giovedì 10 aprile 2008
Interventi.
di Alberto Mario DeLogu
Non è tempo di parlare di Pacs, di Dico, né d'altre fumoserie socio-sperimentali, nell'Italia della benzina a un euro e mezzo e del pane che costa al chilo quanto l'un per cento di uno stipendio da precario.
Vista da lontano, la querelle italiana sulla regolamentazione legislativa sulle coppie di fatto ha tutta l'aria eroicamente stantìa d'una vecchia foto di trincea della Grande Guerra.
Sarà la lontananza dal Sacro Soglio, o la gioiosa assenza di fardelli storici, sacri terrori e deferenze altomedievali, fattostà che altrove nel mondo il problema del riconoscimento dei diritti delle coppie atipiche (non sposate, omosessuali ecc.) è ormai un dato di fatto. Ovvero un non-problema. Un “non-event”, come si dice nei paesi anglofoni.
Le mie amiche Susan e Anne-Marie formano una coppia solida, con una convivenza di quindici anni alle spalle. Susan, quarantenne di Toronto, si è accorta di essere lesbica già dalle scuole superiori, e da quel momento la sua vita è scorsa tranquilla, nella lucidità piena della propria sessualità.
Per la compagna Anne-Marie il percorso è stato più accidentato: di famiglia cattolica, è dovuta passare attraverso le forche caudine della negazione di sé, di un matrimonio ovviamente fallimentare, dell'ostracismo familiare, ed infine di una tardiva presa di coscienza. Dieci anni fa, Susan lancia l'idea: «Ti piacerebbe avere un figlio?». Si potrebbe adottare, dal momento che in Canada l'adozione è consentita anche alle coppie omosessuali. «No» rilancia invece Susan, «preferirei che lo concepissi tu».
È presto fatto: il dipartimento di biologia riproduttiva dell'ospedale Mount Sinai di Toronto offre un ciclo completo d'inseminazione artificiale a tutte le coppie che ne facciano richiesta. Lo sperma proviene da una banca del seme, una delle tante che si trovano in città.
Dieci anni dopo, la piccola Maya è una vivace brunetta coi capelli lunghi che gioca rumorosamente con un gruppo di coetanei nel giardino sul retro, mentre le genitrici sorseggiano Chianti e mangiano arancini alla festa dei quarant'anni della loro migliore amica Luisa, eterosessuale italiana, sposata con due figli.
Osservo la piccola Maya: sembra tranquilla e a suo completo agio con i maschietti del gruppo. Chiedo ad Anne-Marie: «Che orientamento sessuale pensate che avrà?». Lei sorride: «Quello non spetta a noi deciderlo, e non spetta neanche a lei. Non è una scelta, sai».
E già, non è una scelta. Ed a pensarci bene, chi mai rinuncerebbe al plauso sociale di cui gode l'eterosessualità per incamminarsi lungo un calvario di umiliazioni, disprezzo e solitudine?
Chiedo a Susan se la piccola abbia dei modelli maschili. Mi risponde: «Mio fratello, mio cognato e mio padre, tre ottimi modelli, non potremmo chiedere di meglio». Molto meglio, rifletto, delle miriadi di padri assenteisti, violenti, anaffettivi o variamente disfunzionali che tengono in ostaggio milioni d'altre famiglie.
E a proposito di padri. Il mio amico Marco è un cinquantenne italiano che vive a Montréal da trent'anni. L'anno prossimo si sposerà con Francisco, suo compagno da vent'anni, spagnolo, di dieci anni più giovane di lui.
L'estate scorsa ci hanno invitato a casa loro, ed insieme ad un gruppone d'altri amici festanti abbiamo celebrato il loro fidanzamento. È stata una cerimonietta breve e toccante, sul soppalco in legno lungo il fiume che scorre dietro casa.
Hanno chiesto a me e a mia moglie di far da testimoni delle nozze. Abbiamo accettato con adolescenziale entusiasmo. Francisco vorrebbe sposarsi a Granada, nella sua natìa Andalusìa, ma Marco preferisce farlo davanti a tutti gli amici di sempre, più che davanti ad un parentado non sempre solidale e non necessariamente simpatetico.
Il mio figlioletto di due anni e mezzo adora Francisco, lo riconosce festoso sin da quando aveva un anno, e gli chiede in continuazione di fargli vedere il suo garage pieno d'attrezzi da bricolage. In questo mondo irto di pedofili, maniaci e svariati bruti, non esiterei un istante a lasciare mio figlio alla custodia di Francisco e di Marco. So che lo circonderebbero di cure, amore e rispetto, e lo difenderebbero come se fosse un loro figlio.
Curioso, perché Francisco è contrario all'adozione per genitori gay. Un'opinione rispettabile. Peraltro diversa da quella di Marco.
Irrilevanti entrambe, del resto, rispetto alla mia adamantina convinzione che sia l'uno che l'altro sarebbero ottimi genitori.
Questa è la mia famiglia. È una famiglia allargata, calda, ricolma d'affetti veri e d'amici onesti e sinceri. Ed è una famiglia che mi riprometto di difendere con le unghie e con i denti dal soffio venefico e mortifero del moralismo che promana dalle tonache e dalle barbe d'ogni cattedrale, moschea o sinagoga.
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