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mercoledì 16 aprile 2008

Record sardo di astensioni, chi colpisce?
un “partito” cresciuto del 5 per cento
in soli due anni: l'incognita per le regionali

di Marco Murgia

Il dato su cui non ci sono vincitori è quello dell'astensione. Meno cinque e mezzo per cento in tutta l'isola rispetto alle politiche del 2006: il 72,3 per cento di due e tre giorni fa contro il 77,9 di due anni fa. Penultima per affluenza, la Sardegna, con dietro solo la Calabria: ferma a un punto percentuale in meno. Dati che devono far riflettere perchè dal 2006 a oggi qualcosa è cambiato, e pure profondamente: tanto a livello nazionale quanto regionale. In primo luogo la geografia della politica: la nascita del Partito democratico e quella del Popolo della Libertà avranno pure aperto la strada verso la semplificazione del sistema ma anche mandato in confusione una buona fetta di elettori, scoraggiato molti e scontentato altri ancora. Risultati: la ricerca spasmodica del voto utile, che ha prevedibilmente finito per penalizzare i partiti minori; lo sciopero della scheda, che non aiuta nessuno ma presubilmente danneggia chi governa: nel caso specifico, quindi, il centrosinistra. Nel paese soprattutto la sinistra, anche se dalla segreteria dell'Arcobaleno parlano di tre milioni di voti fuggiti verso il meno peggio: Veltroni.

Però, la Sardegna. Ha fatto praticamente storia a sé durante tutta la campagna elettorale. Incentrata, volenti o nolenti, sulla figura di Renato Soru che della gara non faceva parte attiva; indicata sino agli ultimissimi giorni come tra le poche regioni in bilico: sarà vero, visto che il distacco tra PdL e Pd si è concretizzato, soprattutto alla Camera, nelle ultime ore: e comunque nettamente inferiore, tanto per Montecitorio quanto per palazzo Madama, rispetto ai risultati delle altre circoscrizioni; con i partiti cosiddetti minori che grazie al radicamento nel territorio avrebbero dovuto giocare un ruolo ben diverso: dall'Udc alla Sinistra Arcobaleno e sino ai Riformatori, spettatori ma non troppo disinteressati. Anzi: con carte importanti da mettere sul tavolo in vista delle regionali del prossimo anno. Le elezioni per viale Trento del 2009 sono l'altra grande peculiarità della corsa in salsa sarda.

Ce n'era abbastanza, insomma, per rendere le elezioni in Sardegna quantomeno appetibili. Invece nulla, almeno non come ci si attendeva: parlano i numeri e da lì non si scappa. Disegnano una emorragia difficilmente spiegabile con la «disaffezione ciclica» di cui parla il coordinatore di Forza Italia Piergiorgio Massidda: a questo giro, soprattutto nell'isola per i motivi elencati, ci sarebbero dovuti essere tutti i motivi per accorrere in massa alle urne. Da vincitore, il senatore rieletto parla di «astensione verso le istituzioni» che qui «sono di centrosinistra». Però ammette che «quei numeri devono far riflettere tutti». Raccontano di un crollo di oltre il cinque per cento nella provincia di Cagliari e di Carbonia; del sette e passa a Nuoro; del quasi sei a Sassari; di oltre il sei nel Medio Campidano e praticamente del cinque in Ogliastra e Gallura, che ha fatto segnare l'affluenza maggiore ma in calo rispetto al 2006.

Serve riflettere sugli scontenti, a iniziare dai partiti maggiori. Nel Pdl possono aver pesato i paracadutati da Roma, quei candidati imposti dalle segreterie nazionali che hanno tolto lo spazio a chi sul territorio vive tutti i giorni. Nel Pd ha probabilmente influito la composizione delle liste, non semplice per gli scontri tutti interni tra i Ds e la Margherita: messi da parte in attesa del voto, ma i delusi durante le assemblee costituenti si vedevano eccome. Poi i minori, a iniziare dall'Udc: le basse possibilità di exploit del gruppo di Casini possono aver spinto qualche affezionato a stare a casa: mai votare per il centrosinistra, ma anche dare il voto al nuovo nemico Silvio Berlusconi non deve essere sembrata una prospettiva allettante. Uguale per gli elettori della Destra: il partito di Storace avrebbe dovuto beccare tra gli scontenti di An, ma i risultati non confermano questa ipotesi: facile che i delusi da Fini abbiano scelto la gita fuori porta.

Poi la Sinistra Arcobaleno, che fa storia nella storia. Sarà stata la confusione dettata dal simbolo: già prima della chiusura delle urne i militanti di Rifondazione davano buona parte delle colpe per la disfatta alla mancanza della falce e del martello. Vuoi la paura di avere un nuovo governo Berlusconi, che ha spinto a votare per il Partito democratico. Tutti motivi ragionevoli. Però quello che ha contato è la situazione socio-occupazionale di alcune zone che erano roccaforti rosse. Ottana è il caso emblematico: 23 per cento in meno di votanti rispetto al 2006, 43 per cento contro il 66,5 di due anni fa. Nella piana le fabbriche chiuse non si contano più: i lavoratori della Legler, a esempio, avevano annunciato di voler strappare le schede elettorali in caso della conclusione negativa della vertenza del gruppo tessile. Niente strappi, ma di votare neanche per sogno.

Dal centrodestra il gioco facile è stato quello di addossare su Soru tutte le responsabilità di decenni di crisi. Ma quella è una zona rossa e gli operai delusi sono difficilmente manovrabili da facili promesse elettorali. Allora la Sinistra deve guardare a quei territori, o a Silius dove i votanti sono stati il 15 per cento in meno. Tutto con i 600 milioni dedicati alle politiche sul lavoro conquistati in Consiglio regionale durante la discussione sulla finanziaria: il messaggio non è arrivato, troppa distanza tra il palazzo e le fabbriche. Al di là del simbolo: restano rossi, i delusi della Sinistra, ma di rabbia: forse incazzati neri. Da domenica, di sicuro, molto meno Arcobaleno.


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