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giovedì 3 aprile 2008

Resistenze, attacchi e agguati sulla strada
verso un servizio di salute mentale
che pensi al malato prima che alla malattia

di Elvira Corona

«La salute mentale è una cosa troppo seria per essere lasciata solo nelle mani degli psichiatri». La parafrasi adattata da Alessandro Montisci - psichiatra e sostenitore di un servizio di salute mentale comunitario - rende bene il senso dell'incontro-dibattito che si è svolto ieri nella sede dell'Asarp presso il Centro di salute mentale di Cagliari, promosso dal Coordinamento regionale delle associazioni dei familiari e degli utenti dei servizi di salute mentale. Un'occasione di confronto fra quanti ritengono che in questo campo sia necessario un coinvolgimento delle migliori forze sociali e civili per sostenere il percorso di cambiamento intrapreso dall'assessorato regionale alla Sanità.

Un cambiamento sul quale non tutti sono d'accordo. Quelli che lo hanno voluto - o almeno una numerosa rappresentanza - erano presenti ieri sera. Il percorso non è certo concluso ma l'assesore Nerina Dirindin ha preso un impegno: «Non ci fermeremo ora, qualunque sia il prezzo da pagare». Parla del processo di concertazione che ha portato all'approvazione del Piano sanitario regionale: «Abbiamo ascoltato quello che avevate da dirci - voi utenti e famiglie - e da lì abbiamo capito che bisognava fare qualcosa, e subito». Ma i conti da pagare sono salati quando si vanno a toccare interessi forti: non solo le resistenze da alcuni ambienti della sanità o gli attacchi sui media, ma anche «richieste e minacce pesanti, che se ci trovassimo in altre regioni verrebbero definite mafiose», secondo l'assessore.

In realtà il cambiamento avrebbe potuto essere più veloce, «ma abbiamo scelto di non operare in maniera troppo drastica per evitare degli scontri radicali e delle rotture insanabili», ha detto l'assessore. Scontri e rotture non sono mancati, comunque, ma la rotta è segnata: «I risultati che stiamo ottenendo ci dicono che la strada è quella giusta, e l'incivile attacco delle ultime settimane è il segnale che qualcuno di sente perdente. Mi dispiace usare questo termine ma lo scontro non lo abbiamo certo voluto noi».

Il riferimento, abbastanza esplicito, è anche alla campagna mediatica intrapresa sulle pagine de L'Unione Sarda contro l'operato dell'assessorato alla Sanità in generale, e in particolare contro il direttore generale della Asl 8, Gino Gumirato, la dirigente del Dipartimento di salute mentale, Giovanna Del Giudice, e la stessa Nerina Dirindin. «Quelli che ci attaccano lo fanno in maniera talmente violenta che si fanno male da soli. Noi siamo sempre stati aperti al dialogo», insiste l'assessore, «siamo stati disponibili ad ascoltare tutti, ma quando ci sono persone che soffrono non si può stare a discutere troppo a lungo, si deve fare ciò che è meglio per gli utenti».

Ammette poi che probabilmente si è sbagliato qualcosa, se non si è arrivati ad avere un pieno consenso, ma un dialogo è ancora possibile, anche perché «non stiamo lavorando contro nessuno ma per qualcuno: gli utenti». Per quanto riguarda gli attacchi a mezzo stampa, il giudizio spetta ai lettori: se non si condividono certe posizioni, basta «non comprare più quel giornale, sarebbe già un forte segnale».

Un percorso nuovo per la salute mentale

Ma cosa prevede questo nuovo approccio nei confronti della salute mentale, e perché incontra tanti ostacoli? Punto fondamentale è sicuramente quello di ragionare sulle persone ancora prima che sulla malattia: «Mettere le competenze di psichiatri, terapeuti e operatori sociali al servizio delle persone, per creare più possibilità per loro», come ha detto Peppe dell'Acqua, direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste. «Semplici aperture nei confronti di queste persone, offrendo la possibilità di una vita dignitosa. La Sardegna è la Regione più dinamica che va verso questo cambiamento». Dell'Acqua elenca i passi avanti, inclusi nel Piano sanitario regionale approvato lo scorso anno (e nel quale c'è anche il suo contributo): un piano specifico sulla salute mentale, i centri di salute mentale (aperti tra le polemiche), il piano terapeutico. Queste le novità più significative. «Ma c'è una parte che non le condivide, perchè tutto questo va a capovolgere l'approccio verso i malati. Però è importante continuare il cammino e per farlo è necessario anche parlarne».

Secondo Paolo Pisu, consigliere regionale e membro della commissione Sanità, «la battaglia per l'applicazione della legge Basaglia non è ancora vinta. La rivoluzione mette in discussione carriere professionali, ma anche interessi economici delle case farmaceutiche. Già 30 anni fa sapevamo che non sarebbe stato facile il cambiamento». C'è bisogno di stare all'erta, ha detto il consigliere di Rifondazione comunista: «Siamo nel pieno di una ondata reazionaria che avanza su più fronti. Non solo la 180, ma anche la 194. Si tenta di rimettere in discussione tutto, non possiamo dormire di fronte a questi attacchi».

Pisu ha fatto anche un accenno alla vicenda di Giuseppe Casu, il venditore ambulante morto nel giugno del 2006 al Servizio psichiatrico di diagnosi e cura del “Santissima Trinità” di Cagliari, dopo essere stato sedato e tenuto legato per una settimana: «Ci sono stati comportamenti censurabili da parte dei sanitari ma anche da parte dell'amministrazione del comune di Quartu Sant'Elena: il sindaco è stato troppo leggero nel disporre un trattamento sanitario obbligatorio per il signor Casu». La figlia di Casu, Natascia, era presente all'incontro e con una evidente commozione ha voluto ricordare la vicenda, perché «se ci si apre al cambiamento, nessuno subirà più quello che ha subito mio padre, e la sua morte almeno potrà servire a salvare altre persone da questo tipo di trattamenti».

La situazione della psichiatria a Cagliari

«Gli psichiatri che si sono specializzati a Cagliari non hanno mai visto un paziente durante il periodo della specializzazione», ha detto Carlo Gallisai, ora direttore del Centro diagnosi e cura di Nuoro - «e tutti erano convinti che in Sardegna i piani sanitari potevano anche ispirarsi alla 180, tanto nessuno li avrebbe mai applicati. Ora che invece hanno visto che l'assessore alla sanità fa sul serio, iniziano a capire che le cose cambiano davvero».

Anche Alessando Montisci è critico nei confronti della specializzazione in psichiatria, almeno per come era a Cagliari quando lui si è specializzato (altrove), e attribuisce a questo atteggiamento critico il fatto di non essere mai stato visto di buon occhio da alcuni colleghi sardi. «Molti di quelli che si sono specializzati in psichiatria a Cagliari sono bravissimi nella diagnosi della malattia e nel relativo trattamento farmacologico: ad ogni sintomo fanno corrispondere un farmaco capace di sedarlo. In nostro approccio è diverso», spiega Montisci «ma per questo loro dicono che noi siamo degli assistenti sociali, non dei veri psichiatri. Si proclamano basagliani solo perchè erano a favore della chiusura dei manicomi, ma la 180 non è solo questo». Fondamentale è invece il lavoro di mediazione tra chi ha problemi di salute mentale e il resto della società, e per questo si devono utilizzare tutti i mezzi, non solo farmaci e contenzione: Montisci è un convinto sostenitore dei centri di salute mentale comunitari, «che siano capaci di inserire le persone nella società».

Il dibattito di ieri ha confermato che nessuno ha intenzione di fare un passo indietro, anzi. Giovanna del Giudice parla di azioni concrete, di dialogo, ma anche di dimostrazioni attraverso i fatti: «È necessario diminuire la distanza tra le parole e le pratiche, smettere di parlare e mostrare con i fatti quello che si vuole fare». E uno dei fatti che dimostrano il suo impegno è anche il proposito di impegnarsi affinchè la contenzione non venga più considerata una pratica terapeutica ma venga equiparata alla tortura: «La contenzione fisica oggi deve essere considerata una misura eccezionale, estrema, ma in molte strutture è una pratica di routine». Molti la giustificano con la presunta periclosità dei pazienti, ma secondo tutti quelli che hanno preso la parola ieri, la violenza potenziale delle persone con disturbi mentali è dovuta spesso all'ambiente circostante a alla mancata attenzione nei confronti dei loro bisogni.

A fine del dibattito ha preso la parola anche il direttore generale della Asl 8, Gino Gumirato: «Al centro del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Cagliari sono successe cose gravissime. Così come è gravissimo che ci sia un giornale mafioso che taglia e cuce notizie come meglio crede, e fa disinformazione in maniera cosciente. Ma noi non rispondiamo alle accuse che ci vengono fatte nelle pagine dei giornali, lo facciamo lavorando, lavorando, e lavorando: adesso. Saranno i risultati - poi - a darci ragione, e alcuni numeri già lo fanno». Gumirato ha parlato di riduzione del numero delle contenzioni, e di un clima nuovo che si respira da qualche settimana a questa parte all'interno dell'SPDC di Cagliari. «Noi abbiamo dalla nostra parte il potere che ci dà la legge. Che piaccia o no, la legge affida a noi la responsabilità di cambiare le pratiche nei Servizi per la salute mentale, e continueremo a farlo tutti insieme».


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