martedì 4 marzo 2008
di Carlo Dore
Quasi certamente l'Italia verrà deferita alla Corte di giustizia della Ue per non aver tutelato il sito di interesse comunitario (SIC) delle dune boscate di Narbolia, in provincia di Oristano. La notizia rende inevitabili alcune riflessioni sulle responsabilità per la scandalosa vicenda e su quanto potrà avvenire, ai danni del paesaggio e dell'ambiente, se lo schieramento che fa capo al cavalier Berlusconi dovesse vincere le imminenti elezioni politiche e, ancor peggio, quelle regionali del prossimo anno.
Per chi ha la memoria corta, è bene ricordare che, nel luglio del 1996, la Regione, constatato lo straordinario pregio naturalistico del compendio di Narbolia, ne chiese l'inserimento fra i 114 siti sardi di interesse comunitario (in base alla Direttiva Habitat 92/43). La società Is Arenas s.r.l., facente capo ad alcuni finanzieri del nord Italia e del Canton Ticino e controllata dalla fantomatica società Antil BV, con sede ad Amsterdam, aveva presentato un faraonico progetto per la realizzazione, nell'area in questione, di un campo da golf e di un complesso turistico immobiliare di oltre 220.000 metri cubi: un intervento che avrebbe inevitabilmente determinato la devastazione di quel sito, fino ad allora incontaminato ed ormai divenuto area protetta. La società pretese di portare avanti egualmente l'iniziativa senza nemmeno dar corso alla procedura di Valutazione d'impatto ambientale, obbligatoria per legge.
Nei primi mesi del 2000 il pericolo parve scongiurato, grazie alla battaglia promossa da alcuni ambientalisti (fra i quali Stefano Deliperi, portavoce del Gruppo d'intervento giuridico) e, soprattutto, da Maria Dolores Sanna, coraggioso sindaco di Narbolia che per il suo impegno fu oggetto di pesanti intimidazioni al punto di dover viaggiare sotto scorta, e grazie poi alla determinazione dei ministri dell'Ambiente Edo Ronchi e Willer Bordon. Nonostante, in Sardegna, gli assessori ai Beni culturali avvicendatisi in quegli anni, Efisio Serrenti e Pasquale Onida, e l'assessore dell'Ambiente Emilio Pani, sulla spinta degli amministratori locali e di alcuni consiglieri regionali del centro sinistra, facessero di tutto perché la sciagurata iniziativa potesse esser portata a compimento.
A quel punto, tenuto anche conto del fatto che l'avvenuto insediamento del governo Berlusconi non prometteva niente di buono, non restava altro che provocare l'intervento delle istituzioni comunitarie che, in quel tristi periodo, venivano a ragione considerate l'unico baluardo a tutela di valori di primaria importanza, quali il paesaggio e l'ambiente, contro l'assalto dei “lanzichenecchi” degli anni 2000. Perso per perso, la parlamentare europea dei Verdi Monica Frassoni diede fuoco alle polveri, segnalando alle istituzioni europee la vicenda che, per la sua gravità, non aveva precedenti, e provocandone l'intervento.
Ma poiché la fantasia e, soprattutto, la faccia tosta umana non hanno limiti, il postfascista Altero Matteoli, ministro dell'Ambiente della sgangherata compagine del Cavaliere, inventò ciò che non era possibile inventare. Sostenendo che il sito de Is Arenas si era degradato a causa «delle linee gestionali non coerenti portate avanti da anni dalla società Is Arenas nella porzione di sito di sua proprietà» (sic!!!), chiese formalmente alla Commissione europea che si procedesse alla “sclassificazione” del sito.
Il che significava, da un lato, dare letteralmente la zappa sui piedi al nostro Paese, ammettendo che non era stato in grado di tutelare un bene di grande valore naturalistico, sperperando - tra l'altro - i fondi comunitari ottenuti; dall'altro lato, premiare il privato che, o per dolo o quanto meno per colpa grave, era responsabile dello scempio.
Contro questa sciagurata iniziativa non servì alcun intervento. Né l'interrogazione n. 684/A, presentata il 19 settembre 2003 dal sottoscritto, all'epoca consigliere regionale, al presidente della Regione, e assessore ad interim dei Beni culturali, Italo Masala, e a quello della Difesa dell'Ambiente Emilio Pani. Interrogazione che - secondo le buone abitudini e il galateo istituzionale dell'epoca - rimase, come innumerevoli altre, lettera morta.
Né servì quella presentata il 27 novembre dello stesso anno dai parlamentari Francesco Carboni e Nichi Vendola. Infatti, il governo non fece marcia indietro, con il risultato di una figuraccia per l'Italia, di un grave danno per l'ambiente e di pesantissime sanzioni economiche. Speriamo che questa vicenda costituisca motivo di riflessione per chi crede che il ritorno al governo del Cavaliere al posto dell'odiato Romano Prodi sia la panacea dei mali italiani.
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