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giovedì 13 marzo 2008

Carcere e multe non garantiscono sicurezza
ma è inutile aspettarsi soluzioni
da questa classe dirigente allevata in tv

di Sergio Ravaioli

Il Manifesto bacchetta la Confindustria, la quale, a proposito di sicurezza sul lavoro, sostiene che non è inasprendo le sanzioni che si aumenta la sicurezza: «Nessuno l'ha detto a proposito del decreto contro i rumeni dopo l'assassinio della signora Reggiani». Non è vero che nessuno l'ha detto: lo ha detto il Manifesto, la sinistra allora radicale (oggi arcobaleno), tanta parte del mondo cattolico e tanti cani sciolti come il sottoscritto. Si può dire che ieri aveva ragione il Manifesto, così come oggi ha ragione la Confindustria? Senza per questo essere collocati, nel gioco nazionale “inferno-paradiso”, nell'inferno dei difensori degli assassini?

Gli agenti patogeni, tutti dello stesso ceppo, che portano a proporre provvedimenti sbagliati in tutte le direzioni, sia contro i rumeni che contro le imprese, si chiamano pressapochismo, ignoranza, populismo. Una dirigenza politica selezionata con i metodi che conosciamo non riesce mai a centrare le ragioni profonde della malattia da estirpare (forse proprio non si pone il problema): importante è l'immagine, dare a vedere che si sta intervenendo, che il problema è all'attenzione di chi è pagato per assumerne la responsabilità.

Sia Confindustria che i sindacati e tutti gli esperti del settore sanno, e lo ribadiscono quando e come possono, che gli incidenti sul lavoro sono l'esito finale di una catena complessa di cause che non ammettono soluzioni semplici. Tra le principali citiamo l'organizzazione del lavoro, anche nelle grandi imprese che ricorrono sempre più al subappalto a micro ditte ove le garanzie non valgono più; citiamo il metodo degli appalti al massimo ribasso, con conseguente ampio ricorso al lavoro nero; citiamo la concorrenza con le produzioni industriali provenienti da Paesi, anche vicini, ove le garanzie sul lavoro sono inesistenti.

Il procuratore Guariniello non si stanca di ricordare che dal 1930 esiste l'art. 437 del Codice penale il quale prevede la reclusione da sei mesi a cinque anni per chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro. «Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni».

Ridurre il problema ad inasprimento delle sanzioni è quindi comportamento che si colloca tra l'inettitudine e la cialtroneria, comunque irresponsabile. La leva sulla quale operare è invece quella dell'aumento dei controlli e la loro certezza, la formazione / informazione dei lavoratori, l'aggiornamento tecnico delle misure preventive, la diffusione di una cultura della sicurezza che prenda avvio dalla scuola (come prevede la recente legge 123 del 2007).

E, in materia di organizzazione del lavoro, servirebbe anche una riflessione vasta ed approfondita sugli effetti di ciò che Bertinotti definisce capitalismo selvaggio e Tremonti globalizzazione selvaggia. Pur partendo da analisi diverse e pervenendo a percorsi terapeutici che hanno in comune soltanto la fumosità, la diagnosi di entrambi, largamente condivisibile, si centra sulla impossibilità di mantenere un adeguato sistema di welfare dovendo competere sul prezzo con produzioni provenienti da Paesi nei quali il welfare non esiste proprio.

Il fatto che non abbiamo una soluzione pronta non vuol dire che il problema non esista, e la competizione sul prezzo con merci provenienti da Cina, Romania, Turchia (etc., etc.) ha un peso di rilievo nel portare l'Italia ai primi posti in Europa in quanto a mortalità sul lavoro. Trasformare l'apparato produttivo di una grande e popolosa nazione come l'Italia, indirizzandolo verso produzioni che inglobano un grande contenuto di conoscenza (tecnologica, finanziaria, commerciale) non è questione semplice. Non è questione alla portata dei gruppi dirigenti che i diversi partiti ci propongono. Richiedono soluzioni che non possono essere trovate da chi ha promosso Porta a porta a principale, se non unico, laboratorio politico nazionale.


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