sabato 12 aprile 2008
di Giorgio Melis
Programmi simili, troppe promesse: diverse, però, e diversamente sostenibili. Berlusconi e Veltroni sono dunque uguali e contrari e l'Italia depressa voti secondo pancia oppure chiudendo gli occhi, scegliendo quel che le pare, il meno peggio. Da troppo tempo questo è il Paese dei nasi turati, dove si va alle urne non scegliendo il meglio ma obbligati a cerecare il meno peggio. Visti e sentiti i due antagonisti all'ultima boa, da Vespa e Mentana, molti concluderanno che sia così. Le somiglianze sono tante perché la tv appiattisce tutto: la politica è ormai un format. Ma le diversità sono più numerose e profonde. Come nella realtà. Tra Padania e Sicilia, tra popolo delle partite Iva e “schiavi” dei call center, lavoratori dipendenti e autonomi, donne e uomini, gerontocrazia soffocante e giovani senza potere, presente e futuro. Oltre le semplificazioni dell'apparenza, i leader rappresentano davvero due Italia distinte e lontane, con molti punti in comune e tante contrapposizioni. Con un'idea, un'immagine e stili assolutamente differenziati, che rendono diverse anche le promesse. E le prospettive di cambiamento. Possibile se se vuole davvero, perché spinti da energie fresche, dinamiche, giovani. Sarkozy aveva annunciato che metà dei suoi ministri sarebbero state donne e giovani: l'ha fatto. Zapatero aveva cominciato a farlo, ora ha conpletato, Nel suo secondo governo - età media intorno ai 40 anni - ci sono più donne che uomini. Nella nostra classe politica delle terza età, si è giovani dopo i 50 anni e per le donne non arriva mail momento. Berlusconi con i suoi 72 anni ultimamente mal portati benché liftati, è la metafora di questo trend negativo. In Sardegna, lui e Fini hanno imposto personaggi molto datati (e cinque "paracadutati") anche anagraficamente ed escluso pragrammaticamente qualunque donna dalla zona elezioni. Il Pd ha fatto meglio sotto questo aspetto. Ma la gerontocrazia anche politico-elettorale domina assolutamente. E' solo per non far vincere (almeno provarci) Berlusconi che tanti elettori del Pd voteranno il simbolo: nonostante la maggioranza dei candidati incommestibili.
Tornando allo scenario nazionale, all'ultima boa, Veltroni conferma che punterà sull'aumento degli stipendi e delle pensioni più basse. Facile a dirsi, ma è un impegno subordinato alla sostenibilità: il "tesoretto" c'è o è un miraggio? Dunque un impegno generico, non devastante. Berlusconi stavolta riconosce almeno formalmente che potrà esibirsi nei soliti miracoli: mai visti. In realtà li annuncia in sub-specie non meno ingannevole. Taglierò l'Ici, a metà legislatura via il bollo su auto, moto e motorini, via l'Irap, fisco più leggero e perfino lotta all'evasione ma senza regime poliziesco tributario. Se parlate con un sindaco da mille al milione di amministrati, vi dirà che senza l'Ici i Comuni italiani semplicemente muoiono: non lentamente, di schianto. Se in una fase di recessione mondiale, alle casse pubbliche levate i cespiti dei bolli (e perché non le tasse su benzina e gasolio? Le uniche dimenticate dal Cavaliere) e delle imposte di massa. nel Paese col più alto tasso di evasori ed elusori fiscali d'Occidente, lo Stato va alla bancarotta.
All'edizione numero 5, il programma del Cavaliere non profuma come lo Chanel con lo stesso numero. Manda cattivo odore, in una nuvola di chiacchiere alluvionali, cerone sempre più marron-aragosta, sorrisi da squalo buono e morsi da Caimano. Ancora e sempre, meno tasse per tutti. Stavolta tranne per Totti, che “proprio non c'è con la testa” perché sostiene Rutelli-sindaco: ergo è scemo ma gli voglio bene lo stesso tant'è che la moglie Hilary lavora per me. Meno tasse per tutti con un unico garante: Silvio Berlusconi, che si sacrifica per noi senza che nessuno glielo imponga.
Dall'altra parte, un Veltroni antropologicamente e anagraficamente lontano e diverso. Non nuovo perché alle spalle ha 15 anni di politica in primo piano. Ma davvero rinnovato, tranquillo, rassicurante. E cresciuto, molto cresciuto. Chi ha detto che il ruolo fa l'uomo, sapeva il fatto suo. Non è Merlino ma neanche il vecchio grigio burocrate di partito. Padroneggia la comunicazione meglio del Cavaliere, che ha evitato come la peste il confronto diretto. Veltroni è molto meglio di sei mesi fa, ha comunque un grande avvenire davanti a sé: non dietro le spalle come il Cavaliere che si vuole immortale e dominus senza uguali al mondo. Il leader del Pd ha rifiutato di replicare a insulti, provocazioni e inviti alla rissa, accuse e contraccuse che Berlusconi - da lontano, mai faccia a faccia - gli ha scagliato addosso. Disorientato dal competitore che non l'ha indicato mai per nome, facendone un Innominato sempre più incavolato.
Ma c'è molto di più a differenziare le due Italie rappresentate da Berlusconi e Veltroni. E qui il Cavaliere non ne esce davvero bene. Per gli sviluppi in extremis dell'indagine in Calabria sul voto degli italiani all'estero, si può ben dire che chi di brogli immaginari colpisce, rischia meritevolmente di perire di brogli autentici. Berlusconi non ha fatto che evocarli ossessivamente. Eppure tutte le verifiche parlamentari e giudiziarie li hanno esclusi. Eppure due volte ha vinto le elezioni mentre governava il centrosinistra e due volte le ha perse mentre governava lui. Eppure al ministero degli interni c'è un Giuliano Amato, di cui ha sempre detto un gran bene, di esemplare correttezza. Al punto d'aver invitato gli ex colleghi della destra (Maroni, Scajola, Pisanu) a presenziare al Viminale con lui nella notte elettorale. Eppure per 50 anni si è votato in un clima di contrapposizione ideologica tremenda, però mai Dc, Pci, Psi e Msi hanno evocato brogli nelle urne come fa il Cavaliere a ogni pié sospinto.
Ma nel quadro di un'inchiesta sul più potente clan della n'drangheta, si accerta il coinvolgimento di Marcello Dell'Utri nei brogli sul voto degli italiani all'estero: quello decisivo per la sconfitta dela destra nel 2006. Capite bene, proprio Dell'Utri: nega solo di essere già stato “avvisato” e ammette il resto. Anche lui condannato in primo grado per mafia, definisce “un eroe” il mafioso-stalliere di Arcore: perseguito e accusato da un personaggio trascurabile come Paolo Borsellino, condanato all'ergastolo per omicidi e traffico di droga. A seguire, anche Berlusconi etichetta il suo ex stalliere: organizzò un oscuro attentato dinamitardo nella reggia di Arcore: commentato in toni allarmati al telefono dal Cavaliere con Dell'Utri, intercettato. Anche Sua Emittenza rivolta vergognosamente la frittata. Vittorio Mangano non mafioso e omicida ma eroe e vittima: parola del suo ex datore di lavoro e di Dell'Utri che lo aveva portato da Palermo ad Arcore. Ora però indagini sulla mafia calabrese portano a Dell'Utri e a un noto pregiudicato italiano riparato in Venezuela per il traffico dei voti all'estero. Tutto organizzato per truccare le liste e determinare il risultato. Vuoi vedere che Dell'Utri è cascato in una trappola tesa da Veltroni, il vero mandante, per sputtanare Berlusconi che denuncia brogli mentre ha gli imbroglioni in casa? O forse è una piccola, enorme, casuale nemesi che svela cose di cosa nostra di proporzioni gigantesche.
Qual è l'operazione mani-tese alla mafia siciliana lanciata con la glorificazione a freddo e post-mortem dello stalliere Mangano. Di fronte alla quale basta vedere la rassegna(ta) stampa per capire che questo Paese forse è davvero senza scampo. Mentre Dell'Utri esaltava Mangano, seguito a ruota da Berlusconi che nelle stesse ore rincarava la dose chiedendo dimissioni coatte di Napolitano dal Quirinale (una ex vera reggia come questa è degna solo di lui), in cambio di una delle Camere al Pd, il Tg1 del temerario "americano" Giani Riotta (quello che ci spiega la grandezza dell'informazione statunitense, il suo modello) aveva come titolo e servizio di testa il peggioramento delle condizioni della povera Betancourt, prigioniera della guerriglia colombiana.
E nella grande stampa nazionale, con una o due eccezioni, l'appello elettorale alla mafia veniva liquidato in poche righe e trascurabili commenti. Le proprietà finanziarie-industriali dei grandi quotidiani non possono permettersi di dare risalto all'enormità lanciata dal possibile, forse probabile vincitore delle elezioni: potrebbe infastidirsi. La stessa valutazione vale anche per l'inaudito, eversivo sfratto lanciato contro il Presidente della Repubblica: come già era accaduto contro Ciampi. La famosa stampa libera, non può né vuole difendere neanche le supreme istituzioni dall'assalto del Cavaliere.
Ecco, queste sono le cosiddette classi dirigenti economico-culturali dell'Italia: disperanti. Rispecchiate nella diversità di trattamento di giornalisti-simbolo di Rai e Mediaset. Bruno Vespa costretto e infine convinto a fare l'annusatore (in verità è parso un baciamano) del Cavaliere, come un olfattivo sommelier televisivo senza tastevin. Il massimo l'ha dato Chicco Mentana. Guizzante, alla pari, garbato inquisitore con Veltroni, che si è lasciato doverosamente interrogare dal giornalista. Poi arriva Berlusconi, casualmente padrone di casa, e che accade? Mentana per 45 minuti ascolta educatamente contrito e passivo le risposte del Cavaliere a domande che non aveva potuto porgli perché interrotto appena provava ad accennarle: sommerse da un monologo alluvionale. Giampaolo Pansa defini “canaglia” il Mentana-Mitraglia, così detto per la velocità del suo eloquio. Stavolta pareva il muto di Gallura, un silente uditore sottomesso al verbo del padrone. Il quale l'aveva già licenziato dalla direzione del Tg5, che altro potrebbe fargli? Un minimo di coraggio, dignità. Del tipo: “Cavaliere, mi consenta, almeno le domande vorrei poterle fare io”. Niente. Il monologo è notoriamente una categoria superiore al dialogo. Berlusconi lo applica in modo incontrollabile dai giornalisti senza schiena.
Come la storia di Totti, equiparato a un idiota solo perché non sostiene Berlusconi. Il quale aveva proposto come testimonial Baresi e Capello, che si erano dichiarati pubblicamente per il Cavaliere. Ma nessuno, dall'altra parte, aveva reagito definendo il grande capitano e l'allenatore del Milan quali mentecatti per aver sostenuto pubblicamente Berlusconi. Come Totti ha fatto con Rutelli, che è pure lazialissimo come Fini.
Insomma le due Italia ci sono e saranno più che mai, l'una contro l'altra, se rivincerà Berlusconi. Con una differenza in peggio. Stavolta sarebbe una vittoria più lacerante (ma pare dubbia o peggio al Senato) perché la crisi incalza e il Cavaliere non potrà evocare cieli azzurri. Questo è un Paese in declino, che avrebbe bisogno di mettere insieme in un nuovo slancio per evitare il collasso. Invece sembra certissimamente destinato all'implosione sociale e politica perché la spaccatura è ricercata come strumento di vittoria. Il divide et impera di basso conio è la leva usata da Berlusconi. Magistralmente per sé, in maniera devastante per il Paese.
Mettendo insieme innaturalmente, sotto il segno di Forza Italia (An è orma un fantasma e Fini il valletto del lider maximo) la Lega e il peggio del cuffarismo siciliano, il fascismo di Ciarrapico e Alessandra Mussolini con il neo protezionismo di Tremonti, il liberismo estremo di Martino e il cinismo di Dini. Il gioco può ancora riuscire nelle urne. Nella realtà, entro sei-otto mesi, avremmo un Paese allo sbando e allo sbaraglio, fino a rischi estremi. Perché a 72 anni il Caimano deve dimostrare che comanda lui e può prendersi tutto, anche il Quirinale. Magari solo per regnare su una nazione allo sfascio. Questa è la prospettiva concreta. Di fronte alla quale la maggioranza degli italiani potrebbe ancora ritrarsi. Dicendo basta a questa ossessione che li tiene in ostaggio del passato che non passa, interpretato con tracotanza dal Cavaliere dell'Apocalisse.
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