni, è uno di quegli obiettivi politici e di visione di cui parlo in questo articolo.
I Poli sono un sistema di governance scolastica e territoriale. In cui la scuola, la formazione professionale e l'impresa giocano una partita per rispondere alle esigenze di istruzione e formazione a tutti i livelli: dalla qualifica professionale, al diploma di scuola, al diploma di tecnico superiore.
Questo diploma dovrebbe essere conseguito negli Istituti tecnici superiori che - sostituendo gli asfittici IFTS - possono rappresentare la locomotiva dell'intero sistema dell'istruzione e della formazione tecnica e professionale.
Sono obiettivi che dobbiamo poter conseguire. Occorre però una visione organica del sistema e la volontà politica di passare da un sistema di governo a uno di governance.
Innanzitutto, occorre mettere mano immediatamente all'assurda divisione delle competenze tra gli assessorati e alla separazione di istruzione e formazione professionale. Un passaggio intermedio potrebbe essere, azzardo un'ipotesi, quella di creare un terzo assessorato. Accanto ad un Assessorato allo sport e alla cultura, ad un Assessorato al lavoro, forse è il momento di realizzare un Assessorato alla pubblica istruzione e alla formazione professionale. In secondo luogo, occorre superare i pregiudizi ideologici, recuperare la formazione professionale dentro un sistema dell'istruzione plurale e vitale. Questa - dentro un sistema di regole e controlli - può dare un apporto importante non solo ai gradi bassi della formazione ma soprattutto a quelli più elevati. Evidentemente, la premessa di tutto questo è rappresentata da un sistema di reale concorrenza, di controllo e di valutazione che combatta le derive clientelari.
Tutto questo senza dimenticare che le scelte politiche hanno un impatto sulla vita concreta, minuta, ma drammaticamente importante, di persone che vi investono le loro speranze e vi fondano flebili certezze. Anche per questo, vale la pena riprendere in mano il dossier scuola-formazione.
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari