l'altra voce.net


sabato 26 aprile 2008

Al Lirico spettacolo straordinario
scelta coraggiosa con Rimskij
ripagata da un'esecuzione favolosa

di Nanni Spissu

L'opera in quattro atti :“La leggenda della città invisibile di Kitež e della vergine Fevronia” di Rimskij Korsakov, ha inaugurato la stagione 2008 del Teatro Lirico di Cagliari.

Si racconta di Kitež, la cittadina che una mano divina avvolge dentro una fitta nebbia perché sia salva dalla conquista straniera, i Tartari in questo caso. La sorte di questa città misteriosa e irraggiungibile si intreccia con quella della vergine Fevronija, che vive nella foresta tra gli animali e che incontrerà il principe Vsevolod. Si innamorano, ma il loro matrimonio non si potrà celebrare, il principe morirà in guerra per salvare Kitež. Il matrimonio ci sarà solo dopo la morte anche della fanciulla, nell'altra vita.

Rimskij Korsakov non è autore frequentatissimo nei nostri teatri. Di lui sappiamo tutto, che so, sulla suite sinfonica “Šeherazada”, qualcosa di più sulla sua opera più nota, “Il Gallo d'Oro” e su quella operina, “Mozart e Salieri”, che è venuta un po' di moda dopo quel film “Amadeus” di Milos Forman, che racconta di una presunta rivalità tra quei due musicisti; o conosciamo la sua revisione del “Boris Godunov” di Mussorgskij, dalla quale ci siamo volentieri liberati solo da relativamente pochi anni.

É consolidata l'idea di Rimskij solo come di un grande mago dell'orchestra e dell'armonia, fortemente legato alla tradizione della musica popolare del suo paese.

Stravinskij, che fu allievo di Rimskij, frequentò la sua casa, lo volle come testimone di nozze, anche lui alimentò quell'idea. Risponde così a una domanda di Craft, suo assistente e biografo: «Non è generalmente un buon segno quando in un lavoro la prima cosa che si noti sia la sua strumentazione; e i compositori in cui si avverte questo fatto -Berlioz, Rimskij-Korsakov, Ravel- non sono i migliori compositori…». Infatti, dirà il nostro, guardate Beethoven, li c'è sostanza e la strumentazione non è ciò che si loda di più in lui.

Ora vedere trattati Ravel e Berlioz più o meno come degli incantatori senza qualità, getta un po' di sospetto sull' affermazione di Stravinskij, il quale, peraltro fu anch'egli grande strumentatore e di una musica di straordinario smalto, pietra miliare della modernità. Lo stesso pregiudizio si rivela nell'idea che lo scrittore e musicologo francese Romain Rolland [1866 - 1944] si era fatto di Rimskij compone la musica più serena e tranquilla: nessuna idea e niente passioni: deliziosi racconti di fate, dalla tessitura limpida e dalla squisita ricchezza di colore ma assolutamente infantili.

La vicenda Rimskij può lasciare spazio a dubbi. Ma, lo scrivo con convinzione, lo spettacolo di giovedì sera li ha risolti tutti: al meglio, in assoluto.

Paolo Terni, che ha presentato a Cagliari l'opera, ha posto una questione, quando ci ha invitato a superare radicati pregiudizi che determinano esclusione. Cioè, in buona sostanza, a rifuggire dall'idea che la storia della musica europea sia regolata da uno sviluppo lineare che culmina, alla fine dell'ottocento e nel primo novecento, con la svolta impressa da Schoenberg con la composizione a dodici note, quasi il crinale da cui tutto il poi deriverebbe. Così che non si dà merito a tanti grandissimi musicisti, che hanno scelto un proprio percorso autonomo e svincolato da rigide griglie del tipo: valore uguale a sviluppo del linguaggio musicale. Ma questo è ormai scontato persino per i vecchi innamorati dell'avanguardia, come è capitato anche a chi scrive.

Rimskij può convincere o meno per quello che scrive, per come lo scrive, per la qualità delle risorse compositive che mette in campo, per i materiali cui fa riferimento e per la coerenza con cui l'opera musicale si presenta come organismo compiuto (tra l'altro lui sapeva benissimo utilizzare anche linguaggi molto evoluti).

Ci domandiamo: è un limite quello della presenza di una cifra, che si ritrova nel canto popolare slavo e nella musica religiosa e liturgica di quei paesi, che si possa immediatamente riconoscere come fonte diretta di ispirazione, sia sul fronte dell'approccio strutturale, sia spesso anche del calco, che non è copiare o trascrivere, ma scrivere “dentro” una modalità stilistica che è omologa a una tradizione culturale e immediatamente riconoscibile? No: questo nell'opera di Rimskij, palesa radici, determina ricchezza e non certo lo colloca in un recinto isolato per quanto lussureggiante.

Poi c'è la questione della presenza di altri riferimenti, che sono riconducibili al bagaglio di esperienze che un compositore cosmopolita come Rimskj ha portato nei suoi lavori: nel nostro caso il riferimento è a Wagner. Anche questo c'è, ma c'è come una fascinazione, non c'è appiattimento e nemmeno senso di inferiorità, perché Rimski va per la sua strada con coerenza e senza che si creino, all'interno dell'opera, spazi riservati alle differenti fonti di ispirazione. (chi va a teatro legga -anche a questo proposito- nel libretto di sala il puntuale saggio di Gianluigi Mattieti).

Certo ci sono momenti in cui difetta la concinnitas, in cui si potrebbe desiderare una più stringente qualità drammaturgia, uno scavo maggiore dei personaggi, non tutti, con la felicissima eccezione di Fevronija e di GriŠka, scolpiti con tale nettezza da trasformarli davvero in personaggi. Ma è personaggio, netto e presente il popolo, musicalmente e drammaturgicamente, capace di guidare l'azione, di ispirare comportamenti, di muoversi autonomamente e Rimskij gli assegna pagine stupende.

Il regista NekroŠius ci ha restituito, lui, una coerenza stilistica straordinaria, affascinante, di una creatività mai stanca, di una invenzione inesauribile.

Uno spettacolo straordinario, dove il gesto assume un valore rituale costante, persino esoterico, in un'opera in cui il dominio del divino è assoluto, di una volontà trascendente e immanente allo stesso tempo, di cui popolo e regnanti accettano la volontà e dalla quale implorano il miracolo, che poi avverrà. Il regista è riuscito a enucleare, grazie anche a un impianto scenografico ricco e originale, in un unico disegno i due miti, la città e la fanciulla, che, almeno a chi scrive, non sembrano essere nell'opera così integrati.

La resa musicale, con i nostri musicisti pimpantissimi e preparatissimi (orchestra e anche coro), con una compagnia da manuale (vorrei citare per tutti la Signora Tatiana Monogarova) e con la direzione sicura di Vedernikov, è stata ineccepibile.

Grazie comunque al nostro Teatro per questa novità da grande teatro, per questo allestimento davvero sontuoso. Atto di coraggio, già altre volte manifestato e giusto segnale del rispetto di una funzione che i nostri teatri pubblici sono chiamati a svolgere per arricchire la conoscenza e ampliare sempre più il repertorio. Il pubblico ha seguito con attenzione, ha gradito e ha manifestato il suo consenso con calore.


Google
 


© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari