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giovedì 10 aprile 2008

Intervista a Soru: «Alla Regione
sino in fondo, ho una sola parola»
Berlusconi «pochezza umana
con cattivo gusto, un voto positivo»

di Giorgio Melis

Se amasse la retorica, direbbe: Hic manebo optime. Renato Soru è diretto, dribbla l'enfasi. «Si vota per scegliere tra Berlusconi e Veltroni, non su me. L'unica cosa certa è che non mi dimetterò comunque vada. Era sicuro da quando l'ho detto in Consiglio, mi dissero che avevo fatto male, mi indebolivo. Era la mia decisione, giusto renderla nota. Dico quel che penso e penso quel che farò».

Eppure c'è un tam tam incalzante: dopo il voto, Soru si dimetterà. Se il voto andrà male al Pd per giocare d'anticipo con alleati e avversari. Se andrà bene, per sfruttare il vento favorevole.

- Sicuro di non avere la tentazione?

«Certissimo. Io vado fino in fondo. Non mi piacciono le parole al vento. Ho preso un impegno ben prima che si parlasse di elezioni. Lo manterrò. Percorrerò fino al termine la strada che ho imboccato. Non devo e non voglio sottrarmi in anticipo, tatticamente, al giudizio dei sardi. La furbizia e l'opportunismo non sono il mio forte. È così difficile credere a quel che dice una persona?».

vignetta - Al presidente Soru non e' piaciuto il comizio fatto da Berlusconi sotto casa sua

- Non è questione di difficoltà. È che il mondo in politica va così. Si dice bianco pensando al nero, massimo al grigio. Fassino è stato molto determinato, si è chiesto perché mai lei dovrebbe dimettersi. Ma molti pensano che non sia più da tempo un parvenu, che abbia metabolizzato la politica e i suoi machiavellismi. O no?

«Proprio no. Ho preso atto delle complicazioni della politica, non posso eluderle. Ma non le faccio mie, resto quel che ero: almeno quando prendo un impegno. Tutte queste certezze su quel che farò mi sembrano esagerate. Basterà attendere poco tempo e gli scettici dovranno convincersi: non c'è doppiezza nelle mie parole».

- Che fa, “incacchiato”, come dice di lei Berlusconi? Anzi, è venuto a dirglielo proprio sotto casa. Ha ragione il Cavaliere…

«Ha torto, come su tante cose. Se la serietà per lui è quel che ha detto, sbaglia ancora. Io non dico e smentisco a ore alterne. Cerco di mantenere la parola data. Dalle mie parti questa è serietà, non altro: oltretutto volgare».

- Insomma si è arrabbiato per quella definizione. Il Cavaliere dice di tutto…

«Arrabbiato? Semmai intristito. Ciascuno usa il linguaggio che gli garba o gli è congeniale. A me non ha fatto né caldo né freddo. Ma un ex presidente del Consiglio non dovrebbe ricorrere deliberatamente a termini normali in privato ma in pubblico, e in quel luogo oltretutto, poco adatti a una figura istituzionale. Questione di gusti. E di stile».

- Il Cavaliere è andato a provocarla a domicilio. Non ha gradito, evidentemente.

«Avrei dovuto? Lui cos'avrebbe detto e fatto se Veltroni o Bertinotti, che non sono tipi da sceneggiate, fossero andati davanti a casa sua a polemizzare, provare perfino a offenderlo? Cos'avrebbe detto e fatto se quella stessa casa fosse stata assalita con la sua famiglia dentro e qualcuno avesse progettato di incendiarla? Avrebbe riso, si sarebbe divertito? Non ho detto niente, rispondo solo a domande, senza entusiasmo. Oltre al cattivo gusto, mi è sembrato un segno di pochezza umana. Con tante piazze a disposizione, non era obbligatorio usare per un comizio quella dove è stata appena santificata una suora e dove si attende la visita del Papa. Anche in campagna elettorale, un poco di sensibilità si deve pretendere da tutti. Soprattutto da un ex capo di governo».

- Però non può sottrarsi alla polemica. A lei non piace che si dica ma è comunque il punto di riferimento, pro e contro, della campagna elettorale in Sardegna. Non può ignorare questo ruolo, tutti glielo attribuiscono.

«Non ho fatto niente per attirarmelo. Capisco benissimo ma che c'entra questo con la personalizzazione anche a domicilio, come dice lei? Da parte di Berlusconi, lo spostamento dell'attenzione nei miei confronti dimostra l'impotenza a imporre il suo gioco, mi pare anche la paura di confrontarsi con Veltroni. È lui il suo avversario: ma lo evita. Avrebbe fatto bene a non scappare anziché concentrarsi su di me. Si presenta a quasi 72 anni per la quinta volta contro un avversario che ne ha venti in meno e si propone per la prima volta: ma lo evita. È stato battuto alle urne ma prima ha avvelenato i pozzi con una pessima legge elettorale, per impedire a Prodi di governare. Non è così che si fa il bene del proprio Paese».

- Ma i sondaggi dicono che oltre metà degli italiani non gli ha voltato le spalle. Come andrà il voto, cosa prevede, specie in Sardegna?

«Penso che gli italiani possano riservare una grande sorpresa. In giro con Veltroni, ho avuto la sensazione di un interesse crescente per la nostra posizione. Penso che stia cambiando il clima generale. E che stia crescendo la disaffezione verso un signore che a 72 anni vuole tornare al potere dopo aver fatto terra bruciata. Pronto a chiamare tutti, da Ciarrapico ad Alessandra Mussolini, Dini che cambia idea dal mattino alla sera e altri. Staremo vedere».

- Hanno destato sorpresa gli applausi per lei a Olbia, il coro nel comizio con Veltroni che aveva nominato anche Cabras, l'accoglienza a Portovesme. Sta passando il peggio, magari per i progetti che vanno in porto?

«Posso sperarlo ma lo si vedrà più avanti. Non ora, perché comunque questo è un voto politico nazionale, i fattori locali non devono essere determinanti».

- Fattori locali? Ma il il Pdl candida ed eleggerà sei parlamentari non sardi o sardi solo di cognome. Anche il Pd ha fatto la sua parte, benché minima. Possiamo permetterci di regalare deputati e senatori?

«E' un ulteriore effetto negativo di una pessima legge. Sono aperto al mondo, ma qui si tratta di altro. Per il futuro, dovremo garantire che non si tradisca lo spirito delle leggi sulla rappresentanza territoriale dei parlamentari. È un fondamento universale. Anche su questo, il mio impegno sarà forte e chiaro: fino in fondo».


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