giovedì 17 aprile 2008
di Carlo Dore *
Nei due giorni trascorsi dalla disfatta elettorale, i big del Partito Democratico --tutti rieletti grazie allo spregiudicato utilizzo della legge porcata con il quale si sono riservati i primi posti nelle liste di Camera e Senato-- non hanno saputo trovare altra giustificazione al disastro se non attribuirne la responsabilità a Romano Prodi ed al suo governo. Ora, che errori vi siano stati (dall'alleanza con Mastella all' illusione di poter governare senza una maggioranza; dalla pletora dei sottosegretari all'esordio con l'approvazione dell'indulto anziché con la legge sul conflitto di interessi, alla pretesa di risanare immediatamente i conti dello Stato) non ci sono dubbi. Ma, a parte l'ovvia considerazione che, di tali errori, coloro che, negli ultimi due anni hanno avuto in mano i partiti dell'Unione e fondato il Partito Democratico, sono come minimo corresponsabili, c'è da chiedersi come costoro non vogliano rendersi conto che --con il maldestro modo di fondare il nuovo partito e con la scriteriata gestione della prima fase di vita dello stesso-- sono stati capaci, non solo di rivitalizzare il Cavaliere Berlusconi, ormai politicamente moribondo, ma soprattutto di sperperare quello straordinario patrimonio di passioni, di competenze, di idee e di consenso che era stato messo insieme con anni di lavoro dalle forze migliori di cui vanta il mondo politico italiano.
Il popolo ulivista che, grazie al valore aggiunto che era stato in grado di apportare ai partiti strutturati, aveva consentito al centro sinistra di battere, per due volte in dieci anni, il caimano di Arcore.
C'è, infatti, da chiedersi se in un paese come l'Italia, che non vanta ancora di una tradizione democratica consolidata e sul quale, da tre lustri, aleggia l'ombra pericolosissima di un monopolista sfrontato e insaziabile che, almeno per il 50%, ha cannibalizzato il Paese, fosse un comportamento intelligente e responsabile distruggere i Movimenti (e, arriviamo a dire, lo stesso mondo dei Girotondi); cancellare la passione e l'impegno ambientalista; disperdere i prodigiosi Comitati per la difesa della Costituzione che avevano contribuito in modo determinante a respinger i beceri assalti leghisti, berlusconiani e postfascisti; e, soprattutto, ghettizzare, non le frange estremiste, ma l'intera area della sinistra italiana. Come si poteva pensare che per battere l'uomo più ricco d' Italia, colui che ha in mano quasi tutti i mezzi di comunicazione, fossero sufficienti un autobus, uno slogan preso a prestito da Barrack Obama, e la faccia, certamente pulita, di Valter Veltroni, peraltro circondata da molte facce meno pulite o insignificanti, come quelle di diversi candidati scriteriatamente scelti dalle segreterie dei partiti?
Non sarebbe stato più intelligente, anziché pretendere di attuare la fusione fredda fra DS e Margherita, che tutte le persone responsabili avevano paventato, procedere per gradi iniziando con una federazione che coinvolgesse anche altre forze e movimenti ? No. I gatti e le volpi volevano avere in mano il nuovo partito anche a costo di riconsegnare l'Italia a Berlusconi, che tanto, prima o poi, dovrà pur morire. Poco importa se dopo aver nuovamente dissestato l'economia, cambiato la Costituzione,“regalato” alla mafia il ponte sullo stretto di Messina, costretto gli enti pubblici a partecipare alla cordata per l'Alitalia, distrutto il paesaggio e l'ambiente; in parole povere cannibalizzato l'altro 50% del Paese. Per concludere la sua carriera assiso sul seggio del Quirinale. Non senza aver ringraziato, per la loro benevolenza, i leader del Partito Democratico, che potranno consolarsi con gli elogi ricevuti dal novello Padre della patria, magari rispolverando l'ormai celebre detto “yes we can” in vista dei successi futuri. Aspettando Godot.
*Ulivista della prima ora
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