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mercoledì 30 aprile 2008

Dis-unità nazionale e regionale
per sfuggire alla morsa, serve
una via sarda allo sviluppo:
un'oasi possibile o alla deriva

di Giorgio Melis

Dal voto esce un'Italia a ulteriore rischio-implosione per dilagante dis-unità. Estinto il collante nazionale, c'è il rigetto dell'altro, l'anti-solidarietà, l'egoismo geo-politico. Senza valori e interessi condivisi, si allarga la breccia nella convivenza tra macro aree e genti: spesso nell'intolleranza. L'Italia-spezzatino è una realtà che si aggrava. Impone di riflettere sul ruolo della Sardegna in questo scenario. Aveva un deficit di nazionalità subalterna, frutto poi di incapacità a darsi indipendenza economica: base di vera autonomia. Insostenibile la dipendenza dai trasferimenti pubblici. Svanito il benessere senza sviluppo: non ci sono più pasti gratis per nessuno. Va costruita subito un'autosufficienza regionale: o saremo travolti da irredimibile sottosviluppo. Il destino non è più cinico e baro con i sardi. Ma da 20 anni mancano crescita autopropulsiva e modelli di sviluppo. Consumo senza produzione, l'assistenzialismo pubblico ha spento il debole spirito del fare e rischiare. Non c'è quasi più classe dirigente e imprenditoriale. Dilagano sgarrettamento, invidia distruttiva, rissosità disgregante. La nostra dis-unità è più spinta e meno accettabile di quella storica tra Nord e Mezzogiorno. Siamo al passaggio cruciale. Il Nord è già fuori e contro (“Padania non è Italia”). Il Centro dinamico sarà risucchiato dal federalismo fiscale. Il Mezzogiorno va alla deriva. Il contro-leghismo paramafioso siciliano è forte: senza l'economia del Lombardo-Veneto, finirà ai margini. Peggio la Campania della camorra e la Calabria della n'drangheta. Per non essere coinvolta e travolta, la Sardegna cerchi una via allo sviluppo autosufficiente: o schianterà. Malmeritata da un popolo autofago, può ancora trovare un equilibrio, una condizione di favore: da oasi possibile. Un milione 600 mila abitanti, una terra enorme e straordinaria, senza criminalità organizzata. Con mille potenzialità e fattori propulsivi: cancellati da una conflittualità mediocre e astiosa benché la pianta-uomo sia molto migliorata, senza più complessi. Ma restiamo gregari: esportiamo poco, importiamo tutto. Solo una rivoluzione culturale e antropologica, frenando i démoni disgreganti, può rovesciare il nostro destino: oltre la dis-unità nazionale. È questione di intelligenza e volontà: ma non c'è più tempo.


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