martedì 22 aprile 2008
di William Cisilino*
Vorrei spezzare una lancia a favore delle iniziative promosse ultimamente dalla Regione Sardegna in tema di lingua sarda e che il suo giornale -che apprezzo e consultosovente per informarmi sulla situazione politica dell'isola- ha più volte criticato in taluni articoli. Potrei affrontare il problema da diversi punti di vista e gli argomenti non mi mancherebbero dato che anche qui in Friuli si discute molto su tali tematiche (in realtà è il destino di tutte le “vere” lingue: la c.d. “questione della lingua” ha animato per oltre tre-quattro secoli le discussioni fra i letterati italiani).
Ma credo che un dibattito serio, qualunque sia l'esito del confronto (o scontro), non possa non tenere conto di ciò che succede nelle realtà che vivono gli stessi problemi. È un ragionamento che si applica in ogni settore tranne che per le politiche linguistiche, in riferimento alle quali il quadro comparato -non si sa perché- assume spesso un carattere liminare e secondario. Invece, il Friuli e la Sardegna, che godono di una autonomia differenziata anche grazie a delle specifiche identità presenti sul proprio territorio, dovrebbero cercare di essere molto all'avanguardia su tali questioni anziché rinchiudersi su se stesse.
Allora diventa fondamentale chiedersi: cosa si fa per tutelare le lingue e le identità minoritarie nelle regioni più avanzate del mondo e in particolare d'Europa? Con quali risultati? Come è possibile declinare secondo le esigenze locali tali buone pratiche? È in tale prospettiva che apprezzo molto le scelte fatte recentemente dalla Regione Sardegna sia in tema di lingua standard che in generale di politica linguistica. In particolare credo che la proposta di approvare una nuova legge di tutela sia molto appropriata visto che il primo provvedimento risale addirittura al 1997, quando peraltro le competenze regionali erano molto più limitate e non era nemmeno stata approvata la legge 482/99.
Una nuova legge regionale permetterà di disciplinare meglio l'insegnamento del sardo e di consolidare le azioni di politica linguistica già avviate ed essenziali per l'apprendimento della lingua scritta (in primis l'adozione di una lingua standard). Solo affrontando tali nodi il sardo, come tutte le altre lingue, potrà avere un futuro degno del suo grande passato. E di esempi positivi in materia ne abbiamo molti, a cominciare dalla citatissima Catalogna: mentre in Sardegna (ma anche in altre regioni) i bambini parlano sempre di meno la “limba”, in Catalogna avviene l'esatto opposto: lo parlano più i bambini che gli anziani. E questo grazie alla legislazione scolastica adottata. Proprio per tale motivo la recente legge regionale di tutela della lingua friulana, approvata alla fine del 2007, ha abbracciato il modello catalano dell'immersione linguistica adattandolo al modello scolastico italiano.
Certo, in Friuli si parla di qualche ora in friulano, ma sappiamo che quello è il futuro se vogliamo far vivere e progredire la nostra lingua. Dalle altre minoranze abbiamo anche imparato che la questione della lingua va tenuta nettamente separata, a livello normativo, dalle politiche culturali: si tratta infatti di due aspetti essenziali, importantissimi per mantenere viva un'identità, ma molto diversi. Unirli in un unico provvedimento legislativo è un errore che va evitato se non si vuole compromettere le future politiche in tali settori.
Insomma sarebbe interessante, credo, che le discussioni si soffermassero anche su tali aspetti: ne beneficerebbero tutti.
*presidente Istitût Ladin Furlan (Codroip-Friûl)
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