domenica 23 marzo 2008
di Giulio Angioni
Pasqua è anche da tempo una specie di prova generale della prossima annata turistica. E induce tra l'altro anche a fare previsioni di continuità o di mutamento. È possibile che la Pasqua di quest'anno in piena campagna elettorale sia occasione di disputa politica sui destini turistici della nostra isola. Tuttavia ci sono continuità tenaci, più o meno oneste e produttive, che conviene considerare. Il turismo, per esempio, anche in Sardegna si alimenta da decenni col richiamo a una tradizione che si dice popolare genuina. Non è nemmeno pensabile in Sardegna, e in luoghi simili, nessuna campagna pubblicitaria di prodotti locali se non in nome della genuinità sarda.
Si vorrebbe offrire intatto proprio ciò che il turismo più contribuisce a intaccare, cioè il genuino, la continuità col passato. Alla disponibilità del turista si volge il portatore di sardità totale o locale, che a volte si presta e si adatta diventarne simbolo anche come persona, recitando la parte del sardo verace, adattando al gusto medio turistico sagre paesane e carnevali, canti e balli, gastronomia tradizionale e così via.
Una sorta di spettacolarizzazione turistica hanno subito ormai molte attività del tempo libero festivo. Tipico poi è il caso dell'artigianato tradizionale. Se osserviamo il destino attuale delle arti antiche della ceramica, della piccola metallurgia e del legno, della gioielleria, della pelletteria, della tessitura di arazzi e di tappeti, risulta evidente che, senza il gusto indotto anche dal turismo, queste abilità tradizionali non avrebbero più importanza economica.
Non si producono più manufatti di uso pratico, ma è nato ciò che si dice “artigianato artistico”, che tra l'altro finge di produrre il pezzo unico alla maniera dell'arte borghese grande e piccola, ma pretendendo allo stesso tempo, in contraddizione con la pretesa precedente, di continuare una tradizione ininterrotta nelle tecniche, nei materiali e negli stili, producendo opere che dovrebbero dare un'impressione immediata di colore locale, di stile etnico. Produce infatti soprattutto “oggetti ricordo” di ciò che si presume più tipico del luogo: concentrati di sardità, arte da aeroporto e da stazione balneare.
Finge molte cose, e pare anche con profitto, questo tipo di “artigianato artistico”, ed è riuscito perfino a fingere che la Sardegna, per esempio, sia stata e continui a essere un luogo di produzione e di uso dei tappeti, che invece non risultano mai usati in tempi storici nelle case sarde, se non in chiesa e nelle case aristocratiche, scarsamente rispetto ad altri luoghi mediterranei e vicino-orientali. Tanto che ciò che oggi passa per tappeto era più normalmente coperta da letto, da tavola, da cassapanca.
Per questi prodotti ora s'invoca anche il marchio a denominazione d'origine controllata: per scongiurare le contraffazioni e garantire genuinità, si dice, ma in realtà per proteggersi da una concorrenza esterna in grado di produrre a minor prezzo e con non minori connotati di un generico stile locale tradizionale, anche quando tali oggetti di artigianato artistico sardo arrivino da Taiwan o dalla Corea.
Ormai però anche ai sardi si vende molto di ciò che si produce in Sardegna in nome della continuità, della tradizione, della genuinità locale e di lunga durata, e soprattutto in nome dell'origine sarda irrefutabile, magari anche da salvaguardare con marchi di origine controllata. Segno che quella continuità e quella tradizione si è spezzata in modo inaspettato ed è in via di sostituzione se non già del tutto sostituita, tanto da poter essere trasfigurata tutta in positivo, spesso in una celebrazione del rimpianto e della nostalgia, di un come eravamo che si nega proprio nel momento in cui lo si mostra e si rivendica di più.
Eppure però, le fortune del turismo in luoghi come la Sardegna non sembra possano contare a lungo su simili finzioni. E allora che fare? Sicuramente ha più ragione chi afferma e si comporta secondo la regola che un luogo è buono per il turismo quando è buono per chi ci vive normalmente.
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