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domenica 30 marzo 2008

Non c'è santuario al sicuro dalla violenza
che assedia la Barbagia: ma la cultura
resta l'unico argine contro i codici barbari

Nanni Spissu ha scritto una lettera aperta al sindaco di Gavoi, Salvatore Lai.

Caro Salvatore, ricordo la tua reazione attenta e positiva, quando ti feci leggere un mio commento su l'Altra Voce, dopo la sanguinosa rapina di Pula. Qualche mese fa.

Non provavo pietà per quel cadavere sull'asfalto, non mi riusciva di trovare sentimenti adatti per quel cittadino delle nostre montagne della Barbagia, che aveva trovato la morte in un rapina di cui lui era autore, e a cui si era presentato armato di tutto punto e ben deciso a tutto pur di accaparrarsi il malloppo.

Abbiamo parlato assieme poi della morte di Marotto e abbiamo ricordato, assieme, quel povero vice parroco di Orgosolo, morto ammazzato, per mano ancora ignota.

Io ti ho sempre manifestato la mia convinzione che Gavoi potesse avere tutti gli anticorpi necessari per sentirsi esente da quei rischi. Tu mi avevi però messo in guardia: nei territori della Barbagia si sarebbe ormai formata una sorta di extraterritorialità del terrore.

Gruppi mobilissimi, da un paese all'altro, pronti a tutto, potevano colpire ovunque, essendo essi non riconducibili a schemi consueti. A quelli, cioè, di una malavita in qualche modo - mi si passi la metafora un po' ardita - legata all'identità, cioè a modelli di vita sociale e all'economia di quei territori. Come splendidamente ci ha raccontato Giorgio Melis nei due suoi pezzi sulla tragedia di questi giorni.

Ma mi avevi anche parlato, come tante altre volte, di Gavoi. Di un degrado che la stessa vita del paese in qualche modo iniziava a manifestare, in angoli remoti della propria vita comunitaria, ma purtuttavia preoccupanti.

E mi ricordavi la vicenda della palestra e della mensa mandate a fuoco, probabilmente, secondo un meccanismo ormai consolidato, per rivalsa contro giusti ed equi provvedimenti dell'amministrazione, secondo uno schema aduso tra chi non sente come proprio un modello di esistenza centrato sul consenso, sulla delega democratica a qualcuno perchè governi o amministri, in virtù di ordinamenti accettati e condivisi.

Abbiamo, assieme, vissuto l'esperienza della presidenza di Federico Palomba alla Regione, tu da assessore, e poi, abbandonato per strada da un partito che non aveva capito la portata del lavoro che avevi intrapreso, nella squadra della presidenza a Villa Devoto.

Da lì abbiamo vissuto la vicenda del Parco del Gennargentu, abbiamo scoperto che un presidente poteva essere bersaglio facile di insulti e minacce, abbiamo capito che con quella idea di parco aveva toccato i nervi sensibili di un territorio. Che - ci sembrava e ci sembra - non aveva saputo, voluto o potuto fare distinzione tra una procedura forse mandata avanti con troppo ottimismo e, di conseguenza, con errata percezione del consenso, e gli indiscutibili vantaggi che i territori avrebbero potuto averne.

Tu anche ieri, come altre volte, hai difeso quell'idea di Parco. Perché hai sempre visto i vantaggi in prospettiva, pur avendo chiaro che quella procedura avrebbe dovuto essere ripresa da capo, per la formazione di un consenso solido e convinto delle popolazioni o almeno delle loro avanguardie.

Ma quando ci siamo chiesti perché, abbiamo scoperto che il dibattito sul Parco del Gennargentu era difficilmente decodificabile, nei suoi contenuti, se tutto letto solo all'interno della critica a una procedura che fu detta non rispettosa e non attenta nella fase di acquisizione del consenso delle amministrazioni. Che, peraltro, in qualche modo non era affatto mancato, ma era stato, poi, sopraffatto dal rigetto di molte e importanti fette delle comunità interessate.

La terra è nostra. Ecco un'idea che affascina, ma se questa gelosia del proprio ambito territoriale dovesse presiedere a ogni decisione sull'uso dei territori, vivremmo tutti le nostre esclusive gabbie dorate, noi della città, voi della montagna o della campagna, a chiedere il salvacondotto a ogni attraversamento di confini. Noi dovremmo rinunciare alla vostra montagna, voi alla nostra città.

Tu hai un'idea avanzata dello sviluppo del tuo paese e vedi nello scambio con la città, nel valore della sua reciprocità strutturale e strutturata, una ricchezza incommensurabile per noi. Io ho condiviso questa tua idea con il mio amore per Gavoi, che tu ricambi con il tuo per Cagliari, dove vieni non più da ospite, ma da cittadino residente.

Ora Gavoi fa i conti con la tua profezia. La tua rabbia di oggi non mi sembra accompagnata dalla sorpresa: è come se la cosa tanto temuta fosse in qualche modo attesa. Questa è la mia percezione di oggi, e magari mi sbaglio.

Sento però una reattività tua altissima, che tu sindaco senti nella forza del tuo dovere di rappresentare una comunità che ha saputo manifestare la sua prossimità verso chi soffre, una famiglia e verso chi ha sofferto cosi tanto, la povera signora scomparsa per mano vile e bastarda.

Quella comunità compatta ha anche saputo manifestare la propria sofferenza e la distanza assoluta, invalicabile, da quei comportamenti, e sento che da là può partire un'idea di ribellione, seria, profonda nella coscienza e nella cultura di quella amatissima terra.

Da lì parte lo sviluppo, senza è difficile sperarlo. Tu lo predichi sempre, io sento che segni ben percepibili fanno immaginare - e sperare - che tu non rimanga un profeta inascoltato, vox clamantis in deserto.

Quell'incappucciato che qualcuno pare abbia visto fuggire per le belle strade del centro storico di Gavoi, dovrà essere trovato e affidato alla giustizia del nostro paese con i suoi complici, se ci sono. So che voi tutti siete già impegnati perché ciò possa realizzarsi.

Ti abbraccio.

Nanni Spissu


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