martedì 11 marzo 2008
Interventi.
di Gianluca Scroccu *
Sono passati trent'anni da quando, mentre la sua scorta veniva trucidata in maniera efferata, Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse in via Fani, nel marzo del 1978. Da allora questo tragico avvenimento è sempre stato vivo nella cronaca italiana, troppo spesso per i suoi misteri e le sue speculazioni ma anche quando, in anni molto recenti, abbiamo visto che la furia omicida delle BR era ancora presente, come testimoniano i barbari assassini di Massimo D'Antona, Marco Biagi e del sovrintendente della Polfer Emanuele Petri.
Purtroppo la storia di tanti morti innocenti del terrorismo è stata raccontata troppo spesso attraverso le parole e i ricordi dei loro carnefici. È accaduto così anche per lo statista democristiano. Ora, a tre decadi dal suo assassinio, sarebbe forse il caso di ricordarne la figura non solo in relazione ai tragici fatti del 1978, ma anche restituendo centralità ed importanza alla sua figura all'interno della storia della nostra Repubblica.
Un Paese, il nostro, che uscito dalle rovine del fascismo sarebbe stato capace di diventare, seppur tra grandi fatiche, una delle più importanti democrazie del mondo occidentale. E questo grazie a uomini dello spessore intellettuale e morale di Aldo Moro, a partire dal suo impegno come deputato all'Assemblea Costituente (dove partecipò ai lavori della Commissione dei 75) sino ad arrivare al suo ruolo di principale artefice di due stagioni fondamentali della storia repubblicana.
La prima fu l'apertura a sinistra, culminata con il varo del primo governo organico di centro-sinistra da lui presieduto nel dicembre 1963, con cui si cercò di dare respiro politico ad una serie di riforme indispensabili al fine di estendere al maggior numero possibile di italiani alcuni fondamentali diritti di cittadinanza che l'impetuoso avanzare del miracolo economico aveva reso inevitabili. La seconda, quella della solidarietà nazionale, ovvero il tentativo di sanare l'anomalia italiana che vedeva le due principali forze politiche italiane, DC e PCI, a causa soprattutto di motivazioni legate alle dinamiche della politica internazionale, in una condizione tale che ne impediva l'alternanza secondo lo schema in vigore nelle grandi democrazie europee.
Moro, da uomo capace di nutrire sempre la politica con profonde analisi culturali, intuì che il mondo stava entrando in una stagione che apriva nuovi e complessi scenari all'interno dei quali era necessario dare nuove risposte specie alle giovani generazioni. Intuizioni simili ebbe, seppur da un'altra prospettiva, anche Enrico Berlinguer e in particolare nell'ultima fase della sua vita, quando attraverso il contatto e il dialogo con grandi leader del socialismo europeo quali Brandt e Palme, mise al centro della sua riflessione la questione femminile, il problema del rapporto tutto verticale e diseguale tra Nord e Sud del mondo, e la questione ambientale come ricerca di un modello di sviluppo in grado di porre un termine allo sfruttamento senza fine delle risorse del pianeta in vista di un modello di vita che puntasse sulla qualità e non solo sulla quantità dello sviluppo.
La grandezza del Moro statista è quella di un uomo che intendeva la politica come luogo del dialogo (anche se spesso poteva apparire logorante), visto come l'unico mezzo per raggiungere equilibri più avanzati in momenti in cui il cambiamento si rendeva necessario. E questo si vide anche durante il suo sequestro quando, come la storiografia più accorta di storici come Giovagnoli e Clementi ha messo bene in evidenza, le parole di Moro (contenute in molte delle lettere che egli inviò dalla prigionia, ora ripubblicate da Einaudi in un'edizione ottimamente curata da Miguel Gotor) miravano a far capire alla classe politica che il suo sacrificio non avrebbe arrecato nessun beneficio alle Istituzioni, anzi ne avrebbe cementato l'immobilismo che prima o poi avrebbe portato al crollo del sistema dei partiti. Ragionamenti che purtroppo non vennero compresi e che furono giudicati espressione di una persona non più lucida.
Colpiscono ancora le aberrazioni dei brigatisti rossi, uomini e donne crudeli e senza scrupoli che, imbevuti di un ideologismo ottuso, credevano di poter fare la rivoluzione uccidendo e massacrando tanti innocenti servitori dello stato, uomini e donne che lavoravano pesantemente dalla mattina alla sera per stipendi mediobassi come gli agenti della scorta del leader democristiano trucidati in via Fani.
Durante quei tragici 55 giorni la storia d'Italia visse una delle sue pagine più drammatiche; una tragedia che ci portiamo dentro come italiani e che è necessario ricordare. Lo dobbiamo ai tanti innocenti morti per colpa dei brigatisti e ad uno statista che, anche nel dramma che aveva colpito lui e i suoi familiari, non aveva perso la lucidità e la sua umanità.
* dottore di ricerca in Storia contemporanea - Università di Cagliari
© 2008 Nesos Editoriale Indipendente srl - Cagliari