domenica 30 marzo 2008
di Giulio Angioni
L'antropologo torinese Francesco Remotti ha pubblicato da Laterza il libro “Contro natura. Una lettera al Papa”. Nientemeno. Non è poco, anche solo per uno specialista di una disciplina che è anche mia, l'antropologia culturale, che in Italia di questi tempi si caratterizza per il terrificante silenzio pubblico e mediatico su cose su cui ha invece da dire la sua con voce in capitolo, se è vero che il principale e caratterizzante oggetto di studio dell'antropologia è la molteplicità culturale, la varietà dei modi di vivere dell'umanità.
A parte il mestiere di Remotti, sembra una cosa insolita, anzi una bella pretesa, mandare una lettera aperta al papa, per cercare di “farlo ragionare” su qualcosa di importante. Credo invece che un qualche luogo di un qualcosa come gli archivi vaticani sia un deposito imponente di messaggi mandati nei secoli al papa per dirgli le cose più normali o più incredibili, anche incredibilmente ovvie o normalmente deliranti. E magari ci dev'essere un qualche ufficio con addetti alle risposte, non solo all'archiviazione, magari anche allo studio di un flusso di missive che io immagino enorme, perché sospetto che per i credenti e anche i miscredenti e i diversamente credenti sia spesso una tentazione irrefrenabile fare sapere certe cose al vicario di Dio in terra, fargli capire certe urgenze, suggerirgli il da fare e il da dire magari ex cathedra.
Ora però questo collega antropologo si mette a fare la lezione in pubblico al papa, gli manda una mail su un tema delicato e lo forwarda a noi tutti, tra l'altro anche come un po' a dire e a dirgli che così impara a rifiutare il pubblico confronto e magari il contradditorio, come papa Ratzinger ha fatto di recente all'Università di Roma “La Sapienza”. Il fatto importante però è che nella sua pubblica lettera al papa, Remotti affronta, rivolgendosi a Ratzinger e commentandone certe posizioni antirelativistiche, l'enorme tema del relativismo, culturale in generale, etico e religioso in particolare.
Un tema perenne, ma oggi IL TEMA, non soltanto per chi, come il papa o anche un antropologo è addetto ai lavori intorno al problema della pluralità e dell'unicità delle forme umane di vita, ma anche per chiunque ha occhi per vedere, che ci concerne tutti in un mondo sempre più piccolo, dove quindi il fatto che si vive si pensa si sente si giudica in modo diverso riguarda quotidianamente tutti dappertutto.
A me qui basta, credo, segnalare per ora l'uscita di un libro certamente singolare, non solo per l'interlocutore che si finge, e nemmeno perché bisogna dire che Remotti, sebbene forte della sua specializzazione antropologica, ha avuto un certo strano coraggio ad affrontare la difficoltà che molti abbiamo di fronte alla “pretesa” del papa (e di tanti custodi di canoni di verità come lui) di avere in deposito qualcosa di naturale, di eterno e addirittura di “rivelato” una volta per tutte, che deve valere per tutti al di là della varietà delle forme di vita sempre più in contatto.
Lo consiglio molto, soprattutto a chi, secondo me tragicamente sbagliando, per un eccesso di bisogno di certezza osa ritenere, come il papa, che il relativismo culturale sia il male del mondo di oggi, mentre invece è il problema del mondo d'oggi, da cui non si sfugge né con le demonizzazioni, né con altre fughe dalla difficoltà del fatto che il mondo appunto oggi si trova più che mai dentro la pluralità dei modi di vivere.
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