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venerdì 4 aprile 2008

I bugiardi cadono prima degli zoppi
ma solo in Spagna: in Italia
invece possono vincere le elezioni

di Raffaele Deidda

Diversi opinionisti spagnoli hanno individuato fra le cause della sconfitta del candidato premier del Partito popolare, Mariano Rajoy, alle elezioni per il rinnovo del Parlamento, le “bugie” e le dichiarazioni contraddittorie venute allo scoperto durante la campagna elettorale che ha premiato, invece, Luis Zapatero. Un vecchio proverbio spagnolo dice: primero cae un mentiroso que un cojo (cade prima un bugiardo di uno zoppo). Il detto popolare è stato rispolverato ad elezioni concluse con la considerazione che quando un uomo mente permanentemente diventa un “bugiardo compulsivo” o, più coloritamente, un “pinocchio vocazionale”. E ciò è sufficiente ad escluderlo da un incarico di alta responsabilità come il governo di qualunque Paese mediamente civilizzato e dotato di coscienza etica di tipo “intelligente”.

Quando un politico fa promesse elettorali può esagerare, manifestare eccessi di ottimismo, apparire sognatore. Non può però - ritengono gli osservatori iberici - mentire in modo premeditato, cosciente, volontario. Di fatto a Rajoy viene rimproverato di aver ipocritamente celato quella che poi è stata individuata come la sua vera ideologia, omofobica e cattolico-fondamentalista, diventando così per la maggioranza degli spagnoli inidoneo a reggere un governo laico, democratico e moderno, avendo ingannato l'opinione pubblica fingendosi uomo di centro “moderato”.

Rajoy aveva a suo tempo assicurato di non essere contrario alla legge sui matrimoni gay ma solo di ritenere improprio il termine matrimonio, asserendo di essere d'accordo ad equiparare i diritti degli omosessuali con quelli degli eterosessuali e non ponendo alcuna riserva di tipo morale alla legge, se non per un aspetto puramente semantico, preferendo chiamarle unioni e non matrimoni omosessuali. Ciò che gli osservatori spagnoli rilevano è che questi atteggiamenti morbidi di Rajoy erano mirati ad acquisire consensi al centro ma anche a sinistra, essendo il leader del PP consapevole che un conservatore di destra avrebbe avuto ben poche chances di diventare il presidente del Consiglio spagnolo.

Eppure il candidato premier Rajoy aveva deciso di accontentare i settori più oltranzisti della sua formazione e di non candidare il sindaco di Madrid, Alberto Ruiz-Gallardon, un centrista moderato molto apprezzato per la sua gestione della capitale e rieletto nel 2007 alla massima carica cittadina. Questa decisione, a favore della corrente di destra più conservatrice nei rapporti fra lo Stato e le regioni autonome spagnole e nelle questioni “morali”, era stata vista dagli osservatori locali come improvvida e controproducente, in quanto per vincere le elezioni sia il PSOE che il PP avrebbero dovuto conquistare gli elettori indecisi di centro, proprio nello spazio politico rappresentato soprattutto da Gallardon.

Senza l'appoggio del sindaco di Madrid, Rajoy ha dovuto quindi cavalcare tutte le istanze più conservatrici della destra e accontentare i suoi “soci episcopali”, come vengono definiti i vescovi spagnoli, dichiarando pubblicamente che, pur rispettando il Tribunale costituzionale, in caso di vittoria del PP avrebbe fatto sì che venisse abolita la legge sui matrimoni gay. La comunità gay spagnola, che rappresenta circa il 4% dell'intera popolazione, aveva duramente protestato, evidenziando il rischio del venir meno di un principio di eguaglianza e di giustizia sociale. La Conferenza Episcopale aveva invece manifestato soddisfazione per il programma del PP, avendo sempre espresso ferma condanna al matrimonio fra omosessuali.

Il considerare i gay come cittadini di seconda classe, senza gli stessi diritti del resto della popolazione, aveva fatto collocare Rajoy, dai socialisti fedeli a Zapatero, accanto agli “inquisitori” europei più anacronistici, alla stregua del francese Le Pen, e fatto evidenziare la natura xenofoba e omofobica del Partito popolare. Lo stesso Partito popolare che, con Aznar premier, aveva mentito agli spagnoli attribuendo ai terroristi baschi dell'ETA - con cui Zapatero era accusato di negoziare, e non ad Al-Qaeda - la responsabilità degli attentati dell'11 marzo 2004 a Madrid, che causarono la morte di 191 persone e provocarono 2057 feriti.

Gli spagnoli non hanno mai dimenticato che tre ore dopo le bombe Aznar si trovava al telefono con tutti i direttori dei media più importanti per assicurare che la responsabilità era dell'ETA. Lo stesso giorno dell'attentato vennero invece alla luce degli indizi che contraddicevano la versione del governo, accreditando l'ipotesi di una responsabilità di gruppi fondamentalisti islamici. In quella occasione anche il nostro pinocho vocational Berlusconi, pur di fronte all'evidenza, per dare una mano all'amico Aznar aveva dichiarato: «Sono convinto che in qualche modo l'Eta abbia avuto una parte negli attentati dell'11 marzo», giudicando troppo raffinata la tecnica, la scelta dei tempi e la contemporaneità degli attacchi perché potesse essere attribuita agli islamici la responsabilità della strage.

“Bush, Aznar, Blair e Berlusconi,: è vostra la colpa” avevano scritto ignote mani, in quei giorni, su una colonna della Puerta del Sol a Madrid. I silenzi e le omissioni e il gioco strumentale sulla strage erano costate a José Maria Aznar la dura sconfitta e l'uscita di scena con disonore tra i fischi e gli insulti della gente che urlava: «Bugiardo, tua la guerra, nostri i morti!».

Cadde allora il bugiardo Aznar e Zapatero vinse le elezioni del 2004, all'indomani del tremendo attentato di Madrid. Vinse grazie alla reazione del popolo alle menzogne di Aznar sulla responsabilità dell'ETA ed alle scelte del Partido popular, per l'occasione definito “neofranchista”, di trascinare la Spagna nell'aggressione e nell'occupazione dell'Iraq. Il 9 marzo scorso è caduto il “bugiardo” Rajoy e Zapatero ha vinto ancora, pur in presenza di un vile assassinio ad opera, questa volta sì, dell'ETA . Dopo essere caduti entrambi prima dello zoppo, senza tante storie i due leader del Partito popolare spagnolo sono usciti di scena e si sono fatti da parte, sicuramente pentiti di essere stati bugiardi.

In Italia si rischia ancora, invece, che il Cavaliere pinocchio possa vincere le elezioni e tornare al governo. È mitica una sua frase di inizio carriera politica, nel 1994: «Io dico sempre cose sincere, anche perché non ho memoria e dimenticherei le bugie. Come ci si può fidare di chi usa la menzogna come mezzo della lotta politica? La gente deve fidarsi solo di chi dice la verità». Decisamente contrastante con l'opinione di Indro Montanelli, scomparso nel 2001, che aveva avuto il Cavaliere come editore: «Silvio Berlusconi è un mentitore professionale: mente a tutti, sempre anche a se stesso, al punto da credere alle sue stesse menzogne».

In Italia può vincere ancora le elezioni colui che da 15 anni racconta montagne di bugie agli italiani, tante da non poter essere più raccolte tutte per ragioni di spazio. In campagna elettorale possono apparire “normali” le bugie del Pdl del tipo «la sinistra ha messo in ginocchio il Paese Italia» quando si parla di debito,di spesa pubblica, di avanzo primario e di tasse, pur risultando evidente come il governo Prodi abbia risanato i disastri economici provocati dai governi Berlusconi.

Non può essere considerata invece normale, perché tocca un tema sociale molto sensibile capace di creare aspettative, la bugia elettorale di voler estendere il diritto di voto agli stranieri immigrati in Italia. Bugia detta sapendo di mentire, da vero “bugiardo compulsivo”, come direbbero gli spagnoli. Berlusconi ha mentito ben sapendo che la Lega non accetterà mai il voto agli immigrati essendo più che determinata, in caso di vittoria, ad applicare con rigore la Bossi-Fini. Altro che voto agli immigrati! Il Cavalier bugiardo ancora una volta è stato frainteso: «Non voleva dire ciò che ha detto», ha comunicato l'ex ministro leghista Roberto Maroni, tranquillizzato.

Non possiamo fare a meno di rilevare sconsolatamente, ancora una volta, che non siamo un paese normale, un paese dove i bugiardi cadono prima degli zoppi e sono considerati, in ogni caso, indegni di assumere la responsabilità di governo di un paese mediamente civilizzato. Oppure, forse, in questo nostro paese i proverbi, semplicemente, non funzionano.


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