venerdì 18 aprile 2008
di Giorgio Melis
Realismo critico, senza sconti. Condividere gli obbiettivi non significa approvare i metodi, che possono vanificare i primi e destabilizzare un progetto e la prospettiva. Pietro Soddu, ancora il più lucido e appassionato analista politico sardo, resta dalla parte di Renato Soru, con critiche e scetticismo. Ma a patto che riveda molta parte della sua strategia. Dell'approccio ai meccanismi della democrazia, dell'arte di governare attraverso la ricerca del consenso e non col comando. E' ancora convinto che Soru non abbia alternative realistiche come candidato del Pd. E possa ancora incarnare le attese che portarono alla sua elezione nel 2004: ma solo con una svolta che gli restituisca lo smalto e il sostegno di chi aveva puntato su di lui come innovatore anche impetuoso, tuttavia rispettoso delle feconde, irrinunciabili regole democratiche. Specie dopo quasi quattro anni di governo.
Intanto, Pietro Soddu guarda con preoccupazione il risultato del voto politico.
“Non bisogna affatto sottovalutarne la portata. Sminuire non consola e non aiuta a risalire: al contrario. L'allarme dev'essere lanciato subito, forte e chiaro o si rischia la sconfitta fra un anno per non aver registrato i segnali, preso le contromisure, cambiato quel che va modificato. Altrimenti rischia Soru e il centrosinistra andrà a fondo tutto intero”.
Cosa può e deve fare Renato Soru per fronteggiare la situazione e l'arrembante offensiva da destra, presto anche dal nuovo governo, e le difficoltà con l sua maggioranza?
“Non ho la vocazione del pedagogo, Soru ha la sua piena autonomia: posso dire quel che ho sempre pensato e penserò. Decida lui se tenerne conto, se condivide in tutto o in parte. So benissimo che Pili o un altro della destra sarebbe peggio e vorrei che non vincessero. Ma comunque non lo eleggerei io: rispondo solo di quelli che sostengo, se ritengo che operino in direzione dei valori generali e degli obbiettivi nei quali mi riconosco. Se vengono rovesciati nel loro opposto, perché dovrei impegnarmi? Tanto vale dover combattere un avversario vero e dichiarato”.
Sono soprattutto i metodi di Soru, a essere molto diversi da quelli che lei vorrebbe?
“Non i miei. Quelli del nostro tempo. Una governance moderna non si esercita autoritariamente e in solitudine. Serve il consenso, la collegialità, la condivisione: non gli ordini. Trasferito in un potere centrale come quello regionale, questo modo di agire genera non giusti impulsi ma comandi. Quindi si inceppa e inceppa tutto. Non funziona in un sistema complesso che richiede risposte articolate ed equilibrate: non prescrizioni che portano a paralizzare il meccanismo. Non certo per sola responsabilità di Soru ma anche delle forze di maggioranza e opposizione, di resistenze conservatrici ben note e vischiose, si è infatti bloccata la riforma istituzionale per lo stop alla Statutaria, ma anche degli enti locali, anche sul modello di sviluppo”.
Sembra una requisitoria. E' così'?
“Ma no, ho creduto in Soru, punto e spero ancora su di lui. Ma senza fare chiarezza, denunciare quel che non va e dev'essere cambiato, l'esperienza finisce male: in danno della Sardegna, delle sue aspettative. Ecco perché bisogna essere chiari, sinceri fino alla brutalità: ma non è certo ostilità. Non si deve annacquare il dissenso proprio perché si vuole la riuscita di un progetto a grave rischio”.
Scendiamo nel dettaglio. Quali i punti di maggior dissenso?
“Soru non può essere la sola voce della Sardegna. Il metodo di formazione delle decisioni impone una rappresenza larga, pluralista e articolata. Il soggetto collettivo - sociale, politico, di governo: come la Giunta oltre il presidente - non può dissolversi in quello singolare, individuale. La monocrazia porta al fallimento. Comunque non si può abbandonare il percorso e il sistema dei contrappesi democratici per una semplificazione eccessiva: conduce all'isolamento”.
Ma Soru non è solo. Deve fare i conti con la sua maggioranza, col Pd che non ha certo dato bella prova di sé nelle primarie e nella formazione delle liste elettorali, abusando della legge-porcata che contesta.
“Lo so bene. Per questo Soru deve, come un socio anche se importante del nuovo partito, deve ascoltare e soprattutto chiedere che si apra un dibattito democratico.Per consentire al partito e a lui stesso una verifica di fondo sull'ordine del giorno, l'aggiornamento dei sistemi e degli obbiettivi. Una correzione di rotta che riduca l'isolamento, ricostruisca il consenso col dialogo. Non c'è, come dice Habermas, un'intesa assoluta sui valori. C'è quello che viene detto l'accordo discorsivo: non solo tra avversari ma anche tra alleati. E' questo che va attivato e ricercato. Il Pd deve ancora nascere, è un partito che non c'è, non è strutturato, comanda ancora il vecchio gruppo degli oligarchi. Con i quali Soru deve dialogare ma senza accordi che lo omologhino a loro. Potrebbe essere decisivo il suo ruolo, così come è determinante per il destino della coalizione”.
Mica tanto semplice, il compito richiesto in una condizione complessa, travagliata, ingenerosa come quella attuale.
“Mi è chiarissimo, sarebbe difficilissimo per chiunque.Lo so benissimo. Ma non c'è altra scelta, altrimenti ci si rassegna al declino. A me è sempre piaciuto e piace convincere, associare altri alle discussione e alle decisioni: ricavandone un arricchimento, un gusto forte, esaltante. Se non si anima il dibattito o lo si rifiuta, si spegne la vitalità degli altri: non sono teste vuote, possono e debbono dare il loro contributo. La politica non è, non può né dev'essere solo Soru o Veltroni o Berlusconi. E' il sistema politico, nella sua complessità e articolazione anche territoriale. Se non si associano a un progetto e anche a una candidatura quelli che possono condividerla, non si realizza quell'inclusione della maggioranza e delle persone che le garantiscono il successo”.
In concreto, sui problemi, sui bisogni, sogni e incubi dei sardi, cosa dovrebbe fare Soru, qul è la sua “visione” per lui nel futuro immediato?
“Non solo Soru, ma lui soprattutto. Anche sul vincolo costiero, poniamo, deve aprire un orizzonte di speranza e sviluppo. L'arretramento di due chilometri della linea di edificazione non deve uccidere ma tenere in piedi la speranza. Altrimenti viene vissuto e subito come punitivo, la morte della gallina dalle uova d'oro. Il modello precedente, distruttivo e di rapina, è finito. Ma dev'essercene uno alternativo, sostenibile, che non chiuda l'orizzonte dello sviluppo. E questo vale per il rapporto con gli enti locali, il rispetto che si deve portare, poniamo, ai Comuni davvero abilitati che vogliono farsi la loro comunità montana senza trucchi avendone i titoli. Sotto questo profilo ritengo che Gian Valerio Sanna agisca da bastian contrario, producendo frustrazione e dissenso radicale”
Concludendo, dove va Soru e come ci dovrebbe andare?
“Quattro anni fa era visto e vissuto come l'innovatore, fustigatore, moralizzatore ma anche l'uomo della fiducia, della speranza, la bandiera di un rinnovamento chiesto a gran voce. Sono ben consapevole delle enormi difficoltà incontrate ma da lì bisogna ripartire. Ricostruendo e allargando un dialogo non formale ma sostanziale che produca decisioni condivise, una strategia del consenso che venga da obbiettivi e metodi accettati e condivisi. Così si ripristina un'immagine alta. Si riassorbe il dissenso qualificato e motivato. Si cancella nel dire e nell'agire conseguente il senso e il rischio di un declino politico, sociale, economico. Si rilancia una prospettiva di nuovo fiduciosa per il presente, proiettata su un futuro ragionevolmente ravvicinato”.
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