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giovedì 1 maggio 2008

Niente autosufficienza economica ai sardi
senza sovranità politica: solo retorica
senza ridiscutere gli assetti istituzionali

di Omar Onnis

Ho letto con interesse l'analisi post-elettorale sulla “dis-unità nazionale e regionale” riferita al “che fare” in e per la Srdwegna. Mi viene da pensare che ci sia qualcosa di inespresso e non conseguente. L'analisi può essere condivisa, ma si poteva fare già parecchio tempo fa: senza attendere l'esito di elezioni politiche che, comunque fossero andate, non avrebbero portato particolari benefici alla Sardegna. Per ragioni strutturali, più ancora che per disinteresse, o cattivo interesse, dei governanti italici.

Parlare di indipendenza economica, di autosufficienza, senza mettere in discussione gli assetti istituzionali incancrenitisi in sessant'anni di autonomia regionale, mi sembra fare i conti senza l'oste. Non dimentichiamo quanto sia stata di freno allo sviluppo dell'Isola l'azione (o l'inazione) dello Stato centrale, l'accumulo di debiti verso la Sardegna (mi riferisco in specie alla questione delle entrate fiscali dovute e mai versate), la pretesa di corvèes e sottomissione ad un interesse nazionale (e internazionale) troppo spesso in contrasto con l'interesse dei sardi, il sistematico boicottaggio di qualsiasi misura normativa anche solo vagamente libera (su lingua e cultura sarde, sui nuovi assetti istituzionali, su qualsiasi minima velleità di auto-promozione a soggetto attivo della nostra storia).

Le magagne antropologiche interne sono reali e fin troppo sviscerate, ed è ancor più reale l'inettitudine di una classe dominante (non solo politica) che non ha mai veramente saputo farsi dirigente. Ma non possiamo ignorare un cogente problema di sovranità sul nostro territorio, che si trascina da tempo e non ha avuto ancora la soluzione attesa. Non l'ha avuta certo dall'autonomia, frutto di compromessi al ribasso in occasione della compilazione del nostro Statuto regionale e poi, nella prassi politica, ulteriormente svuotata di contenuti da chi doveva farsene esecutore e garante.

Indipendenza economica, dunque e, allo stesso tempo, indipendenza politica, direi. Non si possono scindere i due aspetti. Questo mi aspetterei di sentir dire apertamente da qualche spirito onesto e libero, posto che ne esistano in Sardegna. Altrimenti tutta la prosopopea delle ricorrenze, i discorsi solenni, i proclami sulla dignità del popolo sardo, la pretesa di rispetto da parte di chi non ha alcun interesse a concedercelo, rimarranno parole al vento ed ennesima testimonianza di impotenza storica. Caso mai, dunque, più che discettare cavillosamente sull'impossibilità di essere responsabili di noi stessi, bisognerebbe finalmente cominciare a farci domande sul come e sul quando.

Il tempo del “se”, come mi pare evincere da quanto espresso nell'analisi, è ormai tramontato.


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