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domenica 6 aprile 2008

Il “ponte” giuridico del Pdl alla Sardegna
Pisanu: nuovo patto con lo Stato
La legione straniera? «Personaggi preparati»

Alla fine ci pensa Beppe Pisanu, che in quanto a esperienza politica dentro il Pdl è una spanna sopra tutti: Cavaliere compreso. Parla per ultimo, alla convention organizzata da Ada Lai per Emilio Floris, come si conviene agli ospiti di riguardo. E traccia, dopo una lunga serie di interventi, quello che è il programma politico del partito di Silvio Berlusconi: sa bene che ci sarebbe da illustrare pure quello, oltre a dare addosso al “monarca” Renato Soru. Perché se non ci fosse Pisanu, il messaggio si ridurrebbe questo: votate noi per dare una legnata a lui. Potrebbe funzionare, ma solo fino a un certo punto.

Non che Pisanu si tiri indietro, anzi. Su Soru e Veltroni ci va giù pesante: è l'escamotage per infiammare la platea e piazzare lì il programma, sintetizzato in tre punti importanti. Poi, da politico scafato, manda in buca la biglia finale: quel programma «si intreccia in Sardegna» con le quattro proposte che saranno la base del Popolo dell'autonomia. In più una modifica della Costituzione a tutto vantaggio dell'isola: tutto «realistico e realizzabile».

Però parte da lontano: «Appena arrivato qui Veltroni si è premurato di chiarire che non c'è correlazione tra il voto alle elezioni nazionali e quello alle regionali. Non è una novità: a Roma cercano di far dimenticare Prodi, a Napoli Bassolino e in Sardegna Soru». Il giorno dopo lo scenario era già cambiato «per le rimostranze dell'ombroso uomo di Sanluri»: allora il leader del Pd «ci ha detto della Solar Valley e del nostro bellissimo clima. Altro che Solar Valley, siamo in una valle di lacrime. E del nostro clima lo sapevamo già: anche che Soru alla Regione è un cataclisma, un po' dopo, ma ce ne siamo accorti».

La strada è pronta per l'attacco alla «paralisi generata dal malgoverno: con la mortificazione degli enti locali ma i favori agli amici o agli amici degli amici, che ci sono sempre. Per non dire dell'immondizia prodotta a Napoli e portata qui, alla faccia dello slogan Sardegna fatti bella». Tutto per arrivare alla stoccata finale: «Soru sta alla Sardegna come Prodi sta all'Italia», perché «ai fatti non si sfugge: cresce l'inflazione nel paese e a Cagliari abbiamo il record del 4 per cento». In sintesi: «L'Italia sta male, la Sardegna peggio».

È il momento dei concetti più generali: sull'aumento dei prezzi a fronte di salari e pensioni uguali, quindi la domanda interna ferma; sull'immigrazione interna «che è tornata ai livelli degli anni record»; sul Fondo Monetario Internazionale, che «assegna al paese un tasso di crescita dello 0,3 per cento, quattro volte inferiore alla media europea». Certo: «Non sarà imputabile al genio di Sanluri ma noi guardiamo in faccia a questa realtà».

Ecco il programma (ma molte sedie in platea sono già di nuovo libere): «Il Pdl cerca di intrecciare il programma economico a quello sociale. Con meno tasse sulla famiglia: da calcolare non sul reddito ma sui quozienti familiari, sul numero di componenti» e su quanto quel reddito ci incida sopra. C'è «l'abolizione dell'imposta sulla prima casa, che è una tassa iniqua». Ci sono le misure in materia di occupazione: «L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro, ma è anche il paese che il lavoro lo tassa di più». Mica facile da cambiare in qualche anno: «Ma possiamo iniziare a detassare gli straordinari, poi la tredicesima: chi lavora e produce di più sia anche pagato di più». Poi «detassare le imprese: serve creare più ricchezza». Niente sui precari o sulla disoccupazione: ma la ricetta l'aveva già dettata Berlusconi.

Per la Sardegna ci sono quattro proposte specifiche: una legge organica sull'ambiente «per conciliare la salvaguardia della natura con lo sviluppo economico»; la realizzazione del gasdotto dall'Algeria «che noi avevamo proposto»: il completamento della viabilità interna «che noi avevamo ampiamente finanziato»; il ripristino della continuità territoriali «come l'avevamo messa in pratica noi». Tutto riassunto nella proposta di modifica costituzionale che «riconosca il disagio dell'insularità che lo stato deve colmare: non un ponte di Messina ma un ponte giuridico e morale che consenta ai sardi di partire alla pari. Non vogliamo privilegi ma la possibilità di partire con gli altri: poi chi avrà più fiato arriverà in fondo».

Allora il governo nazionale è «il trampolino di lancio» perché in Sardegna «il Popolo per l'Autonomia vada oltre il Pdl: permette la costruzione di un serio progetto alternativo a Soru e alle sinistre». Applausi a scena aperta.

Però c'è qualcosa che non torna, e proviamo a chiedere.

- Non c'è contraddizione tra il Popolo per l'Autonomia e le liste del Pdl, con diversi candidati di ritorno o paracadutati in Sardegna?

«I candidati che provengono da fuori ci sono dappertutto, anche nel Pd. Da noi sono solo due: Barbareschi e Saltamartini, uomini di cultura e molto preparati».

- L'architetto Vella è di stanza in Gallura ma non è sardo, l'ha voluto solo Berlusconi per ragioni fin troppo note, raccontate da Gian Antonio Stella…

«È un tecnico che conosce il territorio, e sta in Sardegna da molti anni».

- Fa il paio con Piero Testoni, che è sardo ma lontano dall'isola da decenni. E torna da eletto sicuro.

«Anche io sono lontano dall'isola da molto tempo. Sono stato eletto anche in Calabria, ma non per questo mi sento meno sardo».

- Però resta fuori uno come Massimo Fantola, che in Sardegna ha sempre lavorato. Come si spiega questo ai Riformatori, in vista delle regionali del 2009?

«Non hanno un incarico di prestigio ma è un problema che ci siamo posti noi per primi. Ma le scelte non incrinano i rapporti politici, che erano e restano buonissimi».

Fine del tempo a disposizione, la scorta lo attende: probabilmente anche il pranzo offerto da Floris.

(ma. mu.)


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