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lunedì 28 aprile 2008

Lettere.

Sa Die: le domande senza certezze
di una giovane sarda in bilico
tra identità liquida e dura realtà

di Eleonora

Caro direttore, è da tempo che volevo provare a mettere in parole un concetto inafferrabile e intimo, che fino a qualche tempo fa non si filava nessuno mentre oggi è sulla bocca di tutti, e forse è un bene o soltanto un prodotto commerciale: la mia identità. Non mia personale, ovviamente, ma quella di una sarda che vive oggi in Sardegna.

Parafrasando il bel titolo del saggio di Bachisio Bandinu, da me acquistato e letto in tempi non sospetti (e cioè prima che il termine “identità” diventasse di moda), questa mia vorrebbe essere una piccola “Lettera di una giovane sarda”. Rivolta a chi?

Soprattutto, con simpatia e anche con quel senso di sollievo che deriva dallo scoprire di non essere soli, a coloro i quali si sono sempre sentiti sardi anche senza spiegarsi perché e percome nei dettagli, accettando magari anche difetti capitali come, ad esempio, non parlare sa limba, prima nell'indifferenza generale, oggi con il terrore che qualcuno te lo rimproveri. E che magari la inserisca come requisito preferenziale per i concorsi pubblici, come se parlare la lingua in Sardegna, oggi, fosse più “meritevole” del semplice fatto di averci vissuto per una trentina d'anni laurea compresa, sperimentando ogni tipologia di porte e portoni sbattuti in faccia e assistendo a trasse di ogni genere nel pubblico e nel privato.

L'identità è una cosa liquida, che cambia e soprattutto non si impone, si sente solamente: è un concetto fatto della “materia di cui sono fatti i sogni”, perché è in essi che noi ci rappresentiamo la nostra vita futura, e gli sforzi che oggi ci sembrano inutili in una terra in cui la diminuzione della disoccupazione a meno del 10% è un semplice dato numerico (opinabile) e non tangibile.

L'identità sarda, oggi, è la globalizzazione di un mondo diventato più piccolo in cui possiamo certo andare, venire, comunicare ovunque e in qualunque momento, ma anche e soprattutto la rabbia di non poter, in molti casi, scegliere se rimanere alle nostre condizioni: di lavoro adeguato al nostro impegno professionale o di studio e di vita dignitosa e autonoma.

La mia lettera è dedicata anche, con un interesse antropologico, a coloro che invece esprimono tutte le caratteristiche del “vero” sardo e lo fanno con un certo orgoglio. Non voglio chiamarle stereotipi, perché più invecchio e più mi accorgo che sono reali e soprattutto che parzialmente mi appartengono.

Passi per quelli che rappresentano la nostra terra, oggi, con l'orbace e la leppa grondante sangue, o se proprio vogliono essere aggiornati con la valigia di cartone e tutti i vocaboli che finiscono in “u”: devono pur campare anche loro e il folclore paternalistico, si sa, rende sempre bene.

Quelli che non capisco, perché forse sono poco sarda, sono quelli che si offendono, arte tradizionale indigena al pari, che so, della filigrana o del gattò: perché il contributo o il finanziamento sembrano un'elemosina, ma se non lo ricevono allora si sentono maltrattati, ma anche perché non piace sentirsi dire che se nell'Europa di oggi hai solo la terza media sei, semplicemente, unu burriccu.

In compenso, però, molto spesso sono spaventosamente egocentrici: come se tutti stessero sempre a guardare te o il tuo prodotto, la tua azienda, il tuo lavoro, come se oltre te il deserto e non, invece, un mondo intero vicinissimo e competitivo.

Ci sono poi quelli che è sempre meglio l'uovo oggi della gallina domani, e che si arrabbiano perchè al Poetto non hanno costruito, quando potevano, un bell'albergo sul mare. Sono gli stessi che ti guardano con sospetto se a maggio non sei ancora abbronzata come una baffa di bottarga.

C'è il sardo che “barrosa”, perché vuole avere sempre l'ultima parola, ma poi si entusiasma per qualsiasi elemento che anche solo suggerisce il “fuori”, l'oltremare, di solito l'investitore straniero ma anche, con minori disastri certo ma qualche perplessità, lo scrittore della nouvelle vague (!!) che però pubblica i suoi libri con editori continentali, mica con i nostri: il provincialismo ci frammenta, ci divide, e dopo varie osservazioni ho capito che è giusto così.

Ognuno ha lo sviluppo che si merita, peccato che poi ci vadano di mezzo tutti, comprese le giovani sarde per cui tutti si stupiscono che non facciano figli, chissà perchè.

E il sardo testardo che si incaponisce, come anche io e molti di noi hanno fatto, rimanendo o ritornando, perché la verità non è che romanticamente “senza la Sardegna non si può vivere”, è che anche lei, oggi, è diversa da com'era e forse bisogna semplicemente accettarlo, evitando di far sentire i giovani sardi come immigrati nella propria terra se appena si discostano dal modello immaginato.

Che siamo diversi è indubbio, già queste mie confuse riflessioni possono dimostrarlo: molti però ancora confondono la diversità con l'inferiorità o la superiorità rispetto agli altri che stanno nel mondo “grande e terribile” nel quale le nuove generazioni si muovono meglio.

Proprio per questo vogliono restarsene a casa o almeno poter scegliere di farlo: però facendo qualcosa di buono, di veramente identitario per la Sardegna, anche senza le trasse di cui sopra, anche senza essere “figli o amici di”, ricominciando magari a presentare la domanda per un concorso in un Comune anche se ci sono solo due posti, di solito già assegnati e quindi non sprechiamo nemmeno i soldi della raccomandata.

L'identità di una giovane sarda, in questo momento, è forse un po' confusa, multiforme, non ha ancora deciso da che parte andare perché semplicemente non è obbligatorio scegliere; semplicemente c'è e si interroga, a prescindere dalle varianti linguistiche, dalla conoscenza della storia, dai pellegrinaggi scolastici nei siti archeologici (di solito sempre gli stessi) e dall'amare il caglio o il casu marzu, a prescindere dalla ricorrenze e i rituali come Sa Die de sa Sardigna, e contemporanemente amando per esempio Sant'Efisio anche se si è laici e evitando i mefitici stabilimenti balneari con i quali anche noi abbiamo voluto equipararci a Rimini, come se un lettino da spiaggia fosse tutto quello che aspettavamo nella vita.

Grazie per l'ospitalità, gentile direttore, concludo pensando che domani è, appunto, Sa Die, qualunque cosa voglia dire, e mi sento più che mai divisa fra un pessimismo atavico che sa anche un po' di delusione d'amore e un ottimismo tutto soriano di vision di lungo periodo (speriamo di rimanere vivi abbastanza però).


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