sabato 19 aprile 2008
di Roberto Bolognesi
A Roma si dice: “Arieccola!”. A Iglesias invece, quando una persona torna a riproporre il suo eterno ritornello, si dice: “E drínghili!” E sí! La signora “Eccomi di nuovo!”, sa pasionaria de Casteddu, la Dolores Ibarruri del plurilinguismo scrive per l'ennesima volta: “¡No pasaran!”-tanto per restare nel tema della guerra civile spagnola, da lei introdotto.
Con la prevedibilità di un riflesso pavloviano, ecco qui il suo prevedibile articolo “a favore del plurilinguismo”. Marinella Lõrinczi ha infatti scoperto che la Regione Sardegna ha deciso di compiere un altro timidissimo passo in direzione dell'utilizzazione ufficiale del sardo e di “dedicare Sa Die de sa Sardigna unicamente al sardo”. E-arrori mannu!-per sardo si intende la LSC.
Si può anche essere d'accordo con lei quando scrive: “In osservanza della risoluzione dell'ONU - se proprio la si vuole adottare adattandola alla Sardegna - va riconosciuto a tutti i gruppi umani della Sardegna, isola notoriamente plurilingue, il valore identitario della propria lingua. Invece no. Il sardo diventa l'unica lingua identitaria, dal momento che Sa Die de sa Sardinia sarà dedicata unicamente al sardo. Chi non appartiene alla comunità dei sardoparlanti effettivi o aspiranti tali, è tagliato fuori. È discriminato. Questa è la parola appropriata.”
Anche secondo me escludere il gallurese, il tabarkino e il catalano è, in linea di principio, un errore. Solo che in questo momento in cui il sardo ancora lotta per sopravvivere e cerca di ritagliarsi almeno un pò di spazio ufficiale, il concentrarsi sulla lingua della maggioranza dei sardi è più che comprensibile.
Anche perchè, ad eccezione del vitalissimo tabarkino, le altre due lingue hanno già il loro riconoscimento ufficiale nelle terre di provenienza (Corsica e Catalogna). Sarebbe molto bello se i sardo-parlanti potessero permettersi il lusso di mettere in rilievo la presenza delle minoranze linguistiche sarde. Quando ci saranno abbastanza fondi a disposizione mi batterò perché ciò avvenga.
Per il momento posso soltanto invitare i membri di queste minoranze a far sentire la propria voce: la strada da seguire è anche per loro quella obbligata che hanno dovuto percorrere i sardo-parlanti. Le castagne dal fuoco ognuno se le deve togliere da sé.
Naturalmente, adesso mi si accuserà di opportunismo e di aderire ipocritamente ad una tesi che in fondo non condivido, solo perché non mi è possibile fornire argomenti contrari!
Sono-a dolu mannu!-abituato a sentirmi dare del nazionalista da chi non ha la voglia o l'intelligenza per capire come stanno le cose. Rimando allora ad un intervento sulle minoranze linguistiche dello stato italiano che ho fatto al Parlamento Europeo di Strasburgo nel 1999, prima che la legge 482/99 venisse appovata dal parlamento italiano. L'intervento, che-per la cronaca-ho letto in olandese e non in italiano, è pubblicato sul seguente sito internet.
Con questa lunga parentesi ho soltanto voluto dire che Marinella L?rinczi non ci fa una gran bella figura a parlare di plurilinguismo soltanto per attaccare il sardo (o LSC che sia). Risulterebbe molto più credibile se protestasse anche presso RAI 3 che in tutti questi anni ha usato i soldi dei contribuenti per negare a tutti i sardi-sardo-parlanti e quelli di tutte le altre minoranze-i loro diritti linguistici; se scrivesse con altrettanta passione per richiedere l'introduzione del sardo-e delle altre lingue minoritarie-nella scuola; se finalmente si decidesse anche a scrivere in sardo (o in gallurese, tabarkino, catalano) e non soltanto nella lingua dello stato che le passa lo stipendio.
Questa volta, e con inconsueta ironia, Marinella Lõrinczi ha aggiuntal suo “spezzatino di LSC” anche le patate. Lo dico senza offesa visto che-qualche libro l'abbiamo letto anche noi-anche la moglie di James Joice definiva “stew” (spezzatino) il “Finnegas wake”.
E io stesso non mi sento offeso dal paragone tra sardo e patate: lingua e cucina sono le mie grandi passioni! Non potrei vivere senza plurilinguismo e buona cucina. E non sono il solo! Duncas, est sempri mellus a non segai is patatas!
Un altro drínghili anche a proposito dell'intervista su “L'altra voce” all'Assessore Mongiu! Di nuovo tante belle parole, che però sono contraddette dai fatti: i fatti sono che la Regione, al di là di alcuni gesti simbolici, non sta facendo proprio niente per la lingua sarda.
Il presidente Soru, esattamente un anno fa a Paulilatino, ha promesso sua sponte l'introduzione del sardo nella scuola. Risultato? Lo sperpero di 29 milioni di euro, distribuiti alle scuole senza chiedere alcuna controparte e senza fornire alcuno strumento per permettere di utilizzare adeguatamente quei fondi che nominalmente sono stati in in parte destinati al sardo. Poi più nulla…
Per non ripetermi, rimando ai i miei interventi in proposito su “L'altra voce”.
La lingua, a differenza del territorio, non può semplicemente essere “tutelata” e “conservata”. Quanto sostenuto da Soru a Paulilatino è il frutto di una visione della lingua come reperto archeologico. Senz'altro non è un caso che il nuovo assessore alla cultura sia un'archeologo. Qui predomina una visione statica, per non dire “necrofila”, della lingua: la lingua come cadavere da preservare attraverso l'imbalsamazione.
Così, vecchie interviste con vecchi che parlano il “sardo autentico” vengono pagate lautamente dalla Regione per piazzarle in Internet, mentre si tira sul prezzo del poco materiale didattico che viene prodotto, al punto che la curatrice più importante ha dovuto lavorare gratis. Si paga bene la mummificazione della lingua e ci si affida al volontariato per la sua riproduzione. Questa è una cultura da necrofili…
Le lingue invece sono corpi vivi in perenne trasformazione. E senza trasmissione intergenerazionale, la lingua muore. I bei gesti simbolici garantiranno allora solo un bel funerale per la nostra lingua.
Sarebbe ora che i nostri amministratori regionali si leggessero il rapporto Euromosaico sulle lingue minoritarie d'Europa, pubblicato nel 1995 dall'Unione Europea: i compilatori del rapporto non avevano alcun interesse a mistificare la realtà che descrivono.
Il succo del rapporto consiste nella constatazione che il sardo, nella percezione dei giovani, è la lingua delle categorie sociali meno competitive. È qui che bisogna intervenire se davvero si vuole fare qualcosa.
Tutto il resto sono chiacchiere-più o meno interessate.
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari