giovedì 10 aprile 2008
Allora, vuole il Quirinale: il Pd faccia sloggiare Giorgio Napolitano, se intende avere la presidenza del Senato o della Camera. Veltroni deve garantire personalmente che impedire i soliti brogli con cui il centrosinistra vince le elezioni. I magistrati si preparino: visite psichiatriche periodiche, se Berlusconi tornerà a palazzo Chigi. Una, cento enormità? Certo, ma c'è di peggio: inquietante e intrecciata. A freddo, Marcello Dell'Utri annuncia che se la destra vincerà, ridimensionerebbe la Resistenza facendo riscrivere i libri di storia: ovvero, la storia stessa.
Torna il solito, vecchio revisionismo anti-resistenziale, che il pregiudicato Dell'Utri non ha mai manifestato? Un pretesto. Propone, e il suo capo dispone, il revisionismo che davvero interessa: verso la mafia. Come? Con le parole più indecenti, un insulto agli uomini dello Stato massacrati da Cosa nostra. Viene proclamato “eroe” lo stalliere Mangano, il fidato uomo d'onore che vigilava sulla famiglia del Cavaliere ad Arcore: condannato per mafia a lunghi anni di carcere. Dell'Utri lo proclama “eroe” (i pentiti sono pericolosi soggetti psichiatrici) e Berlusconi conferma.
Una sola domanda. Se non si votasse in Sicilia - decisiva per il Parlamento e per la Regione del favoreggiatore di mafiosi Cuffaro - Dell'Utri avrebbe esaltato l'eroismo del mafioso Mangano, Berlusconi avrebbe sottoscritto la sortita del co-fondatore di Forza Italia, condannato in primo grado per mafia? È una scelta premeditata, di “menti raffinatissime” avrebbe detto Giovanni Falcone. Senza un vago spunto d'attualità, a micidiale orologeria come un'auto-bomba politico-elettorale. Siamo non autorizzati ma obbligati a pensare che sia stato lanciato un messaggio pazzesco. Non in codice, cifrato: in chiaro, sfrontato. Se all'improvviso un mafioso conclamato e condannato diventa, a molti anni dalla morte, un eroe-vittima e i pentiti sono i veri mascalzoni, cosa si manda a dire alle cosche, alla società dei disonore, mentre scorrono gli ultimi tre giorni prima delle elezioni?
Ciascuno si dia la risposta che crede. Ma a meno di essere rimbecilliti, dev'essere interpretato come un annuncio preciso, un programma mirato. Se lo stalliere-mafioso viene riscattato e onorato, benché inespresse ci sono altre conclusioni: ovvie. Mangano eroe-vittima, ergo Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino felloni giustamente colpiti. Revisionismo brutale, osceno. Indirizzato alla mafia alla vigilia del voto: una variante della strategia di Riina che voleva imporre la sua legge allo Stato. Dell'Utri e Berlusconi dicano ora quel che gli pare. Dopo aver sentito o letto le loro parole, nessuno potrà impedire ai cittadini dabbene di considerarle un devastante appello elettorale a Cosa nostra. In una Sicilia che vede finalmente anche gli imprenditori ribellarsi con una parte crescente di società civile. Le icone della rivolta contro l'illegalità non devono essere più i martiri della mafia, bensì lo stalliere-mafioso di Arcore: parola di Dell'Utri e Berlusconi.
È una tale infamia da ridimensionare la gravità, che resta enorme, delle sortite con cui Berlusconi in poche ore ha annunciato: 1) il Presidente della Repubblica dovrebbe lasciargli libera la poltrona, previo dimissionamento indotto dal Pd in cambio della guida di uno dei rami del Parlamento; 2) Veltroni va ritenuto personalmente responsabile dei brogli elettorali che certissimamente saranno attuati dal centrosinistra; 3) i magistrati sono da considerare tutti potenzialmente pericolosi squilibrati, cui imporre visite psichiatriche, salvo il ricorso alla camicia di forza.
Gli avversari di Berlusconi continuano a fare un tragico errore. È vero, è controproducente demonizzarlo. Ma è anche più grave per il Paese non prendere sul serio le sue parole, non considerarle per quel che sono: eversive, enunciate nel tono svagato da squalo-ridens. Progetti concreti da perseguire con mezzi e determinazione illimitati. Altro che Caimano! Ha messo sotto tiro Napolitano, «comunista eletto dalla sinistra» (l'unico ex Pci che dal 1976 era ammesso ufficialmente negli Usa dal governo), accusandolo di essergli ostile. Ha rettificato davanti alle proteste generalizzate ma peggiorando la situazione. Precisando che si riferiva a Carlo Azeglio Ciampi, un altro pericoloso estremista suo nemico, transitato per il Quirinale e detestato dagli italiani. Ora, di nuovo a freddo, lancia l'attacco estremo, incredibile. Se perderà le elezioni, il centrosinistra potrebbe avere il premio di consolazione: la presidenza di Camera o del Senato. Col trascurabile passaggio di dover convincere Napolitano a dimettersi.
Qualcuno obbietta che si tratta delle solite sparate inoffensive? I più vicini consiglieri e i confidenti più fidati sanno, dicono e scrivono da anni che il Cavaliere vuole il Quirinale a tutti i costi. In precedenza, per finire in bellezza la strepitosa disastrosa avventura politica. Ora perché non ha alcuna voglia, anzi una fifa blu di dover governare potendo promettere solo lacrime e sangue: non più sogni e miracoli da mago Merlino. Con decisioni dure e impopolari, di quelle che schiantano il consenso in pochi mesi. Come è accaduto in Francia a Sarkozy, precipitato negli umori popolari in nove mesi, il tempo di una gravidanza. Figurarsi Berlusconi, certamente strattonato dalla Lega e altri alleati infidi, costretto senza sapere come ad affrontare subito il ciclone-Alitalia dopo aver impedito l'acquisto da parte dei francesi per il ricatto di Bossi, già scalpitante.
L'unica uscita di sicurezza che Berlusconi intravvede è dunque il Quirinale. Occupato? Qalcuno faccia sgomberare l'inquilino, sarà ricompensato. C'è tutto Berlusconi in questa oscena pretesa. Una rete televisiva in più, una o altre sette ville: cos'è in fondo il Quirinale per il Cavaliere-scambista? Un altro palazzo da annettere al suo personale Palazzo. Gli italiani sono giustamente allarmati, come tutto il mondo del resto, dalla recessione economica innescata dalle follie di George Bush: cui è rimasto come solo amico appunto Berlusconi. Ma c'è da tremare e reagire, prima il Caimano devasti ulteriormente la dignità residua delle istituzioni e la legalità. Peggiora con l'età, incalzato dagli anni, si fa coerentemente più pericoloso.
Un ex e di nuovo aspirante capo del governo si accoda al suo uomo di punta e sponsorizza di fatto l'appello elettorale di Dell'Utri a Cosa nostra. La beatificazione post-mortem dell'eroico stalliere-mafioso di Arcore è un annuncio da far tremare gli italiani ben più della crisi economica. Dura ma rimediabile: come altre in passato. Terrificante e irrimediabile è la visione delle mani sul Quirinale di un satrapo spregiudicato ed eversivo: le azioni vanno chiamate col loro nome. Pronto a tutto. Anche ad assecondare Dell'Utri, il deus ex machina delle oscure origini, il più intelligente e pericoloso, nell'operazione “mani tese”: alla mafia. Come i soldi, i voti non puzzano: profumano, se portano alla vittoria: fino alla presidenza della Repubblica, povera Italia. (gm)
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