martedì 28 aprile 2008
Limba sarda ma non solo. Specialità dell'isola, importanza di scrivere il nuovo Statuto, necessità di simboli per riconoscere la propria identità. Sa Die de sa Sardigna 2008 è tutto questo: soprattutto, a 214 anni dalla cacciata dei piemontesi partita dalla rivolta di Castello, «l'intenzione di ricordare che anche oggi dobbiamo ribellarci con l'intelligenza, l'istruzione, la lingua». Lo dice in sardo, Renato Soru: in quella sorta di idioma («s'idea chi finas oe nos depimus ribellare, ma chi sa rebellia de sa Sardigna de oe est s'intelligènzia, s'istrutzione, sa limba») che dovrebbe essere la lingua sarda comune su cui tanto si discute. Appunto: «Smettiamola di parlare e dissertare di lingua sarda, e parliamo direttamente in sardo». È il primo presidente della Regione a parlare in dialetto durante una seduta ufficiale del Consiglio regionale: lo fa per ricordare che il modo più forte per trasformare gli uomini in padroni o schiavi o di imporre una dominazione è quello di controllare la lingua di un popolo. Anche se la ricerca di una LSC a molti sembra ricordare proprio questo.
C'è il passato ma anche il futuro, nella celebrazione solenne di questa festa istituita nel 1993. «Non una forzatura», sottolinea il presidente dell'assemblea di via Roma Giacomo Spissu, «perché i popoli e le comunità hanno bisogno di simboli in cui riconoscere la connotazione idenditaria». L'aver dedicato "Sa Die" di quest'anno alla lingua sarda, continua, costituisce «un processo di arricchimento in un periodo in cui proprio le identità si annacquano»: buono per rafforzare il principio identitario del popolo dei nuraghi. Ma non basta: «In un momento in cui nel paese c'è sempre meno attenzione al riconoscimento delle autonomie speciali, sarebbe bene che scrivessimo rapidamente il nuovo Statuto superando le differenze di parte. I processi politici stanno cambiando molto velocemente e richiedono una risposta politica importante».
C'è anche dell'altro. Di nuovo Soru, sempre in limba: «Nel mondo contemporaneo sono le differenze che ci possono aiutare per migliorare. Se oggi in Sardegna nessuno parlasse più sardo, la nostra isola sarebbe più ricca o più povera? Io penso che sarebbe più povera». Traduzione diretta dalle parole del governatore: «Si oe in die in Sardigna su sardu s'esseret giai ispèrdidu, ite diat èssere s'ìsula nostra prus rica o prus pòbera? Deo penso prus pòbera». Quindi «sa limba sarda pro nois podet èssere unu fatu finas econòmicu», la lingua potrebbe anche avere una valenza economica non indifferente: «Non facciamo queste manifestazioni per sostenere che deve essere un obbligo parlare il sardo sempre e in ogni occasione. Ma abbiamo capito che in passato ci hanno sottratto, o hanno cercato di sottrarci, la nostra lingua e dobbiamo in qualche modo cercare di porre rimedio».
Quanto valga in questo senso la ricerca di un idioma comune che non esiste è tutto da verificare. Ma i simboli contano. Allora usa il sardo anche lo storico Federico Francioni: ricorda, in quella giornata del 1794, l'importanza della partecipazione di tutte le classi sociali sarde. Dal popolo alla borghesia, senza distinzioni di sorta. «Procurade 'e moderare, barone sa tirannia» vale anche oggi: lo canta tutta l'aula, compresi gli studenti dell'istituo tecnico "Angioy" di Bono. Le parole dell'inno nazionalitario sardo, «s'Innu de su patriottu sardu», scritte da Francesco Ignazio Mannu alla fine del Settecento, sono accompagnate dal gruppo Cuncordia a launeddas e dalle voci di Piero Marras, di Sandra Ligas e dei Tenores di Neoneli. Ancora simboli. Ma quelle strofe hanno un significato attualissimo, più ampio rispetto al momento storico in cui fu composto: l'invito alla rivolta va inteso come «contro tutte le schiavitù e le oppressioni, contro tutti coloro che privano gli altri della libertà». Lo sottolinea Giacomo Spissu. In italiano, questa volta.
(ma.mu.)
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari