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giovedì 24 aprile 2008

Regione, ma dov'erano e sono i linguisti?
non si può contestare in pubblico
chi non sa il sardo: si insegni, non per legge

di Marinella Lorinczi

Ho scaricato la mezz'ora audio-video di dibattito tra autorità regionali (presidente Renato Soru e assessore Maria Antonietta Mongiu) e sportellisti linguistici, messa a disposizione nel sito della RAS durante la presentazione della legge sulla lingua.. La condivisione di questo spezzone di evento è un segno positivo e un invito, immagino, alla partecipazione e alla discussione. A posteriori e in differita, però, dal momento che non c'ero, non ne ero informata, certamente perché di sardo mi sono occupata scrivendo e parlando in italiano, lingua mal vista in quell'occasione. Io come altri. Non era infatti possibile scorgere tra il pubblico nessun universitario linguista di professione, che in qualche modo, bene o male, così o cosà, si sia occupato di sardo in questi ultimi decenni. In generale, occuparsi a tempo pieno di linguistica o filologia sarde, in Italia e in Sardegna non rendeva moltissimo in termini di carriera. Nonostante questo, i linguisti delle università sarde le hanno praticate. Questa è un'altra storia interessante che prima o poi andrebbe raccontata.

Ma forse c'erano e non sono stati ripresi. E allora mi scuso con gli organizzatori, sentitamente, così come ha fatto il presidente Soru dopo aver rimproverato la giovane partecipante che ha parlato in italiano.

Le due autorità, nate in Sardegna, lo parlano il sardo, più o meno bene, così o cosà, ma non si sono mai occupati di sardo, se non in questi ultimi tempi, né di lingue di minoranza, né di lingue in via di sparizione, né di questioni di competenza linguistica. Così come i linguisti che si occupano di sardo lo capiscono quanto meno, e lo leggono senza difficoltà e in qualsiasi variante antica o moderna, allo stesso modo loro, le autorità, dovrebbero comprendere un po' il linguaggio dei linguisti. Non tanto i termini quanto i concetti. Mi auguro che sia così.

Gli aspetti positivi dell'incontro saranno stati numerosi. Attraverso i trentacinque minuti registrati se n'è capita una parte. È stato confortante vedere delle e dei giovani che parlavano speditamente in sardo, segno di uso quotidiano. Da questo punto di vista la situazione del sardo è migliorata nettamente: molti giovani, per lo meno quelli presenti, lo parlano in pubblico. Il presidente Soru ha parlato in campidanese ed aveva perfettamente ragione nel dire che per parlare una lingua bisogna parlarla anzitutto, e quando la si sa poco o nulla, per impararla o migliorarla ci si deve impegnare. Come, appunto, per le lingue straniere a scuola. Senza esercizio quotidiano non si praticano le lingue, gli sport, la musica. Ci vuole l'esercizio, anche fisico, quotidiano. E per un adulto istruito, anche se giovane, superare quella fase iniziale e repulsiva di una lingua nuova, in cui si fa la figura degli stupidi e degli ignoranti, è difficile.

È perciò molto ingiusto riprendere qualcuno, nato cresciuto e istruito in Sardegna, perché e se non parla o parla male o poco il sardo. Non è colpa sua se non gliel'hanno insegnato, né in casa, né gli amici, né a scuola. Non è colpa di nessuno, se non delle circostanze storiche, se intorno a certuni, e non sono pochi, nessuno parla più il sardo, per cui lei, lui non hanno (avuto) occasione d'impararlo o di usarlo. L'apprendimento spontaneo di una lingua, nei suoi contesti storico-naturali, non è paragonabile all'apprendimento guidato e programmato (scuola ecc.). Se il contesto e la motivazione mancano, la lingua non si apprende. All'università, intorno a me, nessuno parlava il sardo come nessuno lo parla nemmeno adesso (anche questo è storicamente normale), e io, nata altrove, ho imparato a capirlo (ho acquisito la cosiddetta competenza ricettiva o passiva) da adulta, perché la mia famiglia par alliance lo parlava al paese. Per puro caso. A leggerlo l'ho imparato poi da sola, per necessità professionali. Quanti dei tanti sbandieratori hanno letto tutto il teatro dell'oristanese Garau, per esempio?

Queste sono, quindi, situazioni, del tutto normali. Aggredire le persone, pubblicamente, non invoglia al dialogo e all'impegno. La questione dell'impegno è del resto molto problematica. Non era il caso di commentare, in italiano, a conclusione dell'intervento in italiano della ragazza che non era nemmeno sportellista, usando queste parole: "E impara il sardo!" Come, quando, dove? A casa? Al bar? Con gli amici? Sul posto di lavoro? Chi lo insegna e perché lo si deve apprendere in fretta e furia? Perché adesso è politically correct? Perché è patriottico? Perché incombe il patentino linguistico per i dipendenti pubblici, Dio ce ne guardi? Perché me lo dice l'assessore che ha un incarico di qualche anno? E quanto tempo ce ne vuole, per un adulto che ha anche altre cose da fare? Se fosse vero che il 70% dei Sardi parla il sardo correntemente, il problema non si porrebbe nemmeno, perché lo s'imparerebbe senza accorgersene. Il fatto è che quel 70% ha dichiarato di conoscere il sardo, che è una cosa del tutto diversa. Perciò la benemerita inchiesta Oppo sembra finita rapidamente nel dimenticatoio, in quanto complessivamente la situazione descritta non era rosea. Del resto lo sapevamo. È però rimediabile se non si introducono forzature e bacchettate pubbliche.

Qui inizia la spinosa questione di cosa è la competenza linguistica in una situazioni di bilinguismo/diglossia e che cosa è l'autocertificazione della competenza linguistica. Infatti la ragazza in questione faceva capire non di non avere nessuna competenza, ma di averne una parziale, soprattutto passiva.

I linguisti di norma evitano di usare il termine di "semilinguismo", perché è molto antipatico anche se il concetto è del tutto chiaro. In certe situazioni di plurilinguismo individuale - che è diverso dal plurilinguismo collettivo - alcuni parlanti hanno inevitabilmente una competenza limitata di una o anche di tutte le lingue che conoscono, non per cattiva volontà o perché sono pigri o perché sono tonti o perché non amano la patria, ma perché ciascuna lingua è stata imparata in determinate circostanze ed è specializzata per certi scopi. Del resto anche il monolingue non conosce la totalità della sua lingua: i settori specialistici, o in genere i settori che non frequenta, li ignora. Per cui anche il madrelingua monolingue conosce la propria lingua fino ad un certo punto; dipende dalla frequentazione dei vari scomparti linguistici, attraverso l'istruzione, il lavoro, la socializzazione, i viaggi ecc. La totalità di una lingua è conoscibile soltanto dalla collettività, nel suo evolversi storico, e non dai singoli individui.

I linguisti più accorti e più esperti (e democratici) descrivono perciò le competenze totali del plurilingue come una somma (algebrica e non aritmetica) e una compenetrazione delle competenze che possiede per le varie lingue. Situazione non affatto paragonabile a quella del monolingue (ma oggigiorno un monolingue assoluto-assoluto si dà soltanto in teoria e per comodità).

Dal momento che non è il plurilinguismo in quanto tale che ostacola il buon apprendimento delle lingue, ma sono i vari contesti sociali che vi agiscono o vi pesano, essere plurilingue è sempre vantaggioso in termini sociali e soggettivi. Se ne può abbondantemente leggere nel sito del commissario europeo al multilinguismo Leonard Orban (http://ec.europa.eu/commission_barroso/orban/index_en.htm). Questo vantaggio dovrebbe essere lo scopo dichiarato e gioioso dell'invito al plurilinguismo in generale, in particolare ad imparare o a migliorare anche il sardo (accanto all'italiano, la cui conoscenza tutti i non italiani ci invidiano, e accanto alle lingue straniere), e non perché lo pretende o perché è in agguato un tetro babau.


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