sabato 12 aprile 2008
di Alessandro Mongili
Ho sempre votato. Stavolta non posso perché non sono in Italia e le nostre leggi in qualche misura me l'hanno impedito. Non rientravo negli standard previsti di Italiano all'estero e quindi addio competition.
Ho seguito sui media ogni passaggio di questa campagna elettorale e, come tanti, sono parecchio in ansia per il risultato elettorale di lunedì prossimo. A San José, California, di notte, ho ascoltato tutto il video della manifestazione di Veltroni su DemocraticaTv (che nome!), con intorno a me gente che probabilmente confonde l'Italia con l'Asia e della Sardegna non conosce neanche l'esistenza. E mi sono pure un po' commosso a vedere Piazza Garibaldi così piena.
Però la mia attenzione si è appuntata su un particolare di quella manifestazione. L'applauso a Soru. Ho letto su una stampa meravigliata, anche nazionale, in genere disattenta, disinformata e spesso volgare e razzista sui fatti di Sardegna, che Soru è diventato un personaggio centrale di questa campagna elettorale, pur non essendo neanche candidato, in base al fatto che sia stato acclamato dagli elettori che si sono mobilitati in piazza per Veltroni, o per gli attacchi (come al solito volgari) di Berlusconi e degli esponenti di questa destra da incubo che ci ritroviamo.
Ho pensato a Saviano, quando scrive, in Gomorra, che “oggi tutto è cambiato, tranne gli occhi degli osservatori, esperti e meno esperti”. I quali ovviamente hanno dato più spazio alle ferrarate partorite all'interno del loro stesso ambiente, quasi ad uso interno, rispetto ai fenomeni politici veri. L'episodio, visto da lontano, ha confermato l'impressione che quando la politica coinvolge non i soliti quattro gatti del complesso politico-accademico-giornalistico (d'ora in poi, i Quattrogatti) che nell'Isola si è visto soffiar via da Soru il monopolio della rappresentazione pubblica dell'azione politica, ma la gente, questa curiosa leadership soriana ne esca sempre rafforzata. L'impressione è stata confermata dalla scelta di Mister B. di fare proprio di Soru il suo nemico, e de sa Domu Bianca il suo personale Palazzo d'Inverno da espugnare.
Ora, tutto si può dire di Berlusconi, non lo si può amare, può provocare in molti un rapido affannarsi sui tasti del telecomando, eppure gli si deve riconoscere di avere introdotto un approccio alla politica di tipo nuovo. Non sembra più legato alla fede nella politica come gioco a somma zero, come un fenomeno riconducibile a una sua essenza che si ripete sempre, con scarti secondari, ma, al contrario, agisce come se la politica sia un processo aperto, in cui le casalinghe e i fans di Iva Zanicchi possono essere mobilitati al suo interno così come si faceva (e si fa) con i Coltivatori diretti, seppure con modalità diverse. Mostrando così di “capire di politica” (nelle condizioni delle società in cui viviamo e non dei Sacri Testi dal sapore ottocentesco) molto più dei soloni che per anni ci hanno ammorbato con spiegazioni che, alla fine, non sono servite a nulla.
Dunque, se Berlusca ha scelto Soru come bersaglio credo che questo fatto rappresenti un segnale dell'importanza e della pericolosità della esperienza politica di quest'ultimo per il progetto politico, anzi, di dominio del primo. Renato Soru, in Sardegna, si è mosso per certi versi in modo analogo. Invece di mobilitare in modo strumentale al proprio sogno di dominio i fans di Iva Zanicchi, quei trogloditi della Lega Nord e gli appassionati del botox, ha mobilitato l'elettorato progressista, o meglio, quella parte dell'elettorato interessata all'attuazione un programma riformatore o almeno di alcune sue parti. Con essa ha siglato un'alleanza che si è man mano rafforzata con tantissimi atti concreti, che solo chi non vuole vedere non vede.
Ma chi, al di fuori dall'ambito ristretto dei Quattrogatti, fa lavori normali ed è interessato a proseguire, diciamo, la propria esperienza professionale senza accorrere a Corte o all'ennesimo pallosissimo convegno sul nulla finanziato dall'assessore X, e chi è cosciente di avere problemi, talvolta molto seri, risolvibili sul piano politico, anche regionale o circoscrizionale, ma risolvibili nel caso in cui qualche uomo politico sia interessato a farlo, ecco questo tipo di persone ci vede benissimo e chiaramente. Sa che su Soru o su figure politiche di questo tipo può contare per vedere risolti problemi essenziali per la propria vita. E lo sostiene, fregandosene allegramente del suo supposto caratteraccio (che però a occhio e croce sembra preferibile a quello di Settimo Nizzi).
Questo gli ha creato qualche problema con i Quattrogatti e i loro accoliti, come si è visto, che perseverano nella loro visione per cui la politica è un gioco a somma zero e tutti noi siamo solo pedine di questo gioco (di cui si è perso il senso, se non in termini di distribuzione di poltrone, spesso anche fra amici e conoscenti e famigli vari). Soru ha interpretato la politica come un processo aperto, indefinito, in un certo senso in modo imprenditoriale. Né ha dato per scontata la società.
Per questo egli è amato da moltissimi elettori e odiato dalle castixedde locali di destra e di sinistra a cui ha levato la scena ed ha confuso le idee e, credo, anche le identità, in quanto, semplicemente, efficace. Al contrario, i Quattrogatti sono inefficaci e sarebbero sicuramente destinati alla sconfitta politica (per loro compensata sul piano personale da prebende e tecnocasic vari da spartire), per cui, porelli, fanno tanta simpatia anche su Porta a Porta o su Videolina, dove paiono ostensibili ad libitum.
Questo non significa che Soru non abbia fatto errori. Who doesn't? Ma, anche se ci sono stati, rimangono marginali rispetto alla scelta politica di fondo, profondamente innovativa e avanzata, di ibridare il polveroso mondo dei Quattrogatti con il resto della società, quel 97% scarso.
In questo senso Veltroni, pur essendo un puro prodotto della nomenklatura postcomunista, alla quale rimane legato per formazione, per riflessi, per estetica e per altre ragioni (come si è visto nell'orribile episodio dell'imposizione a noi elettori-ostaggi delle liste dei candidati, quasi tutti mediocri e/o pessimi), si è mosso nella stessa direzione. Anche Veltroni non ha dato per scontata la società - non ha seguito il terribile dalemismo di frasi a retrogusto gattopardesco del tipo “l'Italia è un paese naturalmente di destra” - ma l'ha problematizzata. Anzitutto, da buon comunicatore, con il suo personale Voyage en Italie, mettendone la multiformità e i comportamenti inattesi sotto gli occhi dei Quattrogatti nazionali, distratti come al solito dal proprio ombelico, e, attraverso il filtraggio mediatico, degli stessi elettori-spettatori. E poi, con il suo reiterato aprirsi a qualsiasi elettore e con il suo zapaterismo nella forma (anche se, purtroppo, non certo nel contenuto), riferito alla promessa di riportare il programma elettorale in atti concreti di governo.
Quale che sia l'esito di questa battaglia generosa di Veltroni (che però anche Soru ha combattuto nella sua ultima fase in modo pugnace), la politica ne risulta svecchiata. Improvvisamente, gli altri suoi attori emergono come reperti, come tromboni autoreferenziali, e certe volte un po' suonati. Basta vedere la lista “La Sinistra-L'Arcobaleno” (un nome-un programma di idee chiare e di prospettive politiche, potevano anche chiamarsi “Botte piena-Moglie Ubriaca, ma anche per il Comunismo, l'Ambientalismo, l'Enogastronomia di Qualità del tipo slow food ma non proprio - Però BastaCheCeStiamoNoantri” che l'esito comunicativo sarebbe stato analogo). Le stesse esperienze politiche di questa parte così importante del gioco politico indicavano in Vendola l'unico candidato che potesse essere riconoscibile al di là dei soliti Quattrogatti.
In questo Paese infatti non sono pochi gli elettori che, al di là della strettissima costituenza dei partiti della sinistra settaria, chiedono a gran voce la fine del clericalismo, una politica dei diritti per gli omosessuali, le donne, le minoranze etniche e linguistiche, per i lavoratori precari (insomma, uno zapaterismo anche nel contenuto), che Veltroni ha difficoltà a rappresentare. Invece gli Arcobalenti hanno fatto la loro tipica scelta da Politbjurò stagionato, meglio che vinca anche Storace ma che noi si raggiunga il 5% dei voti. Senza pietà ci fanno ripiombare in climi da VIII Congresso e da Mozione d'ordine che alla maggioranza del paese non dicono veramente nulla. Una scelta romantica quella di Bertinotti, peraltro in evidente jet-lag fuori dai circuiti romani che si dev'essere abituato a considerare il suo ambiente naturale. Come ogni scelta romantica, intimamente reazionaria. In questo caso anche noiosa perché, ammettiamolo, Guccini fa molto più schifo di Byron.
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