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venerdì 11 aprile 2008

Mai dire elezioni ingannando i cittadini
decalogo per disinfestare le urne
senza il kit con scheda, matita e tappanaso

di Tullio Boi

Ci siamo. Ancora pochi giorni e andremo a votare. Senza kit, però. Quello è stato fornito solo ai candidati di un certo gruppo politico, e poi il kit che avrei voluto che venisse fornito a tutti i votanti sarebbe dovuto essere un altro. Sì, un altro: scheda, matita e… tappanaso! Pessimismo? No, realismo!

Vediamo perché in pochi punti. Legge elettorale. Andremo a votare con una legge elettorale che è un tributo alla partitocrazia, ai partiti che scelgono chi andrà in Parlamento. Noi dobbiamo solo scegliere il partito, non gli uomini. Non a caso un membro della (allora) maggioranza che aveva elaborato la legge l'aveva chiamata “porcata” (porcellum).

Campagna elettorale. Stiamo vivendo la solita schifosa campagna elettorale, fatta di accuse, di scandali, di banalità e di depistaggi. Accendiamo la tv e ascoltiamo dibattiti ridotti spesso a botta/risposta ad effetto, ad insulti ed insinuazioni. Candidature dettate da interesse ad accaparrare voti piuttosto che da valori effettivi espressi.

Programmi elettorali. Li vai a leggere e scopri tante belle proposte, e dall'una parte e dall'altra. Anzi, per non incorrere nell'errore di limitare l'analisi a due soli schieramenti, diciamo che tutte le proposte hanno qualcosa di buono. Il punto, secondo me, è un altro. Si riesce a realizzare tutto ciò che è previsto? Come si può realizzare? È, in definitiva, fattibile?

Recentemente Il Sole 24 Ore ha quantificato, considerando i costi ed i benefici, gli attivi ed i passivi dei programmi proposti dai due principali gruppi. Ne è emerso, purtroppo, che nessuno dei due è economicamente in pareggio, anzi! Dunque si corre il rischio di votare qualcosa di irrealizzabile o di realizzabile a condizione di manovre non esplicitate di cui l'elettore non viene edotto.

Tutto volge, evidentemente, nella direzione opposta a quella alla quale dovrebbe tendere: nuvoloso invece che limpido, complesso invece che semplice, fuorviante invece che diretto. Una soluzione, però, potrebbe esserci. Prima della tornata elettorale un'apposita commissione, composta da membri scelti di comune accordo tra partiti e parti sociali, elabora una scheda-programma di dodici punti, di cui otto fondamentali che devono essere trattati da tutti i partiti in competizione. Riferendoci ai giorni nostri, i fondamentali potrebbero essere, per esempio: istruzione, ricerca, fisco, retribuzioni, sicurezza, meritocrazia, politica e giustizia.

Ogni gruppo presenta poi altri quattro punti programmatici, a propria scelta. E descrive tutto, per esempio, in ventiquattro cartelle, due per punto. Chiarezza, sintesi ed intelliggibilità.

Fatto questo, e ancora prima che i programmi così definiti vengano resi pubblici, interviene una “commissione di fattibilità”, scelta nella sua composizione di comune accordo tra le parti, che valuta i costi e gli introiti che scaturirebbero dagli interventi proposti. La commissione quantificherebbe la fattibilità economica degli interventi ed assocerebbe ad ogni punto programmatico un valore. In altre parole ne attesterebbe la fattibilità.

Arriviamo all'utente finale, all'elettore. L'elettore, al massimo trenta giorni prima delle elezioni, si troverebbe a poter valutare i programmi delle parti confrontando pere con pere e non mele con pere, saprebbe che ciò che sta per votare può essere realizzato, avrebbe - in definitiva - le idee un po' più chiare su ciò su cui si deve esprimere. Un po' più di correttezza verso l'elettore e di chiarezza delle proposte: ecco un primo passo della buona politica. Troppo difficile.


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