martedì 28 aprile 2008
di Giorgio Melis
“Sole che sorgi, libero e giocondo, sui sette colli i tuoi cavalli doma, tu non vedrai nessuna cosa al mondo, maggior di Roma”. Era, dopo “Giovinezza”, l'inno più amato dai post-fascisti che si chiamavano missini. A 55 anni dalla caduta di Mussolini, può risuonare ed essere cantato ancora. Il sole nero-An splende di nuovo sulla capitale. E cade subitaneamente, come in un tramonto equatoriale, sul Pd: buttato fuori dal ring anche nella città eterna, dopo essere stato messo al tappeto due settimane fa nel voto politico. Rutelli è travolto. Non mangerà più “pane e cicoria”, come disse una volta in polemica con Prodi: dovrà adattarsi a pane e cicuta, come accadde di scrivergli allora.
Politicamente, Rutelli è finito. Ci sono state decine di migliaia di voti contro, ad personam: mirati contro di lui. Nelle stesse sezioni capitoline sono andati al candidato del Pd alla provincia di Roma, Nicola Zingaretti, il fratello del Montalbano televisivo: neanche il commissario di Camilleri avrebbe però potuto sbrogliare la matassa politico elettorale che ha affondato l'ex vicepremier.
Se lui è morto come leader, Veltroni non si sente affatto bene: per abusare della celebre battuta di Woody Allen. Anzi, sta messo da cani e ora rischia d'essere travolto nella resa dei conti che giù si annuncia nel partito. Nato tra tante speranze, steso in 15 giorni. La botta delle politiche è stata micidiale. L'effetto-Roma è devastante, il carico da undici capace di schiantare un toro. Anche simbolicamente, la caduta della capitale è come la presa della Pastiglia: luttuosa da una parte, clamorosa e storica dall'altra. Per il centrosinistra si annuncia una nuova, lunga e tormentata marcia nel deserto. Alla ricerca di se stesso, dell'elettorato perduto, delle sue ragioni politiche e ideali, dell'appeal sfiorito in pochissimi mesi. Anche se sicuramente propiziato dall'enorme, perfino sottovalutata impopolarità del governo Prodi. Certo ha pesato molto la questione sicurezza. Il “populismo penale” (come lo definisce Barbara Spinelli) paga sempre a destra. “Legge e ordine” è un suo cavallo di battaglia: contro il quale la sinistra gioca male o comunque è perdente nel confronto. Anche se nelle città grandi e piccole amministrate sempre dalla destra - Milano non meno di Roma - la pubblica insicurezza non era e non è affatto minore e non lo era neanche nei cinque anni di governo Berlusconi. Tanti giureranno che la situazione è precipitata nello scarso biennio del governo Prodi. Non è vero ma la realtà resta sopraffatta dalle strumentalizzazioni a reti televisive e giornali unificati. I fattori della disfatta sono tanti, già individuati dopo la sconfitta nelle politiche, si sono aggravati fino a propiziare la rovinosa caduta di Roma. Avrà un effetto moltiplicatore pesantissimo nella crisi del Pd. Dove tutto sarà rimesso in discussione.
Forse mai in Italia c'è stato un ribaltamento di equilibri politici così repentino e totale. Non più di sei mesi fa, il Polo era praticamente disciolto, lacerato da contrapposizioni insanabili. Viceversa, la nascita del Pd sembrava aver messo le ali al centrosinistra. Costringendo Berlusconi all'inseguimento, a lanciare dalla predella di un'auto il partito unico, a rompere con Casini. La partita era ancora aperta. Ma Prodi è stato prima logorato dalla Finanziaria del 2006: la famosa cura da cavallo che ha ucciso il non nobile destriero italiano, spingendolo a disarcionare il cavaliere (il Cavaliere). Quindi. via via sgretolato dalla rissosità nella coalizione già debolissima al Senato per la legge-porcata (il regalo avvelenato di Berlusconi in uscita), dall'impossibile convivenza della sinistra radicale e dei centristi, anime inconciliabili. Infine, degno, penoso epilogo, il calcio dell'asino di Mastella ha rovesciato un tavolo traballante e portato alle elezioni con una legge orrenda. La destra che l'aveva partorita non ha pagato dazio: anzi, ci ha sguazzato alla grande. Così vanno le cose in Italia. Bello o brutto, destra o sinistra, è il nostro Paese. Non possiamo sfuggirgli. Così è se ci pare e piace: anche se non piace a tanti. Inclusi tanti nella destra trionfante.
Non si illudano i vincitori, dopo la stangata inflitta agli avversari. Questo è un Paese a rischio implosione. Forse è davvero impossibile governarlo. Anzi inutile: come diceva il Duce. Dall'aldilà si gode una qualche rivincita nella città che volle fare capitale di un impero di cartapesta. E che ha sempre largamente rimpianto il “mascellone” (anche all'ombra della Dc, che conciliava gli opposti e metabolizzava una grande componente “nera”) che le aveva dato l'illusione ventennale dei fasti antichi, spazzati dalla guerra ed esecrabili per le leggi razziali. Occhio che la componente fascista pura e dura non si lasci tentare dall'estremismo sempre presente nelle sue file. Si potrà alzare le spalle, dire o pensare “me ne frego”. Ma il giudizio del mondo occidentale (altrove ricordano bene che la culla di tutti i fascismi europei fu appunto l'Italia del 1922) peserà e non poco.
In una fase di recessione mondiale e crisi morale: non sarà certo la destra italiana a chiudere con la sua pochezza - speculare a quella degli avversari - e il populismo stanco di Berlusconi, la breccia che si sta allargando nella convivenza, nella condizioni economica, nella dis-unità di un Paese senza un vero collante nazionale. Con un Nord-est che si considera fuori e contro (“Padania non è Italia” gridano le magliette esibite anche dei parlamentari leghisti). Un Centro ricco e socialdemocratico che tiene ma è tentato dal federalismo fiscale e non solo. Il Mezzogiorno a rotoli e fuori legge, col contro-leghismo clientelare e amorale di Cuffaro-Lombardo in Sicilia, la Campania in mano alla camorra, la Calabria schiacciata dalla n'drangheta sanguinaria. Non fosse così malmeritata da un popolo rissoso fino all'autofagia, la Sardegna potrebbe trovare un equilibrio e una condizione di favore da diventare un'oasi distinta e distante. Con appena un milione 600 mila abitanti in una regione grande quasi quanto il Piemonte, senza criminalità organizzata e mille fattori propulsivi: purtroppo depotenziati o cancellati da una conflittualità mediocre e astiosa, distruttiva.
Tornando al doppio ko del Pd, segna davvero una svolta clamorosa. Non è stata una marcia su Roma ma la caduta dell'impero romano che il centrosinistra custodiva e neanche male da trent'anni. Con sindaci eccellenti: anche Rutelli lo è stato, 15 anni fa: sconfiggendo Fini che prematuramente l'aveva sfidato, non riuscendo in un clima cambiato nell'operazione messa a segno da Gianni Alemanno. Il quale è un personaggio affatto sgradevole, coerentemente post-fascista e non solo perché genero di Pino Rauti. Appartiene alla destra sociale missina con i suoi vecchi quarti di nobiltà morale, largamente decaduta: basti pensare alle pendenze penali di Storace che ne era il capo. Alemanno non preoccupa personalmente, al contrario. È stato un buon ministro ed è rispettato dagli avversari. Basti ricordare che quando è stato incriminato, non un solo esponente nel centrosinistra ha strumentalizzato la sua situazione. Anche in concitate trasmissione televisive, gli è stata accordta una presunzione di innocenza non formale. Ha sfruttato il vento favorevole dopo il voto politico. Si è avvalso di una diffusa e sottovalutata intolleranza a Roma contro Rutelli, che alla fin fine era una minestra riscaldata poco convincente e proposta per indicazione dall'alto (Veltroni): senza alcun coinvolgimento della base. Di qui una diffusa astensione e anche un largo”voto contro” della sinistra radicale (specie dai centro sociali), che ha fatto scontare a Rutelli e al Pd il defenestramento dalle Camere, l'eccesso di buonismo poco convincente e di incenso papalino del candidato.
Torna a sinistra “il tanto peggio tanto meglio”: si preferisce un avversario dichiarato a un alleato indigesto, lontano e non meno moderato dei classici antagonisti. Un centro-sinistra (col trattino, preciserebbe Cossiga) che coltiva la faida nel proprio campo senza esitare a favorire gli avversari tradizionali senza nanche più il paravento delle ideologie contrapposte. Così va in un elettorato confuso e diviso. In un tempo sbandato segnato dalla paura del presente e dall'angoscia del futuro. Senza certezze, ondivago, scettico, depresso, incazzato e scazzato. Ora si metterà sotto processo Veltroni, già lapidato dai manifesti di scherno della destra. “Walter santo subito. Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi. Con le elezioni ha cacciato i comunisti dal Parlamento. Candidando Rutelli ha perso Roma”. Ingeneroso ma ineccepibile.
Ma la gravità della disfatta del Pd, pur ridando fiato a Fini ed An letteralmente stracciati da Bossi e Lega, non alleggerisce ma paradossalmente aggrava le responsabilità del Pdl trionfante. Non potrà accampare attenuanti, se non riuscirà a raddrizzare la barca, avendo il controllo del consenso a ogni livello. Dovrà stare attento a impedire che i demoni di uno strisciante fascio-leghismo vengano liberati da apprendisti stregoni irresponsabili. Non ha ostacoli davanti a sé nel controllo della situazione. A parte l'enormità dei problemi che affliggono l'Italia e non sono né di destra né di sinistra: non sanabili da una sola parte. Perché causa ed effetto di un declino nazionale che è innanzitutto morale e penale, diffuso ben oltre le varie Caste politiche, sindacali, imprenditoriali, corporative e giornalistiche. L'Italia è di nuovo il grande malato d'Europa che non ci farà sconti: sull'Alitalia e su tutto il resto. Lo stellone ha cessato da tempo di essere una portafortuna.Io speriamo che l'Italia se la cavi ma dubitandone assai. Spes contra spem: perché, bello o brutto, è il nostro Paese, anche se non ci piace a molti: a destra e sinistra. Può salvarsi se si ritroverà ma lo attende comunque un'incerta traversata del deserto, non meglio di quella che dovrà affrontare il Pd. Passata l'euforia, la destra scoprirà presto di dover vincere la vittoria elettorale nella realtà quotidiana. Purtroppo per tutti, non starà molto meglio delle avversari, a parte il comando riconquistato. La volubilità di una cittadinanza che si aspetta molto o tutto e non ha pazienza né voglia di pagare alcun prezzo, è in agguato: per e contro tutti.
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