sabato 8 marzo 2008
di Raffaele Deidda
Il film Good Night and Good Luck di George Clooney racconta la storia vera del gruppo di giornalisti dell'emittente televisiva americana CBS, e in particolare del conduttore Edward R. Murrow, che negli anni '50 condussero una dura battaglia contro il senatore McCarthy, divulgatore della politica del terrore e del sospetto, nota come caccia alle streghe, e propugnatore delle liste di proscrizione contro i “comunisti”, che causarono perdite di lavoro, incentivi alla delazione e anche suicidi, tracciando una pagina nera della storia americana. Murrow era solito chiudere il suo programma televisivo See it Now con la frase: «Buona notte e buona fortuna».
Buenas noches y buena suerte sono le parole con cui il primo ministro spagnolo spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, ha concluso i due faccia a faccia con il candidato premier del Partito Popolare Mariano Rajoy, seguiti da oltre dieci milioni di telespettatori. Zapatero ha successivamente chiarito che con quella frase mediata dal film di Clooney aveva inteso innalzare «un canto» in favore della libertà e presentare una denuncia «prudente e moderata» contro coloro che tendono a squalificare, a insultare e a denigrare chi ha opinioni diverse, chi difende la libertà, chi denuncia le slealtà, chi accoglie, chi ha sensibilità, chi crea, chi sogna. «Era una denuncia a favore della libertà, della libertà per tutti», ha precisato il premier spagnolo.
Zapatero ha riconfermato un suo stile genuinamente anticonformista manifestando la volontà di proporsi come un uomo virtuoso ma vicino al sentire comune, uno stile opposto a quello compito e orientato a una seria istituzionalità del suo avversario Rajoi. Ha sostenuto che a fianco del PSOE non ci sono i potenti ma i cittadini, quelli che vanno difesi e rispettati a prescindere dalle loro idee, dal colore della loro pelle, dalla loro provenienza. Il “credo” di Zapatero è tutto orientato all'ottimismo (yo soy optimista è scritto sull'adesivo che portano i sostenitori del premier) e si sostanzia nella libertà di pensare, di creare, di esprimersi, di sognare i cambiamenti.
Il pessimista ha sempre una scusa, l'ottimista ha sempre un progetto: questo è il motto dei sostenitori di Zapatero, il quale ribadisce che mai cambierebbe i propri principi per un pugno di voti, anche se si trattasse di quelli indispensabili per farlo vincere. Per Zapatero domenica 9 marzo non si deve andare a votare per dare una lezione al Partito Popolare ma per creare le condizioni perché i prossimi quattro anni costituiscano la legislatura della convivenza, della calma e della tranquillità. Il primo “dossier” che verrà aperto, in caso di vittoria, sarà quello dell'accordo sociale con gli imprenditori e i sindacati, per stimolare la crescita economica, la formazione, la produttività e la tutela dell'ambiente.
A ben vedere gli intendimenti di Zapatero non si discostano di molto da quelli del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Barack Obama, anch'egli portatore di un sano ottimismo con il suo ormai arcinoto yes we can. Quello di Obama è un messaggio politico forte che poggia non solo sulle belle parole ma soprattutto sulle idee, che moltissimi elettori americani hanno dimostrato di apprezzare. Le idee forti di Obama attengono principalmente alla exit strategy in Iraq, ad una nuova politica energetica, all'integrazione razziale, al rapporto fra religione e politica. In un paese come l'America queste idee hanno una carica di grande intensità, che evidenzia la consapevolezza di chi sa che fare il presidente degli Stati Uniti non significa fare le cose facili.
Venendo all'Italia, sicuramente anche Veltroni è ben consapevole del fatto che fare il premier nel nostro paese non significa fare le cose facili e, Berlusconi permettendo, in caso di vittoria dovrà dimostrare agli italiani la sua capacità di trasformare i programmi in risultati, magari portando il Pil agli stessi livelli di crescita di quello spagnolo e avviando politiche capaci di creare un numero di posti di lavoro che si avvicini ai tre milioni realizzati in Spagna negli ultimi quattro anni.
D'altronde anche Veltroni è ottimista, avendo adottato lo yes we can di Obama. Ce la farà? Fare previsioni prima del 14 aprile è obiettivamente esercizio d'azzardo. Evitiamo quindi l'azzardo della previsione per declinare sulla più banale constatazione, che ci porta a rilevare come l'osservare gli “altri” in campagna elettorale ci faccia sentire diversi, negativamente diversi, ingabbiati nella retorica dei salotti elettorali televisivi, nel dibattito su chi e su come si debba dibattere, nella sfida a chi riesce a creare più confusione fra gli elettori, nella discussione sull'opportunità che il PD candidi o meno gli imprenditori, il Pdl le avvenenti fanciulle dei programmi televisivi Mediaset e l'UDC l'erede di una delle più note famiglie dell'aristocrazia romana, grande estimatrice di Papa Ratzinger.
Abbiamo difficoltà, ancora, a diventare un paese normale, mentre gli “altri” si confrontano apertamente, serratamente, ad armi pari, e si scambiano affidamenti di collaborazione fra le maggioranze e le opposizioni che verranno sui temi più sensibili del loro paese. In Spagna ad esempio sul terrorismo i partiti politici, le organizzazioni sociali e la società civile tutta sono alleati nella lotta a questo fenomeno tragico, che con l'assassinio dell'ex-consigliere socialista Isaias Carrasco ha interferito con devastante virulenza nella vita democratica del paese che domenica si reca alle urne per l'elezione del nuovo Parlamento nazionale. Il premier Luis Zapatero, d'intesa con lo sfidante, il popolare Mariano Rajoy, ha immediatamente fermato la campagna elettorale.
In Italia ci si è azzuffati a destra, al centro e a sinistra per la mancata visita del Papa alla Sapienza mentre Zapatero ha chiaramente e semplicemente detto che i vescovi hanno sì diritto e libertà di parola, ma ha ribadito che le leggi approvate dal Governo e dalle Cortes sono vincolanti per tutti, indipendentemente dalla fede religiosa e da altre differenze di genere e di luogo. È il popolo sovrano che decide, perché questa è la democrazia. Questa è anche la normalità, non la nostra dei teodem e dei laici devoti.
A Veltroni è demandato il compito di portare l'Italia alla normalità, presentando un programma fatto di pochi punti essenziali ma concreti e precisi da presentare con coraggio, onestà e trasparenza, possibilmente con facce giovani che abbiano comunque una storia, che abbiano espresso un senso etico della politica. La sconfitta, se ci sarà, farà cadere in piedi chi ha lavorato per il cambiamento e continuerà a lavorare per il futuro.
Vada come vada, chiunque vincerà in Italia sarà il quattordicesimo premier degli ultimi 25 anni dopo Craxi, Goria, De Mita, Andreotti, Amato, Ciampi, Dini, Berlusconi, Prodi, D'Alema, ancora Amato, ancora Berlusconi, ancora Prodi. In Spagna sarà invece il quarto dopo Felipe Gonzales, José Maria Aznar e José Luis Rodriguez Zapatero: una bella differenza di stabilità dei governi rispetto all'Italia. Il capo del Governo spagnolo continuerà ad esercitare inoltre un'autorità riconosciuta, mentre in Italia il presidente del Consiglio, eletto col “porcellum”, dovrà negoziare in continuazione il sostegno dei suoi ministri con qualche concessione.
L'Italia del dopo elezioni sarà, ci si augura, ancora quella a cui daranno lustro i vari Gucci, Armani e Dolce & Gabbana, ma sarà anche e soprattutto l'Italia dei voltagabbana. Come il siciliano Micicchè, potenziale ministro del Pdl, diventato oggetto di scherno da parte dei suoi stessi supporters per aver utilizzato lo slogan yes we can scopiazzato da Veltroni che a sua volta l'aveva copiato da Obama, e diventato nei commenti dei forzitalioti siciliani “yes we cannolo”, per aver accettato da Berlusconi una poltrona da ministro in cambio del ritiro della sua candidatura a presidente della Regione Siciliana, finalizzato a far posto a Raffaele Lombardo, continuatore delle politiche clientelari di Cuffaro.
Si tratta di quel Micicchè che ebbe a dire: «Noi trasmettiamo sempre un'immagine negativa della nostra terra. Se qualcuno, in viaggio per Palermo in aereo, non ricorda che l'immagine della Sicilia è legata alla mafia, noi la evidenziamo subito già con il nome dell'aeroporto, “Falcone e Borsellino”». We cannolo calza davvero a pennello a un personaggio del genere.
E in Sardegna? Visto che i deputati e i senatori uscenti del centro destra sono stati tutti bravissimi a promuovere iniziative per contrastare e combattere le decisioni del governo regionale di centrosinistra, la cosa più giusta è riconfermarli tutti: squadra che vince non si cambia. Vi sarà comunque una simpatica competizione fra i parlamentari siciliani e quelli sardi del Pdl nel porgere gli omaggi a Re Silvio: rispettivamente il we cannolo e il we cannonau.
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