giovedì 6 marzo 2008
di Giorgio Melis
La Sardegna è la zolla più antica del pianeta: giusto che abbia il suo Giurassik park politico e lo esibisca nella parata elettorale. Siamo geologicamente la terra più vecchia del mondo: anche politicamente. Dunque è corretto che ci sia la carica dei dinosauri d'assalto. Qui non rischiano certo l'estinzione: sono la specie ancora dominante, come il tyrannosaurus di milioni di anni fa. Tra Pd e Pdl c'è stata una deprimente gara al “vinca il peggiore”. Ma la vittoria è ipotecata in partenza dal centrodestra: conferma tutti gli uscenti, quasi senza novità.
Abbiamo l'età media più alta in Italia dei candidati destinati all'elezione al Senato e alla Camera: oltre 58 anni Palazzo Madama, 54 e passa a Montecitorio. La presenza di alcuni “giovani” upper o o under 50 abbassa la media che salirebbe di molto: con tanti sessantenni e settuagenari sempreverdi e prensili. Non mollano: irriducibili. Dicono che l'esperienza conta più dell'età. Per il rinnovamento bisognerà aspettare che arrivino agli ottanta, come De Mita, renitente e furioso. Questo era e resta lo spirito di “casta”: intoccabile.Liste matusa: no sexy, inappetibili. Politicamente sopravvissuti, quasi cavalieri di Vittorio Veneto, alcuni umanamente gradevoli.
Il rinnovamento non abita in Sardegna, mandano a dire il cardinale-restauratore Antonello Cabras, Paolo Fadda, Gianpiero Scanu e gli altri notabili, dai quali va detratto (ma non incolpevole per le altre scelte) Antonello Soro: candidato fuori della Sardegna e con pieno diritto conquistato sul campo, leader nazionale vero. Ma il segno complessivo della liste è quello della conservazione: anagrafica e politica, spesso coincidenti. Con pochi nuovi personaggi qualificati e non tutti in pole position per l'elezione: quasi foglie di fico per coprire il rifiuto totale al cambiamento. Un classico compromesso deteriore. Bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto? Mezzo vuoto, anche meno, per cambiamento. Mezzo strapieno per conferme, recuperi nel segno del continuismo delle nomenklatura ex Ds ex Margherita: vincono a mani basse, chi lo nega bara al gioco o si fodera gli occhi di prosciutto.
Il pacchetto di mischia dei dinosauri è caratterizzante, non è esorcizzabile. Senza le speranze di rinnovamento, slanci e generosità che spetta ai giovani inoculare nelle arterie irrigate della nostra politica. Pollice verso a Cabras&company. Il cardinale-re di quattro partiti, ha ancora messo tutti nel sacco. Si è salvato abusivamente come segretario fasullo nelle primarie perse: benché vinte con i voti inquinanti da destra. Ma è andato avanti come un silenzioso trattore per salvare gli altri esponenti (tranne il sodale Emanuelen Sanna, defenestrato) che lo hanno sorretto nella battaglia persa nelle urne, vinte a tavolino ambiguamente. Nessuno voleva far rotolare teste per ragioni personali. Perché è inaccettabile che debbano occupare ancore poltrone parlamentari dopo un quarto di secolo in quelle regionali, enorme accumulo di potere con cinismo totale. Non hanno neanche accennato a farsi da parte, combattendo fino all'estremo. Con pieno successo Fadda, che non vale Emanuele Sanna.
Ha dovuto soccombere a Giulio Calvisi, buona persona, grigio funzionario di partito senza carisma benché segretario per anni dei Ds. Niente ricambio. Della serie ”vorrei ma non posso”. O rinnovo interruptus praticato senza profilattico politico: non c'è pillola del giorno all'altezza. Altri elementi negativi. Il ripescaggio in grande spolvero di Giampiero Scanu, eccellente persona ma con trent'anni di esposizione politica. Anche i “nuovi” come Siro Marrocu (col coraggio e il merito d'aver sorretto Soru nei frangenti più duri) e l'ottimo Francesco Sanna sono professionisti della politica. Non basta a qualificare la lista il nome di Guido Melis in zona alta. Anche la scelta di Caterina Pes, voluta da Soru, sarà tutta da verificare sul campo. Mentre la conferma della buona Amalia Schirru si iscrive più negli atti dovuti che nelle scelte motivate e sacrosante. In questo quadro, lo sbarco della repubblicana Luciana Sbarbati passa abbastanza inosservato dopo la rinuncia (peccato) di Bianca Berlinguer.
Resta da dire di Renato Soru. Il bicchiere un terzo pieno, due terzi vuoto di svolta, è tutt'altro che entusiasmante: anzi. Non ha potuto imporre il rinnovamento: come Veltroni. Avendo espresso nove consiglieri regionali nel 2004, con una ventata di novità travolgente benché non tutta andata a buon fine, poteva e doveva richiedere di più: anche esponendosi personalmente, marcando un dissenso che è venuto, rassegnato, solo a cose fatta. La caduta di Prodi non lo ha aiutato e infine, nell'indifferenza colpevole di Veltroni, è stato messo in mezzo dalle trame dominanti di Antonello Cabras, con Antonello Soro defilato ma certo non assente. Insomma un brutto segnale complessivo. Se le urne saranno avverse, varrà anche per il voto regionale. Questo è un rischio concreto, con effetto-traino se il centrodestra prevarrà il 13 aprile: nonostante la debolezza delle sue liste e della sua rappresentanza in Consiglio. Ma non sarà colpa di Soru. Ricade sul nuovo-vecchio centrosinistra della conservazione, senza nobiltà e generosità.
Se il Pd non ride, il centrodestra (i suoi elettori) hanno di che lacrimare e molto. Niente di nuovo sotto il sole delle urne. Gli uscenti rientrano: non escono mai. Certo, l'ultrasettuagenario Beppe Pisanu è ancora un personaggio influente. Ma orbita in Parlamento da 36 anni: se vi sembrano pochi… Mariano Delogu è molto più verde sul piano elettorale ma l'età c'è anche se ben portata. Di altri uscenti, parecchi non meritavano il rientro anche se ancora giovanili per i nostri standard. Come nel gioco del domino, non si è voluto toccare alcun pezzo per non far crollare tutto. Ma non è certo una scelta di cambiamento: dopo i disastri che hanno fatto alla Regione e altrove alcuni di loro, uomini senza qualità anche se ben provvisti di voti.
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