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sabato 29 marzo 2008

Non c'è giallo né mistero, a Gavoi
niente sindrome di Cogne: errori
ma è solo delitto di stolidi balordi
Requiem, non dietrologia, per Dina

di Giorgio Melis

“Barbagia labirintica”. Così la definiva Antonello Satta, il personaggio che più e meglio di chiunque ha scritto della complessità enigmatica, ambigua, violenta ma lucida e calcolatrice della sua terra. Antonello Satta, morto pochi anni fa, era non solo di Gavoi ma leggeva il suo paese come nessun altro e attraverso Gavoi interpretava, capiva, decifrava l'intera Barbagia. Ogni volta che mi è capitato di chiedere e ottenere (con resistenza) un commento su fatti clamorosi e apparentemente “nuovi”, escludeva con irritazione analisi a caldo. «Prima devo tornare in paese, parlare, chiedere, capire». Sempre con distacco temporale, prima di produrre quei suoi articoli, saggi brevi, di scrittura alta e razionalità inesorabile, saettante come un laser.

Fosse ancora vivo, Antonello prenderebbe subito le distanze dal convulso agitarsi di ipotesi, ricostruzioni, versioni, dietrologie in morte di Dina Dore. Inevitabile, per lo shock, la pietà e il furore che la sua morte suscita in chiunque. Immaginando quella giovane madre che si spegne asfissiata, in un'angoscia spaventosa nel buio di un bagagliaio, a pochi metri dalla figlioletta che diventa un'orfana di otto mesi. Morte atroce, sconvolgente per un'agonia feroce, attimo per attimo di quell'ora ultima, disumana, intollerabile: quel che mai potrà essere condonato agli assassini. Anche più miserabili perché maldestri fino a dare la morte alla vittima che volevano usare per un mercato di soldi, scagliandosi in una vile impresa criminale essendo totalmente inetti, fino a farne un massacro bestiale. È quasi intollerabile il pensiero di quel che ha provato questa donna.

Anche per questo aspetto così disumano, bisognerebbe frenare lo scatenamento delle troppe ipotesi e polemiche, come chiede il vedovo. Anche queste inevitabili. Ma da limitare agli aspetti concreti, controllando lo sfrenamento di mille ipotesi e ricostruzioni tutte lecite e insieme tutte arbitrarie. Da lontano, senza altri elementi che quelli noti, non si possono ricostruire scenari tortuosi quali si sentono disegnare.

La sindrome di Cogne va rigettata con durezza, perché il “giallo” adombrato quasi certamente non è niente più di quel semplice, orrendo crimine che appare. Meglio non indulgere in dietrologie troppo complesse, meglio valutare con freddezza i punti oggettivamente non chiari: senza che nessuno si impanchi a giallista della domenica davanti a una tragedia così enorme per la morte e le circostanze in cui Dina Dore ha pagato con la vita la brutale incapacità criminale degli aggressori.

Purtroppo ci sono passaggi sconcertanti nell'intervento delle forze di polizia e nel successivo svolgimento della loro azione. Singolari falle perfino nella routine che ben conosce chi ha dovuto descrivere tanti e tanti sequestri. E ora parole esagerate, aggettivi troppo imperiosi: non rispettosi e pensosi delle lacune registrate, benché ininfluenti nella sorte della povera signora. Ma lasciano uno strascico di amarezza, di dubbi sicuramente immotivati. Anche per le parole eccessive, i giudizi approssimativi o retorici sull'ambiente di Gavoi (“agguato in paradiso”, si titola un commento di Marcello Fois: che esagerata e infondata celebrazione, così inappropriata al momento).

Ora si esagera in visioni intricate dove forse è solo un disegno di elementare criminalità, sfociato nel delitto. Saranno magistrati e investigatori ad accertare se ci siano verità alternative oltre le apparenze concrete. Sembrano le sequenze tragiche di un film con un soggetto fin troppo ovvio. Dina Dore dev'essere rapita per estorcere un forte riscatto al marito: punto. L'assalgono persone che (almeno alcune) la conoscono bene e forse da vicino. Sanno tutto delle sue abitudini forse perché la vedono ogni giorno. Sicuramente hanno negli occhi la pianta della casa, forse vista non solo da lontano. Aggrediscono la poverina che reagisce con forza: scatta il riflesso protettivo per la figlioletta. È stordita con brutalità, poi “sigillata” col nastro adesivo per immobilizzarla e spegnerne le grida. Comincia a morire mentre viene gettata nel bagagliaio della sua auto.

Gli osceni assassini sono tanto stupidi e incontrollati da trascurare quel che anche i bambini sanno, per averlo visto in mille film: mai coprire il naso dell'imbavagliato, per non soffocarlo. Dina Dore viene assassinato senza volontà di farlo. Non c'è mistero in questo, a meno di mettere in dubbio il risultato dell'autopsia. Perché i criminali siano scappati - disturbati e allarmati, sconvolti o forse perché credono morta la vittima - è la domanda per ora senza risposta. Ma cambia poco. È possibile che qualcuno sia fuggito a piedi, magari verso la propria casa non lontana. E altri verso il punto dove deve per forza attendere la macchina su cui trasbordare l'ostaggio dopo la prima fase della fuga. Tutto lascia credere a un basista attivo, magari partecipe mascherato dell'aggressione: scaturito da proprie tenebre morali in un paese luminoso e civilissimo.

Fosse vivo Antonello Satta, dopo brevi verifiche, avrebbe già trovato il bandolo, la spiegazione razionale, disdegnando irritato i misteri improbabili che sia stanno evocando. Sono magari resi inevitabili dal mancato ritrovamento, se non molte ore dopo, del corpo senza vita di Dina Dore nella sua auto, attorno alla quale c'era ordinaria ma pare anche dissennata agitazione. È questo l'elemento che ha segnato e segnerà ogni ricostruzione, lasciandosi dietro dubbi e altro. Purtroppo, come l'esperienza insegna, l'oggetto meglio nascosto è quello sotto gli occhi di chi lo cerca. Assolutamente vero che di fronte a tracce di colluttazione e sangue, con la bimba nel passeggino in mezzo al garage, nessuno - a cominciare dal marito arrivato per primo - pensa che la persona scomparsa possa essere nell'auto: ormai il suo sarcofago.

Ci sono automatismi e processi mentali quasi obbligati, che portano a escludere possibilità all'apparenza inverosimili. Una persona scomparsa, tracce di lotta, sangue per terra, una bambina sola, l'auto “vuota” nel garage: dove doveva essere ed era. La conclusione ovvia, quasi forzata: un sequestro, la vittima trascinata via, lontana chissà dove in mano ai rapitori. È quel che avrebbe pensato chiunque. Neanche il marito ha potuto immaginare la sua compagna rinserrata e senza vita nel bagagliaio. Perciò non se la sente di criticare le forze di polizia che non hanno ugualmente pensato a questa possibilità, non hanno toccato l'auto in attesa dei rilievi scientifici: ormai un altro condizionante riflesso, che impone l'inerzia e il rispetto sacrale di ambienti e oggetti da scandagliare. Purtroppo non sarebbe cambiato niente, perché all'arrivo del marito l'agonia buia e atroce di Dina Dore si era consumata fino all'ultimo respiro. L'autopsia ha dissolto ogni dubbio.

Dubbi riguardano invece le modalità dell'intervento dopo l'allarme. Perché e come mai, non sono stati portati sul posto i cani-lupo, come sempre accade nei sequestri, specie per cercare tracce fresche anche nei dintorni? Non so più ora. Ma fino a non molti anni fa, i cani erano una presenza fissa, sulla scena dei sequestri. Talvolta anche a rischio, per estranei e cronisti invadenti, d'essere azzannati per avvicinamento imprudente. Forse i preziosi segugi sono stati sacrificati al totem dei rilievi scientifici, sostitutivi di tutto. Forse non sono in dotazione alla polizia di Gavoi. Forse nessuno ha pensato di richiederli a Nuoro. È possibile, anzi probabile, che avrebbero segnalato qualcosa, se fossero stati portati nel garage: sono capaci di farlo, anche senza essere i Rex dei telefilm.

Forse i cani avrebbero potuto seguire la pista di qualcuno degli aggressori, se scappato a piedi. Forse avrebbero trovato prima quel rotolo di nastro adesivo che pare sia stato recuperato in paese solo ieri. Forse. Ma una spiegazione in proposito sarebbe utile. Per la povera vittima non sarebbe purtroppo cambiato nulla. Ma il tragico quadro non sarebbe stato offuscato dal sospetto, poi fugato, che Dina Dore agonizzava mentre intorno si agitavano a vuoto i soccorritori. Un fatto che ha stravolto la percezione della tragedia, gettandovi una luce ancora più cupa. Ha poi indotto i responsabili della polizia a improvvide dichiarazione. Perentorie e “difensive” dopo parole troppo assertive sull'uccisione della vittima dovuto a un letale colpo alla testa.

Purtroppo da questo disgraziatissima circostanza sono scaturite congetture azzardate e un poco folli, senza alcun riscontro. Perché ormai si deve sempre cercare e trovare spiegazioni fuori dalla logica ordinaria. Evocare scenari di coinvolgimenti parentali o di vendetta, trame oblique che purtroppo la cronaca mostra attendibili perché frequentissime. Però stop al bisogno insano di “giallo” e retroscena torbidi a ogni costo: anche quando non c'è mistero. Qui sembra immaginario. Si avverte l'evidenza della più vieta routine. Ostaggi brutalizzati per aver resistito o per essere vittime di aggressori da strapazzo. Raffronti impropri e superficiali, in contraddizione con fatti conclamati.

Un'aggressione come quella patita da Silvia Melis, si è detto, suggestionati dalla presenza della figlia nell'auto della madre aggredita. Suggestioni fuorvianti. Silvia Melis fu “prelevata” da un commando di professionisti, quasi certamente con uno o più latitanti di spicco ed esperienza criminale (forse il Calvia di Urzulei, morto di cirrosi e lasciato in una chiesa campestre). Magari avesse agito un gruppo simile, nel tragico garage-Gavoi. Dina Dore sarebbe prigioniera ma viva, per una breve o lunga cattività ma destinata a tornare a casa per un mucchio di soldi.

Si parla anche di aggressione o sequestro per vendetta. Sembrano ancora parole in libertà, quasi futili. Nel rapimento può entrarci (in qualcuno è stata notoriamente fattore scatenante) anche lo spirito di vendetta. Ma è questione di soldi, sempre di soldi. Quale miglior vendetta che spolpare un nemico facoltoso? E poi, bersaglio della vendetta sarebbe stato non la moglie ma il marito. Più esposto ma meno facilmente sequestrabile, per precauzioni e vigilanze richieste, nonostante i quotidiani spostamenti professionali per Nuoro e Oristano.

La logica, l'esperienza, i tanti precedenti portano alla conclusione del classico “sequestro a domicilio”. A colpo sicuro, con apporti interni per rischiare tanto e prima del buio in appoggio logistico e non solo a complici esterni. Sarebbe stato un sequestro tradizionale, di lunga durata, o del genere-lampo, poche ore o giorni? Nessuno può dirlo adesso ma si potrebbe propendere per la seconda ipotesi. Criminali così maldestri, capaci solo di provocare la morte della donna che avrebbe dovuto arricchirli da viva, non paiono assolutamente all'altezza di gestire una prigionia tradizionale, complessa. Richiede professionalità delinquente e un grosso giro di complici.

Talora niente è quel che appare. Ma anche nella Barbagia labirintica non si può trasformare in un puzzle una trama fin troppo schematica. Neanche da discutere, solo da rigettare con qualche sdegno, altre ipotesi torbide, familistiche. Sono congetture che bisogna avere la serietà di ricacciare in gola a chiunque, se non ci sono elementi concreti., Va bene che la cronaca più tragica purtroppo spinge in questa direzione. Ma senza neanche diventare esageratamente corrivi dal vecchio sesso&sangue al famiglia&sangue. È oltraggioso, intollerabile senza alcun elemento a supporto.

Saremo magari presto smentiti. Ma sembra un “non giallo” senza mistero. Un orrendo delitto scaturito da un sequestro di balordi. Magari balenteddos brutali ma stolidi di cui si è scritto dal primo momento. Hanno spento una vita che dovranno ripagare con un'espiazione senza misericordia: per l'agonia anche non voluta inflitta a una giovane madre, rendendone orfana la figlia che neanche potrà conservarne la memoria. Gavoi è chiamato a rendere giustizia a questa sua vittima, al marito, a se stesso. Non negherà il proprio contributo nella caccia agli assassini o rinnegherebbe la nobiltà di una paese amatissimo, l'alto senso di sé che ben conosciamo e conoscono quanti da tanti anni lo vivono come un angolo eccezionale per passione culturale, voglia di darsi e ricevere, orgoglioso della sua diversità nello scenario barbaricino.

Anche se è sbagliato esaltare un “paradiso” non perduto ma neanche immacolato. È pur sempre collocato in questa dura terra di Barbagia. Da anni non è più preservato dal solco della violenza, dell'effusione del sangue, da tensioni che ne hanno scosso e scuotono la peggio gioventù. Chi esagera nella retorica, non sa o vuol rimuovere scioccamente gli allarmi lanciati e sentiti da parecchio tempo sull'avanzare dei riti violenti, di conflitti per niente segreti, dell'ombra di gravi fatti sangue con altre donne vittime.

Non ci sono più, da nessuna parte, paradisi risparmiati dalla lebbra della violenza: tutti perduti. Non si vede come Gavoi potesse restare fuori dal tempo e dal suo mondo. Patisce, benché minori e meno gravi, pene diffuse nei paesi intorno. Ma è amato, ammirabile e ammirato proprio perché, con felice caparbietà, ha sempre saputo e voluto esorcizzare i dèmoni che assediano la Barbagia. Facendosi capitale di cultura e ospitalità, di incontro, apertura al mondo e festa tradizionale. Nel segno di un primato delle lettere e del cinema, del teatro e dell'impegno civile rinnovato ogni anno e in ogni stagione.

L'ombra sinistra di questo delitto sarà dissolta dal cielo luminoso di Gavoi, dalle sue strade scortate da bellissimi palazzi di pietra dai balconi infiorati, rendendo giustizia a una madre uccisa, a un vedovo che ha voluto vivere nel suo paese pur potendo scegliere una città vicina o lontana. Non molti sanno che il patriottismo sfrenato dei gavoesi per il loro paese porta e riporta chi ne vive lontano - più spesso per scelta professionale che per necessità - a trascorrervi sempre le vacanze e le festività, in case curatissime benché vissute poche settimane. Quest'anno sarà un ritorno triste, incredulo. Riscattabile aiutando a trascinare in galera gli assassini di Dina Dore. È il vero requiem che va recitato, oltre i commossi, dolenti riti funebri.


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