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martedì 8 aprile 2008

Il Cavalier ruspante e la casa bianca
del “monarca”: sfida a domicilio
contro Soru, troppa grazia poco spirito

di Cinzia Isola

Il Popolo delle libertà stavolta è anche il popolo delle grandi occasioni. E della pazienza: solo qualche fischio, quando perdona a Silvio il ritardo di oltre un'ora rispetto a quella fissata per il comizio. Sarà l'attesa, ma la platea è tiepida. E anche il Cavaliere, energico mattatore di ogni adunata, è sottotono. Non l'aiutano la voce affaticata già dal mattino, il colorito aragosta e neppure l'abituale look casual chic da settantenne impenitente: completo blu, camicia senza cravatta. Difficoltosa anche la ricerca della battuta felina e strappa applausi. Una tigre ingabbiata dalla retorica già vista e sentita.

L'esordio prometteva scintille, ma è stato solo un fuoco di paglia: «Non vorrei che vi avessero detto che dovesse arrivare il Papa». L'applausometro regala la prima soddisfazione a Berlusconi. Ma rispettando il filone del Pdl made in Sardinia, non priva Soru - che volendo avrebbe potuto seguire il comizio dal balcone di casa - della seconda imbeccata vincente: «Sarà un po' incacchiato, il signore qua a sinistra». Fa il grillo parlante quando riprende il tormentone indigeno del “monarca costituzionale”. Applausi, e il Cavaliere sorridente concede il bis: «Quando veniva in Consiglio dei ministri e mi salutava, pensavo: questo è un po' svitato».

Per spiegarsi mima la stretta di mano con una giovine popolana della libertà, dopo aver declinato l'attore maschio: «Preferisco una di loro», recita galante l'abbronzato show man delle libertà. La gente ride. Così, ottiene quello che sa fare meglio. Soru diventerà il leit motiv della serata. Tutto tremendamente scontato. Come i cori per ingannare l'attesa prima dell'arrivo di Verlusconi: «Soru, Soru vaff...». Pochi per la verità, e consolidati: «Soru vieni a pescare con noi ci manca il verme». Folklore da stadio anni ottanta.

Stessa piazza, stesso colore, nero, di quella notte di straordinaria follia. Quando, a metà gennaio scorso, sotto la casa del presidente della Regione si scatenò una vera e propria guerriglia urbana istigata da sobillatori anti rifiuti napoletani e culminata con la città messa a fuoco e fiamme da facinorosi ultras. La piazza stavolta è pacifica. Anzi, pacificata. L'hanno pure fatta accomodare sulle migliaia di sedie ben disposte in lungo e in largo su viale Diaz.. Non sufficienti per tutti, ma certamente gradite dai più attempati supporter di re Silvio.

I giovani di Forza italia sono la coreografia del palco. Fino al suo arrivo hanno cantato la colonna sonora del Pdl, ondeggiando con le braccia. Anche in platea qualcuno canticchia. Il ritornello è facile, orecchiabile. In due parole: facilmente riproducibile. Così uniti e così diversi. Il popolo delle libertà accoglie e raccoglie tutti. Il look è vario: dalle tute da ginnastica al cappotto con girocollo ghepardato. Dalle super raffinate chiome biondo platino alle scompigliate teste di chi il parrucchiere non può permetterselo. Neppure per il grande evento.

C'è chi urla “grazie Silvio” sguaiatamente e chi, sobrio, ascolta in silenzio il verbo del Cavaliere. I giovani sono tanti, look da Amici di Maria, oppure impomatato, stile “guardia del corpo”. C'è la città, per Berlusconi, ma anche la provincia. Molti zainetti tra il popolo seduto sulle sedie rosse: alcuni sembrano in gita, venuti da chissà dove. Silvio non rinuncia al confronto: «Siete il doppio di quelli per Veltroni». Un po' esagerato il Cavaliere ruspante. E non conta, non può, i numerosi curiosi. Quelli che sghignazzano e ammettono di essere lì per ridere. Sono molti pure quelli. La polizia ne allontanerà alcuni, senza clamore o disordini. Non c'è il tanto. Sono sparpagliati qua e là i curiosi del fenomeno Berlusconi.

Il tifo da stadio non decolla. Per estorcere qualche applauso dagli astanti dovrà riciclarsi in versione anti Soru pure lui. Sbeffeggiandolo sul personale: «La giornata per lui inizia male, quando si guarda allo specchio». Solletica quella ilarità un po' stiracchiata e volgare quando chiama la Santanché “una bella sberla”. Che regala punti a Veltroni, per niente sberla.

Non tutti reggono l'infaticabile leader super abbronzato fino alla fine. A gruppi, i meno resistenti abbandonano la scena. Invece Silvio non sembra voler lasciare il palcoscenico neppure dopo oltre un'ora e mezzo di comizio rauco. Incita gli apostoli a fare i missionari della libertà: «Andate a predicare e convertite le genti». Il verbo del Cavaliere ha perso splendore, e ottimismo: per vincere stavolta ha bisogno del porta a porta.


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