venerdì 18 aprile 2008
Interventi.
di Raffaele Deidda
Il Cavaliere, che già vantava cavalli purosangue allevati da stallieri “eroi”, non è stato disarcionato. Anzi, i risultati elettorali l'hanno rimesso più che mai in sella. Merito soprattutto del cavallo Umberto con cui ha corso: di razza lombarda, magari non proprio in ottima salute ma comunque un fuoriclasse, un istintivo, dal fiuto sviluppato che conosce le praterie del nord come il cavallo Furia conosceva quelle del west, e sa quali sono le biade preferite non tanto dai quadrupedi quanto dai bipedi padani. In particolare una di marca inglese, la “Devolution” le cui caratteristiche organolettiche sono poco conosciute dai rudi e valorosi uomini del nord, che vantano antenati celtici, ma che dovrebbe produrre poteri magici come la pozione di Asterix il gallo.
Sono Porci Questi Romani, così traducevano dal latino Asterix e Obelix la sigla SPQR mentre per i celti-padani quali i Castellix, i Calderolix, i Borsezix, che il latino lo conoscono sicuramente meglio dei galli essendo comunque nati in Italia, lo stesso acronimo sta per: Siamo Padani Quanto Romani, raffinata parafrasi che traduce a sua volta il detto popolare degli inglesi, anch'essi con origini celtiche: “When in Rome do as the romans do”, ovvero quando sei a Roma fai come fanno i romani. La domenica e il lunedì si tuona nelle città del nord contro le “carogne” e le “canaglie” romane e poi, tornati nella Roma “ladrona”, tutti a magiare e a spassarsela nella dissoluta capitale terrona. L'importante è non dimenticarsi di annunciare la rivoluzione sempre più imminente, come si fa ormai da vent'anni, per tenere alta la tensione del popolo padano. Gli slogan secessionisti alla Braveheart tirano sempre, meglio se accompagnati da obiettivi più attuali come il federalismo fiscale e la lotta all'immigrazione clandestina.
Questi elementi tattici, pur decisamente datati, sono vitali per la Lega. Mentre i benpensanti si affannano a paventare i rischi della deriva antidemocratica, Bossi probabilmente se la ride a vedere gli effetti che producono le sue “sparate”, lasciando a Berlusconi il compito di spiegare che i fucili della Lega sono solo una metafora di lotta politica e non la sommatoria delle doppiette nascoste nelle soffitte dei cacciatori del Bresciano o del Bergamasco. Più la Lega viene citata con tono preoccupato dai media in occasione di eventi come la proclamazione dell'indipendenza del Nord o dell'ampolla alla sorgente del Po, o di dichiarazioni clamorose come quella delle migliaia di alpini pronti ad imbracciare le armi contro lo stato, più cresce il prestigio di Bossi presso il suo elettorato e più crescono i consensi alla Lega. Bossi questo l'ha capito così bene che non ha neppure bisogno di prendersela con i giornalisti o con i “comunisti” che travisano le sue parole, come è costretto a fare quasi quotidianamente Berlusconi. L'Umberto di parola ne ha solo una, non ha bisogno di fornire l'interpretazione autentica delle sue “sparate”. La Lega andava bene per le genti del Nord quando era europeista e va bene ora che l'Unione Europea è il male assoluto. Da europeista è diventata addirittura nazionalista e protezionista contro i Cinesi. Che c'è di strano? L'ha deciso l'Umberto e ai leghisti va bene così.
D'altronde, rileva qualche acuto osservatore, Mussolini non era forse stato renitente alla leva prima di diventare primo maresciallo dell'Impero? I partiti della destra, a partire dalla “liquefatta” Alleanza Nazionale, avrebbero molto da imparare da Bossi come si fa impresa politica adeguando le strategie sulla base delle contingenze più favorevoli e senza rinunciare alla propria identità, anzi rafforzandola.
La contingenza strutturale resterà però sempre quella della “Roma ladrona”, con la quale Bossi e i suoi si assicureranno la sine cura della loro permanenza a contatto con la canaglia romana, con le sue mollezze e le sue depravazioni, nel perseguimento della nobile missione di riappropriarsi del maltolto alla Padania.
“Se vincono i comunisti vi rinchiudono nei Gulasch” aveva detto una volta il leader maximo Umberto ai suoi sostenitori adoranti, per nulla stupiti del riferimento alla gastronomia ungherese. Gli elettori leghisti mandano invece i propri rappresentanti nei ristoranti romani per dare il colpo di grazia alla decadente capitale d'Italia, su cui sventola una bandiera che i moderni Bravehearth vorrebbero utilizzare al posto della carta igienica. Al momento di andare in “gabina”, l'elettore leghista, come ampiamente dimostrato, saprà comunque bene come votare. Sono ormai lontani i tempi quando Bossi si riferiva a Berlusconi chiamandolo Berluskaizer e lo rappresentava come uno “che ha solo una macchina di cartapesta”, che si doveva levare dalla testa l'idea di fare il premier: “Non glielo permetteremo mai: non possiamo mandarci uno che e' stato iscritto alla P2, uno che e' nato per sconfiggerci, uno che ha un sacco di interessi economici.”. E quando, ancora europeista, diceva: “L'Europa vuole che Fini e Berlusconi siano fermati sulla battigia e buttati a mare; fascisti erano, fascisti sono e fascisti rimarranno”. Questa, però, è preistoria.
Con il voto del 13 e 14 aprile la Lega ha capitalizzato ancora di più gli umori popolari, in parte irrazionali, delle regioni del Nord Italia, confermando un forte radicamento territoriale attraverso la campagna per la difesa delle identità locali: Si alla polenta, no al cous cous . Orgogliosi delle nostre tradizioni, recitava un manifesto della campagna elettorale leghista. "Non vogliamo tenere Berlusconi in ostaggio", ha detto Umberto Bossi all'indomani del voto, mandando in questo modo un implicito messaggio al Cavaliere per ricordargli quanto la Lega sia diventata indispensabile alla coalizione essendo stata determinante, con i suoi voti, per vincere le elezioni. Forse l'astuto Bossi ha deciso di evitare, almeno per il momento, eventuali eccessi nei confronti dell'alleato memore dell'insegnamento dato proprio dal voto: viene sempre punito dagli elettori chi non consente di governare dopo averne ricevuto il mandato. Il bisogno di stabilità politica avvertito dai cittadini fa si, infatti, che venga bocciata la continua litigiosità fra alleati, considerata inaccettabile di fronte ai gravissimi problemi economici e sociali del paese.
Peraltro, l'“Unto del Signore” stavolta confessa l'affievolirsi della sua capacità miracolistica per risolvere i problemi dell'Italia senza ricorrere ai sacrifici per gli italiani. Ha fatto ancora promesse, ma non rientrano fra queste i miracoli annunciati e non realizzati nel suo precedente governo. E' viva nel paese l'attesa di conoscere come sarà effettuata la spendita del consenso che la maggioranza degli italiani hanno attribuito al Cavaliere nonostante siano arcinoti i conflitti di interesse e le leggi ad personam che lo riguardano, impensabili in qualsiasi altro paese europeo e in qualsiasi altra democrazia matura.
Anche Bossi attende di verificare cosa “butta” il governo Berlusconi per la Padania e per gli uomini della Lega. In caso di insoddisfazione il Cavaliere potrà sempre essere disarcionato e si potranno sparigliare ancora le carte. Tanto, per gli elettori della Lega ciò che farà l'Umberto sarà sempre fatto per il bene del Nord, crepi Roma ladrona. Il Cavaliere, già privato della professionale collaborazione dello stalliere “eroe”, sarà costretto ad assecondare il cavallo Umberto dandogli tutte le zollette di zucchero che vorrà, pena l'interruzione della corsa del governo.
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