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mercoledì 30 aprile 2008

Guai ai vinti ma anche ai vincitori:
big-bang elettorale, Pd a pezzi
la destra a rischio fascio-leghismo

di Giorgio Melis

Un big-bang. Dopo la stangata alle politiche, la caduta della fortezza-Roma dopo 35 anni e il passaggio del testimone proprio da un post-comunista come Veltroni a un post-fascista non troppo post come Alemanno, è molto più di una svolta: somiglia a un cataclisma. Berlusconi ne ha subito preso atto a suo modo: annacquando lo stile bipartisan annunciato. «Prima c'era un Paese diviso a metà tra noi e il centrosinistra. Il dialogo non era solo necessario ma obbligato. Ora c'è un Paese diviso che quasi per due terzi è con noi e per un terzo con l'opposizione: la filosofia deve cambiare. Il dialogo è importante, ma la priorità è decidere. È quello per cui la gente ci ha votato». Toni ben unilaterali di quelli usati prima del trionfo romano. Veltroni è in grande difficoltà nel Pd sotto shock: anche se per ora si evita la resa dei conti. Rinviata all'autunno, potrebbe avere effetti sismici. Il leader già azzoppato del Pd registra che di dialogo sulle riforme il Cavaliere non parla. Ne accenna ritualmente Schifani eletto presidente del Senato. Non sarà lui a determinare l'agenda istituzionale. E neanche Fini, da presidente della Camera. La vittoria a Roma restituisce ad An vitalità e visibilità, quasi cancellate dalla Lega. Le consegna insperatamente e con grande forza simbolica la guida di Roma: quasi un'investitura per difendere dalla capitale un centralismo statale mai tanto ammaccato. Vittoria importante ma per converso potrebbe accentuare le frizioni con Bossi più che mai anti-centralista, scatenato contro la “canaglia romana”.

Il Senatur si sente e resta vincitore. Fino a decretare che Berlusconi “deve obbedire”. Intanto lo ha costretto a rinunciare a Gianni Letta vicepremier. Mentre torna al linguaggio da rodomonte quanto si vuole ma intimidatorio verso il centrosinistra. Evocando “i fucili ancora caldi” di 300 mila soldati-martiri se verrà ostacolato il federalismo fiscale. Allo stesso tempo sconfessa Berlusconi, tornato ai toni da miles gloriosus anti-europei. “Minaccia” l'UE di far comprare l'Alitalia dalle Ferrovie, ovvero dallo Stato, se intralciasse i suoi piani per la compagnia (di sventura) aerea. Figurarsi la tremarella a Bruxelles. Semmai dovrebbero averla gli italiani: statalizzare in un sol colpo Alitalia e Ferrovie, ovvero i due più rovinosi carrozzoni della storia italiana, finirebbe di screditarci all'estero, ci metterebbe di fatto fuori dalle regole europee e sarebbe esiziale per il bilancio statale.

Il Pdl ha fatto l'en plein di voti. Ma anche bingo nell'aggiudicarsi la responsabilità - con la voglia da gestirla in solitudine, senza coinvolgere l'opposizione perché debolissima - di un'enorme quantità di problemi giganteschi. Il pieno di voti nelle urne non prosciugherà la palude delle questioni che da molti anni segnano il declino del Paese. Onori e oneri, dalla grande vittoria. È tutto più chiaro ma non più semplice, meno grave e serio. Anche per la prospettiva medio-lunga politica. Dal doppio voto, si possono trarre indicazioni e una morale che riguarda, sulla sponda perdente, tutto il centro trattino sinistra. A cominciare da quello sardo, che l'anno prossimo sarà il più significativo banco di prova dopo il cappotto della destra nelle Camere e a Roma. Dove il terremoto è di magnitudo grandissima.

Si rifletterà anche nella percezione dell'Italia all'estero. “Sole che sorgi, libero e giocondo, sui sette colli i tuoi cavalli doma, tu non vedrai nessuna cosa al mondo, maggior di Roma”. Era, dopo “Giovinezza”, l'inno più amato dai post-fascisti che si chiamavano missini. A 55 anni dalla caduta di Mussolini, può risuonare ed essere cantato ancora. Il sole nero-An splende di nuovo sulla capitale. E cade subitaneamente, come in un tramonto equatoriale, sul Pd: buttato fuori dal ring anche nella città eterna, dopo essere finito al tappeto due settimane fa nel voto politico. Rutelli è travolto. Non mangerà più “pane e cicoria”, come disse una volta in polemica con Prodi: dovrà adattarsi a pane e cicuta, come accadde di scrivergli allora.

Politicamente, Rutelli è finito. Se lui è morto come leader, Veltroni non si sente affatto bene: per abusare della celebre battuta di Woody Allen. Dopo la gran botta delle politiche, l'effetto-Roma è devastante. Anche simbolicamente: è la presa-caduta della Bastiglia. Preludio per il Pd a una lunga e tormentata marcia nel deserto. Alla ricerca di se stesso, dell'elettorato perduto, delle sue ragioni politiche e ideali, dell'appeal sfiorito. Sei mesi fa, il Polo era praticamente disciolto. La nascita del Pd sembrava aver messo le ali al centrosinistra. Il calcio dell'asino di Mastella ha roveasciato un tavolo traballante, il voto con la legge-porcata ha premiato la destra che l'aveva partorita. Questa è l'Italia. Bello o brutto, è il nostro Paese. Così è se ci pare anche se non ci piace: pure nella destra trionfante.

Non si illudano i vincitori. Questo è un Paese a rischio implosione. Forse non solo impossibile ma inutile governarlo: come diceva il Duce. Dall'aldilà si gode una qualche rivincita nella città che volle capitale di un impero di cartapesta e che lo ha sempre rimpianto: per l'illusione ventennale dei fasti antichi: sbriciolati dalla guerra, ignominiosi per le leggi razziali.

Con la recessione mondiale e la dilagante crisi morale, non sarà la destra italiana a chiudere con la sua pochezza - speculare a quella degli avversari - e il populismo stanco di Berlusconi, la breccia che si sta allargando nella convivenza, nella condizioni economica, nella dis-unità di un Paese senza collante nazionale: di nuovo il “malato d'Europa”. In un tempo sbandato, segnato dalla paura del presente e dall'angoscia del futuro. Senza certezze. Ondivago. Scettico. Depresso. Incazzato e scazzato. Euforia da trionfo a destra, tramortita la sinistra. Dove torna “il tanto peggio tanto meglio”: a favore di un avversario dichiarato contro l'alleato indigesto. Un centro-sinistra (col trattino) che coltiva la classica faida nel proprio campo: nessuno si tura più il naso.

Ma la gravità della disfatta del Pd, paradossalmente aggrava le responsabilità del Pdl trionfante. Non potrà accampare attenuanti, se non riuscirà a raddrizzare la barca, col consenso dilagante a ogni livello. Dovrà stare attento a impedire che i dèmoni di uno strisciante fascio-leghismo vengano liberati da apprendisti stregoni irresponsabili. Non ha ostacoli davanti a sé nel controllo della situazione. A parte l'enormità dei problemi che affliggono l'Italia: non sono né di destra né di sinistra. Insanabili da una sola parte. Perché causa ed effetto di un declino nazionale che è innanzitutto morale e penale, diffuso ben oltre le varie Caste: politiche, sindacali, imprenditoriali, corporative e giornalistiche. Guai ai vinti, dunque. Ma guai anche ai vincitori. L'Italia ridiventa il grande malato d'Europa. Non ci farà sconti: sull'Alitalia e su tutto. Lo stellone ha cessato di essere una portafortuna. Io speriamo che l'Italia se la cavi. Spes contra spem: bello o brutto, è il nostro Paese. Molti ci si sentono spaesati, non lo capiscono e non lo amano: a destra e sinistra. Può salvarsi se si ritroverà. Ma lo attende comunque un'incerta traversata del deserto. Come quella inflitta al Pd dagli elettori. Passata l'euforia, la destra scoprirà presto la difficoltà di vincere la vittoria delle urne nella realtà quotidiana. Purtroppo per tutti, non starà molto meglio degli avversari: a parte il comando riconquistato. La volubilità di un popolo che si aspetta tutto e subito, senza pazienza né voglia di pagare alcun prezzo, è in agguato: per e contro tutti.


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