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martedì 8 aprile 2008

Caro papa-re Silvio, ricordi ancor?
Passato narciso, futuro alle spalle
Soru “incacchiato”, lui abbacchiato
Cavalier aragosta, di cattivo gusto

di Giorgio Melis

Silvio, rimembri ancor? Quando spopolavi in piazza, entusiasmavi, travolgente e irresistibile? È passata. Magari o probabilmente vincerà le elezioni. Ma ha perso quasi tutto quel che ne aveva fatto il mattatore d'Italia, il dominus irresistibile. Non è solo questione d'età. Anche se pesa il troppo trucco, l'abbronzatura esagerata, il casual ventenne di un settuagenario con la faccia di cuoio conciato, una maschera di rughe bloccate da una patina di gesso aragosta. Nessun compiacimento. Però non si può rifiutare l'età, negare che gli anni ci sono e camuffarli, cancellarli con un atto d'imperio. Si cade nel ridicolo, contro se stessi. Orgoglio e narcisismo smisurati, oltre ogni misura. Purtroppo, non riesce a resistere.

E allora, che superbia vanesia la scelta della piazza dei Centomila: la ribalta di due grandi Papi ora in attesa del terzo. Non si può pretendere lo scenario papale e attrarre solo cinque dei centomila da cui ha preso il nome nell'aprile del 1974, sotto lo sguardo blu di Paolo VI e dieci anni dopo davanti a quello sfolgorante di Wojtyla. Che succede, Cavaliere? Si fascia nel trionfo annunciato e poi ad attenderlo c'è meno gente di quella richiamata da Veltroni. Che non è un mattatore travolgente. E poi l'altro parlava in contemporanea con Fini, a ora disagiata e fresca. Mentre a Silvio il tempo ha riservato un pomeriggio semiestivo, in esclusiva, senza concorrenza d'altre piazze. Quella di Veltroni, dedicata a Garibaldi, non è comoda e attraente come questa affacciata sul mare, sotto Bonaria. Magari non fa testo, però fa pensare: anche affascinare stanca, anzi ha stancato.

Il Cavaliere tiene botta ma non incanta più. Non accetta un minimo di misura, scade nel varietà da Bagaglino. Troppe battutine: è tempo di serietà. Esagera in dubbio gusto. Daniela Santanché diventa “una grande sberla”: volgaroccio. Ricorda i film cochon con Pierino assatanato dalla “Bernarda quant'è bella, quant'è calda”. Via, la goliardia settuagenaria, in quello scenario fresco di beatificazione con vescovi e cardinali, preludio al terzo passaggio papale in 30 anni, è solo patetica.

Ha provato a maramaldeggiare su Renato Soru. Forse la piazza è stata voluta anche perché sopra c'è la sua casa bianca, che peraltro da troppo poco tempo di farsi nera per fuoco premeditato e sventato. Fosse accaduto a lui, il cavaliere si sarebbe rivolto come minimo all'Onu. Un anziano ex premier non scade nei toni verso un avversario peraltro poco impressionabile. Soru sarà pure “incacchiato”. Ma il Cavaliere che lo dice appare proprio abbacchiato, un poco bollito. Con toni da caserma e cadute di stile. La platea lo capisce, le standing ovation (ma poi, soli cinquemila, neanche mezza curva di San Siro…) sono un ricordo nostalgico.

Vincerà ancora, forse o probabilmente. Ma non trascina e non diverte. Ripetitivo. Ancora gli apostoli (inclusi quelli paracadutati della “legione straniera” inflitta alle urne dei sardi) che per lui vanno a predicare e convertire al voto, al voto: alcuni dediti anche a opere di bene, proprio naturalmente. Tutto scontato ma evitabile. Nota beffardo Ghighi Gessa: Berlusconi ha evitato il cruciale passaggio a Sant'Elia, forse un altro suo devoto. Peccato, si fosse spinto fino al borgo, si sarebbe davvero confrontato con l'ombra di un grande Papa. Quasi al suo pari.


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