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venerdì 18 aprile 2008

Sconfitta ma al potere sa castixedda
per batterla,un Pd sardo federato
una nuova classe dirigente con Soru

di Alessandro Mongili

Hannah Arendt scriveva, nel 1957, che, per la prima volta, “i popoli sulla Terra hanno un presente comune”, e che le sembravano destinati all'unità. In Italia, si stenta ancora a crederlo e si vota in maggioranza per il partito dei dazi, del salvataggio del carrozzone Alitalia-Malpensa a nostre spese, per una sorta di putinismo dai denti smaglianti.

Il secondo turno delle elezioni del 2006, come l'ha definito Ilvo Diamanti, si è concluso con un'affermazione della destra, particolarmente forte nelle aree di radicamento della Lega (come la provincia di Bergamo, dove prende il 31% contro il 29% del PdL), in alcune regioni meridionali fra cui spicca la Campania (il 51% nella provincia di Napoli, contro il 35 per il Pd). Vi sono anche dati interessanti per il Pd in grandi città come Milano, Torino, e la stessa Cagliari, con un incredibile scarto del 2%, anche se a favore del PdL.

Il Partito democratico ha perso nei luoghi in cui è solo ceto medio e pubblico impiego, mentre nelle Regioni rosse e in realtà in cui è connesso alle attività produttive ed all'innovazione, ha resistito bene.

In Sardegna, il voto è stato analogo. Il Partito democratico si indebolisce in regioni come il Sulcis-Iglesiente e si rafforza in alcune aree urbane, fra le quali spicca la città di Cagliari, ma subisce catastrofiche punizioni in città vivaci su diversi piani (quello demografico, come Quartu, quello turistico e produttivo, come Olbia e Pula: tre dati molto simili, circa. 53/35 per il PdL). Come al solito, i dati statistici ci dicono “quanti”, ma non ci spiegano come, perché e anche dove i processi avvengano.

Sicuramente, in Sardegna lo schieramento democratico si è salvato grazie al progetto politico di Soru. La sconfitta è stata di misura, ed esso riceve nuovi stimoli da questi risultati. Il primo, riguarda la crisi di rappresentanza degli elettori progressisti e sardisti, che occorre colmare. è improbabile che i leader della sinistra radicale o delle formazioni sardiste e indipendentiste riescano a farlo, prigionieri come sono di culture e di forme politiche settarie, in alcuni casi quasi claniche. è gente, diceva Emilio Lussu riferendosi, dopo la Liberazione, ai dirigenti del Psdaz, che conosce bene nel mondo solo la strada da Siniscola a Nuoro, ma anche quella da Nuoro a Siniscola. E basta.

Continueranno a perdere anni - come hanno fatto in questi ultimi due preziosissimi, mentre tutto cambiava - e a scannarsi fra di loro. La loro sparizione sembra comprensibile e spiegabile, in fondo legata alla loro irrilevanza politica, rileggendo i loro comportamenti passati ma anche studiando le loro reazioni a tale recente stamburrada. Ad esempio Russo Spena, che nella precedente legislatura ha presentato un inglorioso disegno di legge per il passaggio in ruolo ope legis di assegnisti di ricerca, imputa a Veltroni il proprio fallimento; Diliberto, con le sue mummie vaganti, che richiama come causa l'assenza dei sacri simboli da preservare.

Stanno meglio fuori che dentro il Parlamento. Alla fin fine, anche il Partito di Giolitti e quello di Mazzini sono fuori dal Parlamento. Perché dispiacersi per la sparizione di questi nostalgici? Preoccupiamoci piuttosto della vittoria di Berlusconi, che essi hanno in buona misura contribuito a causare con la loro pochezza. Anche perché tutti noi ne pagheremo ora le conseguenze. Questo mi sembra il vero problema.

Tuttavia, le istanze dei loro elettori, che essi evidentemente non traducevano più, devono essere fatte proprie dal PD sia sul piano programmatico che su quello dell'ibridazione del ceto dirigente, sul modello classico di quel che fece Mitterrand, o che ha fatto recentemente Zapatero. Questo è vero soprattutto in Sardegna. La prima istanza riguarda una politica dei diritti finalmente europea, lo sviluppo dell'occupazione e dei cardini dell'uguaglianza sociale rappresentati dalla sanità, dalla scuola, dagli ammortizzatori sociali da rendere sempre più universalistici e estesi a tutti i disoccupati.

La seconda istanza riguarda un'apertura definitiva e convinta verso il programma sardista che la maggioranza dei sardi (fuori da certi circuiti di presunta élite) ha bene in testa: il riconoscimento della nostra diversità linguistica e del diritto di noi sardi alla parità su questo versante (e non solo simbolica o museografica), la riduzione della presenza militare, la difesa della nostra dignità in ogni sede, una svolta sul livello di autonomia della Sardegna, con la riforma dello Statuto in senso compiutamente federalista.

Sono le cose che Soru ha fatto meglio di chiunque altro dirigente politico nella storia recente della Sardegna, ma il cui strumento dovrebbe essere un Partito democratico sardo federato con quello nazionale, non più subordinato, da mettere in piedi velocemente. Non c'è molto tempo e un anno vola via rapido. Bisogna chiuderla per sempre con il succursalismo, che troppe volte si è tradotto in buone carriere a Roma per alcuni, in cambio dell'oblio perenne degli interessi e di necessità urgenti di quel milione e seicentomila persone che si lasciavano a casa. E' inutile contestare alla destra quello che facciamo anche noi: bisogna porre un argine al riprodursi del notabilato, che trae forza dalla fedeltà alle centrali romane, come si è visto chiaramente negli episodi surreali di formazione delle ultime liste elettorali.

Non sarà facile: le elezioni hanno rappresentato la sconfitta delle castixedde locali e dei vecchi notabilati, ma queste mantengono posizioni, seggi e prebende. Ma le elezioni sono anche la dimostrazione che il progetto di Soru è l'unico valido. E' il caso che si smetta ogni rancore per allinearsi intorno a questo progetto e che ci si metta in gioco apertamente senza aspettare che il Dominus offra prebende. L'impegno civile e politico deve essere disgiunto dalla candidatura alla prossima tornata elettorale, che si dovrebbe fra l'altro conquistare con una battaglia aperta, e non per octroyement.

C'è necessità di leader e di gente che provenga dalle cerchie sociali più disparate, dalle attività produttive non assistite, dall'innovazione. Di dirigenti che siano credibili non di fronte a Veltroni, ma agli elettori. Ma non “citazioni della società civile”, come nelle liste ultime scorse. C'è bisogno che nel Pd abbiano ruoli decisivi leader di movimenti sociali importanti, come quello delle donne, quello ambientalista, il movimento linguistico, imprenditori e innovatori. Basta coi medici e coi ricercatori che sono medici e ricercatori grazie al sostegno politico, e che in vita loro hanno ricercato pochissimo, se non prebende! C'è ovviamente bisogno anche di “professionisti della politica”. Ma c'è bisogno soprattutto che chi fa politica si ibridi, si mischi, si arricchisca. Questo significa che i vecchi nomenklati cambino velocemente, o se ne vadano.

Questo non può farlo solo Soru, lo dobbiamo fare tutti. Magari evitando di intasare i circuiti delle rappresentanze politiche, e rimanendo nei nostri luoghi di lavoro, impegnandoci per la qualità del nostro lavoro e per la qualità delle nostre comunità, contrastando la deriva provinciale e affaristico-bottegaia che il nuovo, prossimo quinquennio berlusconiano ci riproporrà come standard. Non è tempo di aspirare a candidature, è il tempo dell'impegno e della serietà. E' nei luoghi delle attività ordinarie che la sinistra ha perso, ben prima che nelle tabelle dei risultati definitivi. E' lì, con serietà e impegno e abbandonando inciuci e pasticci, che anzitutto bisogna sviluppare leadership e credibilità.


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