giovedì 3 aprile 2008
di Carlo Dore
Ci sono due modi di concepire lo sviluppo di una città. Da un lato quello di preoccuparsi solo dell'ordinaria amministrazione, magari con un occhio di riguardo alle pressioni delle lobby locali, con la conseguenza di non produrre niente di realmente utile e duraturo se non, addirittura, di provocare danni irreparabili all'esistente. Dall'altro quello di ragionare in grande, mettendo in cantiere opere destinate non solo a riqualificare l'esistente, ma anche a lasciare una traccia importante in chiave futura.
Se si esamina la realtà cagliaritana degli ultimi quindici anni si riscontrano sia l'uno che l'altro aspetto, solo che i protagonisti sono di diverso colore. Da una parte ci sono le asfittiche giunte comunali di centro destra che, se si eccettua il recupero di due piazze cittadine e l'abbattimento della cancellata della via Roma ad opera della prima giunta Delogu, hanno prodotto solo disastri. Dall'altro lato, vi è la giunta regionale guidata da Renato Soru che, sia pure in modo talvolta disordinato e non sempre rispettoso delle procedure e delle regole, ha comunque posto le basi per uno sviluppo futuro della città che sembra poter finalmente diventare una capitale di livello europeo.
Tornando alle giunte di destra che da quasi quindici anni imperversano sulla città, accanto al vuoto quasi totale di opere pubbliche di rilievo e di prestigio, non possono ignorarsi:
Senza contare poi l'invio al macero del progetto della metropolitana di superficie, il totale disinteresse per il parco del Molentargius e la complice tolleranza per l'insediamento abusivo di Medau su cramu.
Ce n'era abbastanza per definire quella che la destra cittadina non si stancava e non si stanca di contrabbandare come “capitale del mediterraneo” come città del terzo mondo.
Poi è arrivato Soru, con i suoi difetti ma anche con la sua fantasia, con la sua tenacia e con la sua determinazione; e anche con il prestigio che ha saputo conquistarsi fuori dalla Sardegna. Così, finalmente, il governo nazionale guidato da Romano Prodi ha dato attuazione all'art. 14 dello Statuto regionale restituendo alla Sardegna e alla città di Cagliari i beni demaniali dismessi. Beni in relazione ai quali il governo Berlusconi, non solo aveva fatto orecchie da mercante, ma aveva addirittura avviato alcune procedure di vendita (si ricordi il caso della Manifattura Tabacchi, la cui alienazione doveva contribuire a far raggranellare i fondi necessari per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina). Beni di valore inestimabile che, se utilizzati a dovere, potrebbero contribuire a cambiare il volto della città.
E che dire del rilancio del progetto della metropolitana di superficie ? E del progetto di recupero del quartiere ghetto di Sant'Elia ? E del Parco della musica (occorrerà però un sottopasso per ovviare alla chiusura della via Cao di San Marco)? E del campus universitario di viale La Playa? E dell'estremo tentativo, tanto osteggiato da personaggi ottusi, di recuperare Tuvixeddu? E, per finire, quale città italiana potrà vantare in un prossimo futuro un'opera prestigiosa come il Betile? Resterebbe solo il recupero e il rilancio dello stadio. Perché non considerarlo un bene identitario di Cagliari e della Sardegna?
La conclusione è che chi ha la pretesa di guidare una grande città non può limitarsi all'ordinaria amministrazione o farsi condizionare dalle inevitabili pressioni locali ma deve saper guardare lontano. Certamente questo era il credo di Ottone Bacaredda, lontano anni luce dagli attuali “ragionieri” della politica cagliaritana.
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