lunedì 21 aprile 2008
di Giorgio Melis
Il presunto Silvio 3° è un premier di parola. Subito un governo autorevole: fatto! Era però impegnato a Villa Certosa tra Putin e il Bagaglino, e ha dovuto dare qualche delega. Tornato ad Arcore per incontrarlo, ha scoperto che Umberto Bossi il governo l'aveva già fatto: a sua immagine e somiglianza. Prendere o lasciare. E il Cavaliere prese, non potendo rifiutare: il Senatur l'è mica il Fini, è celodurista e maneo male che l'è malad, come disse il Cavaliere. Sempre più azionista di riferimento, con la golden card per sbancare, Bossi ha preteso per sé le Riforme. Gli interessa essenzialmente il federalismo fiscale. La parte seria, carne e sangue, della secessione non più evocata ma solo praticata. Quella non a chiacchiere: con i dané. Ciascuna regione ricca si tiene i soldi che produce, un obolo allo Stato perché lo dia in beneficenza alle zone più povere: federalismo compassionevole, come il disastroso capitalismo americano, distrutto da Bush.. Ma è solo l'antipasto. Perché al cruciale ministero degli interni, andrà Bobo Maroni: peraltro il più garbato e ironico dei leaders leghisti. En passant, Maroni è quello che in tempo reale ha ricacciato in gola a Dell'Utri e Berlusconi le sortite per la riscrittura della Resistenza (“è il momento fondante delle democrazia italiana, la liberazione dal nazifascismo: non si tocca”) e sullo stalliere-mafioso di Arcore, Vittorio Mangano, esaltato quale “eroe” ( “eroi erano Borsellino e Falcone, i mafiosi restano criminali, nessuno può stravolgere la verità”: bravo Bobo).
Bossi si è distratto anche lui. Pensava di dover di fare il governo monocolore della Padania, benché con ministri di altri partiti purché afferenti al Lombardo-Veneto e dintorni. Ha completato la lista dei ministri decisivi, proponendola-imponendola a Berlusconi per la semplice ratifica. Oltre lo stesso Bossi e Maroni, il fidato Calderoli sarà il vice del Cavaliere, l'assessore leghista del Veneto prenderà l'agricoltura, l'ex ministro della giustizia Roberto Castelli diventerà presidente della Lombardia (vale da sola tre ministeri) al posto del ciellin-forzista all'incenso e milanesissimo Roberto Formigoni: è in predicato per diventare presidente del Senato. I leghisti doc, puri e duri, sono Bossi, Maroni, Calderoli, Castelli, Zara. Ma l'alleato leghista-criptoforzista di Bossi, è Giulio Tremonti-treconti: quello che Fini e Casini erano riusciti a far cacciare nel 2004, rientrato in grande spolvero un anno dopo. Tremonti andra all'Economia, il turlo dell'uovo del governo. Agli esteri, mancando un altro lombardo leghista-forzista, andrà Franco Frattini, che è di Bolzano. All'innovazione resta Stanca, che dal 2001 si è affaticato innovando tanto da un aver cambiato un chiodo: irrinunciabile.
Riassumendo. Premier regnante non governante Berlusconi, milanese. Vicepresidente, ministri agli interni, riforme e agricoltura: i leghisti Calderoli, Maroni, Bossi e Zara, più Castelli a presidiare la decisiva cassaforte-Lombardia, Tremonti a decidere tutto per tutti dall'economia, Formigoni presidente del Senato, agli esteri Frattini, Stanca all'innovazione. Rimangono alcuni altri posto, strapuntini più che potrone: quelle che contano sono state tutte assegnate: da Bossi. Sbagliato dunque definire il nuovo governo B&B, Bossi-Berlusconi. È un Bossi-Bossi. Il Pd ha un'enorme questione settentrionale. Il Pdl (ovvero la Lega) l'ha risolto brillantemente: varando il primo governo “nazionale” dell'Alta Italia. Poco o nulla a Roma-canaglia ma anche al Centro “comunista”, sgabelli da uscieri al Mezzogiorno. Forse è meglio così, una forza compatta. Monoterritoriale, coesa, con le idee chiare. Aiuterà Gianni Alemanno nel ballottaggio con Rutelli, domenica a Roma: dove non è certo che Bossi intenda mantenere i ministeri. Vae victis, ha subito detto dopo il voto. Ha vinto lui, giusto che si imponga. Non è il peggiore, né il più pericoloso: tranne per l'unità nazionale che frega a nessuno.
PS. Ci eravamo dimenticati di citare Gianfanco Fini. Non è colpa nostra. Se lo erano scordati anche Berlusconi, Bossi e Tremonti, neanche invitandolo alla riunione di domenica ad Arcore dove si definito il governo dell-Alta Italia: cosa ci faceva lui, bolognese ma leader (?) di un partito “romano”?. È il miglior risultato possibile per il leader di An, che dovrebbe volere dire Alleanza Nazionale. Sarà il caso di un altro congresso a Fiuggi: per rinominarla Alleanza roman-meridionale, partito badante e di servizio per i veri padroni di casa del Pdl. Dimenticavamo ancora. A Fini dovrebbe andare la presidenza della Camera: senza vista e prospettiva politica, naturalmente. Da Santoro, i leghisti naives, gridavano: “Fini? Lo abbiamo cancellato”. La realtà supera la fantasia anche in politica.
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