giovedì 6 marzo 2008
di Elvira Corona
Figli di nessuno, figli della malasorte, figli della ruota. O ancora Mischineddus, parafrasando il titolo del libro di Anna Castellini, dedicato proprio ai bambini abbandonati all'ospedale Sant'Antonio di Cagliari. Introdotte nel 1188 e in funzione fino alla fine del 1800, le ruote degli esposti negli ultimi anni sono riapparse in alcune grandi città italiane, e ora qualcuno le vorrebbe riesumare anche a Cagliari. La ruota permetteva alle mamme che non potevano provvedere al proprio bambino appena dato alla luce di lasciarlo in una sorta di cassetto girevole, suonare la campanella e scappar via, nella certezza che qualcuno si sarebbe occupato della loro creatura.
Un modo per tutelare la vita dei bambini che non avevano la fortuna di poter crescere con i propri genitori, e dunque venivano affidati a conventi o monasteri. Ma oggi per fortuna molti passi avanti sono stati fatti. Uno su tutti la possibilità data alle madri di partorire in ospedale in tutta sicurezza e poi, eventualmente, non riconoscere il bambino, con la garanzia di mantenere l'anonimato. Un gesto estremo, quello dell'abbandono in ospedale, ma che tutela almeno il bambino appena dato alla luce: se non gli viene garantito l'affetto della propria mamma, gli viene garantita la possibilità di nascere con ogni cura.
Certe invece di fare cosa buona e giusta, le consigliere della Commissione Pari Opportunità al Comune di Cagliari ripropongono l'arcaica ruota degli esposti. Una decisione presa in altre città italiane, dove l' abbandono di neonati è cosa purtroppo assai frequente. Spesso si tratta di bambini figli di donne che vivono situazioni difficili, ai margini della società, a volte immigrate, e che per la complessità della loro storia non hanno la possibilità di conoscere i propri diritti e tanto meno le opportunità che potrebbero sfruttare anche loro. A Cagliari però l'iniziativa appare quanto meno singolare, visto che nel capoluogo isolano non si registrano casi di abbandoni selvaggi.
Almeno due consigliere non hanno condiviso la scelta della commissione: Marisa Depau (Pd) e Claudia Zuncheddu (Sd): prendono le distanze dall'iniziativa portata avanti dalla presidente Maria Rita Petrini (FI), e con una nota spiegano: «Consideriamo un eventuale ritorno della ruota degli esposti come l'ultima ed estrema via percorribile sia da una persona, che da una istituzione come il Comune di Cagliari. Anche il Tribunale dei Minori ha espresso perplessità perché nel capoluogo isolano le cifre sull'abbandono non sono certo allarmanti».
E anche a sentire qualche opinione in giro per la città, non è chiaro quale problema reale si voglia risolvere. Roberta Vacca, psicologa e attualmente volontaria del Servizio civile all'Unicef a Cagliari dice: «Piuttosto che riproporre la ruota degli esposti, sarebbe opportuno far sapere a tutte le donne che è possibile partorire in ospedale e non riconoscere il bambino». «Anche perché - interviene Alessandra Corongiu, studentessa e anche lei volontaria del Servizio civile - se si dà l'opportunità di lasciare i bambini nella ruota dovremmo chiederci: dove sono stati partoriti? In ospedale si possono avere tutte le garanzie per la salute di madre e figlio». Per Tiziano Falchi, anche lui studente e volontario, «queste ruote possano essere utili come soluzione estrema, però penso che si debba insistere sull'informazione. Cercando di raggiungere soprattutto rom, immigrati extracomunitari e famiglie disagiate in generale».
Anche per Veronica, Marika e Stefania, studentesse diciassettenni dell'Istituto tecnico femminile “Sandro Pertini” nel quartiere di Mulinu Becciu, la ruota può essere presa in considerazione come una soluzione ultima, come alternativa alle tristi storie di abbandoni che diventano notizia: «Certo, meglio la ruota del cassonetto, come spesso sentiamo nei tg», dice Veronica. «Anche perché ci sono tante famiglie che vorrebbero avere un figlio e non possono, e se qualcun altro può dare affetto a questi bambini, anche se non sono i genitori naturali, non fa differenza», continua Marika. «Io andrei in ospedale - interviene Stefania - e se non potessi proprio occuparmi del bambino lo lascerei li, anche se non tutte sanno che si può fare così. Noi a scuola ne parliamo con i professori, ma a livello di chiacchierate. Ci dovrebbero essere delle campagne di informazione, soprattutto qui a scuola, questo poi è un istituto per la stragrande maggioranza composto da ragazze…».
In giro per le stradine delle Marina, con un po' di imbarazzo anche una suora dell'ordine delle Figlie della Carità parla favorevolmente della ruota solo come alternativa al cassonetto. E parla di quando c'erano le ruote anche a Cagliari, dalle suore cappuccine, o in piazza San Sepolcro: «Non è certo la soluzione ottimale ma se serve a salvaguardare la vita e la dignità dei bambini che sono gli esseri più deboli... Oggi però ci sono altre possibilità».
Sandro Mascia, che gestisce un bar nel quartiere Marina e ne conosce praticamente tutti gli abitanti, dice che forse la ruota sarebbe una soluzione per le donne immigrate che sono costrette a lavorare in strada e non possono permettersi neppure di andare in ospedale, perché non sanno, o non gli viene comunque consentito, «e nel quartiere ce ne sono situazioni simili». La necessità di insistere su informazione e sensibilizzazione è confernata da Liza e Suye - due ragazze che arrivano da Zhejiang, non lontano da Shangai, a Cagliari da 10 anni la prima e da 7 la seconda -: nessuna delle due sapeva della possibilità di partorire in ospedale e lasciare là il bimbo. «In Cina - racconta Liza - era molto frequente abbandonare i bambini per strada. Oggi succede molto meno, e comunque è una cosa davvero triste, ogni mamma dovrebbe poter occuparsi del proprio figlio».
Ma non tutte possono farlo, e nella nota della Depau e della Zuncheddu si mette l'accento sulle sacche di disagio sociale esistenti nei rioni popolari, «dove appaiono allarmanti i dati sulla disoccupazione, sull'abbandono scolastico, sulla carenza di strutture sociali e le cifre sugli adolescenti che, all'età di soli 14 anni, diventano genitori. A tal proposito il Comune di Cagliari, anziché allestire un sistema obsoleto come la “ruota”, dovrebbe documentarsi con le competenti istituzioni regionali e provinciali prima di prendere qualsiasi iniziativa che potrebbe comportare lo sperpero di denaro pubblico».
«Soldi che - dice con fermezza Claudia Zuncheddu - andrebbero investiti in educazione, sensibilizzazione, cultura. Riproporre le ruote è inopportuno e diseducativo, che messaggio stiamo mandando? Bisogna agire alla radice del problema, fare informazione capillare, raggiungendo le ragazze ma anche i ragazzi delle periferie, magari offrire un aiuto economico a favore dei genitori e delle ragazze-madri in condizioni disagiate. Non sprecare i soldi dei contribuenti in progetti inutili».
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