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venerdì 7 marzo 2008

Il delitto più grave in trent'anni di politica?
Aver creato generazioni di senzacasa
che si svenano per pagare affitto o mutuo

di Sergio Ravaioli

Voglio dire la mia nel gossip che da tempo imperversa in Italia: qual è la più grave colpa del sistema politico, destra sinistra e centro? A mio giudizio è l'aver lasciato incancrenire il problema della casa, impoverendo il Paese sino alla situazione attuale.

Anzi, più che di impoverimento si tratta di strangolamento di moltissime famiglie e dell'intera economia. Aver smesso per circa trent'anni di costruire case popolari ha voluto dire costringere interi ceti sociali, e la gran parte dei giovani, a vivere miseramente per poter pagare un affitto o la rata di un mutuo che spesso supera il reddito di un lavoratore. Da questa condanna alla miseria pressoché perpetua si può sfuggire solamente grazie a situazioni familiari privilegiate: una coppia di lavoratori che vive solo delle proprie paghe e che non ha ricevuto nessun alloggio in eredità o in donazione, non potrà mai comprarsi una casa e dovrà sempre decidere se comprare le scarpe al bambino o pagare la bolletta del telefono. Sempre che si sia permessa il lusso di avere un bambino. E sempre che i due si siano permessi il lusso di metter su famiglia.

Questa situazione non esiste in nessun altro Paese dell'Europa sviluppata e la sua dimensione di autentica catastrofe - sociale ed economica - non è adeguatamente percepita dai professionisti della politica. Catastrofe perché dovendosi destinare una quota tra il 40 ed il 50% del reddito familiare (non consideriamo il 100% del reddito individuale) al pagamento dell'affitto o del mutuo, tutta l'economia ne risente. Nelle pizzerie si vedono sempre meno famigliole con i bambini e sempre più bamboccioni e bamboccione over 30; nelle strade sempre meno mamme con il passeggino; nei mercati le bancarelle di abbigliamento sempre più frequentate ed al centro i negozi sempre più vuoti.

Nel programma elettorale del Partito Democratico a pagina 22 (di 35) viene dedicato un rigo e mezzo all'argomento: “Case in affi tto: un grande sforzo per l'edilizia pubblica e per il social housing”. Resistiamo alla tentazione del facile sarcasmo sul social housing e frughiamo nel programma del Popolo della libertà. Lì in effetti troviamo qualche riga in più: l'intera pagina 12 (di 33), all'interno della missione “Sostenere la famiglia”, promette una casa per tutti. In parte viene spiegato come realizzare questa promessa però, oltre al mal comune di non indicare dove si prenderanno i soldi, più di un punto lascia perplessi e dubbiosi.

“Piano casa per costruire alloggi per i giovani e per le famiglie che ancora non dispongono di una casa in proprietà, attraverso lo scambio tra proprietà dei terreni e concessioni di edificabilità”: questo scambio tra proprietà dei terreni e concessioni andrebbe spiegato un po' meglio e comunque risolverebbe solo il problema del reperimento del suolo, non quello della costruzione. E non tranquillizza neppure il leggere “riduzione del costo dei mutui bancari delle famiglie, rendendone conveniente la ristrutturazione da parte delle banche”, il che lascia intendere che a guadagnarci saranno le banche e non le famiglie. O per caso si crede che la convenienza delle banche e quella delle famiglie coincidano?

Il mondo occidentale ci insegna che sostenere la capacità di spesa dei propri concittadini è buona amministrazione che viene perseguita sia dalla sinistra che dalla destra. Henry Ford non era certamente uomo di sinistra, ma capì prima di altri che suoi primi clienti potevano essere i suoi stessi operai, purché pagati in misura tale da potersi permettere l'acquisto di un'automobile ed agì di conseguenza: lui si arricchì e gli Stati Uniti furono per oltre un secolo un modello invidiato/ imitato da gran parte del mondo.

Nella Francia statalista (ma non socialista) venne coniato il detto “quando l'edilizia va, tutto va”, significando che l'edilizia ha un grande indotto, quasi esclusivamente interno, e della sua attività beneficiano una miriade di fornitori di componenti e di lavoratori: non solamente gli operai in cantiere.

Questi ragionamenti possono essere facilmente estesi alle spese di trasporto ed alla costruzione di infrastrutture rivolte a consentire la mobilità su mezzi pubblici. Abitare in estrema periferia, per avere a che fare con affitti o rate di mutuo meno pesanti, spesso vuol dire doversi spostare con l'auto privata: altri 2-300 euro al mese che se ne vanno per la macchina (più multe varie per ripianare i deficit dei Comuni). Alternativa attuale: 2-3 ore al giorno di attese e spostamenti su mezzi pubblici radi, affollati, lenti e sporchi, con conseguente grave scadimento della qualità della vita.

Anche per la costruzione di infrastrutture di trasporto vale il ragionamento del benefico impatto sull'economia locale e nazionale. In proposito, sia il programma del PD che quello del PdL dedicano maggiore spazio che non per la casa, anche se entrambi elencano con sufficiente dettaglio cosa vogliono fare ma quasi nulla sul come.

È infine d'obbligo osservare che se i partiti avessero mantenuto una solida relazione con i ceti popolari, e cioè con la cosiddetta “base”, i loro programmi sarebbero maggiormente focalizzati sui quattro o cinque problemi alla radice della mala pianta che avvelena il Paese e non si dilungherebbero nella elencazione delle numerose, numerosissime, cose che non vanno. Questo elenco lo conosciamo già. E non ci tranquillizza molto sentirli dire che per risolvere tutto è sufficiente che … votiamo Antonio. (Vota Antonio! vota Antonio! vota Antonio! …)


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