venerdì 29 febbraio 2008
di Nanni Spissu
C'è qualcosa di tragicamente comico e drammaticamente ameno che affratella Sanremo e la nostra politica.
Io mi sono sentito tremendamente in colpa per non avere ancora seguito una serata del festival. Sento di aver commesso un tradimento, di aver peccato di omissione per non avere reso dovuta attenzione a un evento che, per la sua natura rituale e sacrale, non può essere tradito. Come la messa domenicale, se mi si passa l'offensivo accostamento.
Si sa che il rito si caratterizza per la sua ripetitività e per il suo valore simbolico. Esso, nella sua struttura di evento organizzato secondo procedimenti codificati, che si ripetono in forme vincolanti, evoca, celebra, richiama, rappresenta, dà forma. Il carattere fortemente rituale di Sanremo non ammette variabili.
Ogni rito scaturisce da un incontro tra un celebrante e una platea comunità che si ritrova in un'aula assemblea deputata per la sua struttura a ospitare il rito. I celebranti sono qualificati da una routine formativa che li rende degni e adeguati alla celebrazione, a essere grandi registi e guida delle comunità che vi partecipano.
Le appartenenze a caste, religioni, particolari comunità, abilitano alla partecipazione sino al punto che partecipare è un imperativo morale cui non si sfugge. I celebranti sono abilitati anche da curriculum sostanziosi, per essere poi atti a rendere palese la forte connotazione simbolica ed evocativa dell'evento di cui sono registi e primi attori assieme.
Sanremo è una grande assemblea nazionale e rituale che ha i suoi devoti, condotti alla presenza da un imperativo morale cui non possono sfuggire.
O non dovrebbero.
Qui sta il dramma. Perché pare che nelle coscienze degli italiani quell'imperativo si sia un affievolito e che la gente se ne sbatta della grande celebrazione canora nazionale per fare altro.
Ora il massimo sacerdote celebrante di quel rito si incavola furioso perché lui, l'immenso, l'immortale, il grande demiurgo, è la canzone, incarna l'idea stessa della cantabilità nazionale, per chiamata della storia, della nazione e, lui sospetta, persino divina.
Insomma lui è titolare di questa investitura a vita, Pippo Baudo per sempre, verace emblema di quella condizione di indispensabilità che è vizio nazionale, perché se arrivi dove sei, non molli più, e ti incateni al trono conquistato.
Non è che il vecchio rito cantatore possa magari o sparire, o essere altra cosa, che magari la gente passa, il gusto va col tempo, cammina, l'orecchio si aggiorna, e questi così, ormai ectoplasmi, tirati al massimo, con top e improbabili parrucchini, cerone senza risparmio, sorrisi computerizzati, protesi dentarie, gambe di legno, busti ortopedici e pannoloni, possano continuare a chiederci di invaghirci di Vecchio Scarpone e Grazie dei Fiori.
E di sognare di loro, eterni, immoti e raggelanti nella loro esistenza surgelata, apparizioni stranulate, eterna imitazione di se stessi, quelli di una volta, quando a celebrare ci stavano, forse, bene.
Ma di Pippi Baudo è piena la nazione, e mentre si celebra il rito periodico della competizione elettorale, gira sempre il vecchio spartito delle canzoni di Nilla Pizzi e Gino Latilla, e magari di vecchi gruppi anni 60 e 70, che cantano in playback le loro canzoni di allora, con visi gonfi, epa debordante, pelate desertiche, chiome bianche tenute su da pietosi datori di giovinezza improbabile, che ci cantano Contessa, o Senza Luce, come l'imitazione casereccia dei Duran Duran.
Questi che continuano a cantarci da tempi immemorabili il loro Vecchio Scarpone, con voce garrula e vagamente schinnita, sono tutti offesi neri con il loro devoti, che la devozione se la sono scordata e vogliono sentire finalmente della nuova musica, la vogliono sentire da voci stentoree e ferme, al pari dolci e suadenti, vogliono anche parolieri nuovi di zecca, chiome vere, mente ferma, niente prolassi sornionamente ammiccanti, e, insomma, qualche bella idea fresca di giornata e una bella vitalità per celebrare i riti parlamentari con energia pulita e a 10.000 watt, tutto carica e niente più come sempre.
E il defilé, cui assistiamo in questi giorni, dei cento mille pippi baudi, assatanati e offesi perché la gente ne ha le scatole piene, di loro e dei loro riti polverosi e della loro forfora sugli eterni abiti blu, devono cominciare a convincersi che la gente finirà per voltare la spalle e spegnere il teleschermo, per voltarsi dall'altra parte, e magari finalmente ascoltare un disco di quella strepitosa Martha Argerich che il Teatro lirico cagliaritano ci ha splendidamente scodellato questi giorni.
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