giovedì 28 febbraio 2008
di Giorgio Melis
Alleluia, la Finanziaria è legge: con appena due mesi di ritardo su quelle delle altre regioni italiane e dello Stato, che hanno chiuso la partita al 31 dicembre. Sardegna ultima, cioè ultimo come sempre il suo Consiglio regionale: primo per costo pro capite tra tutte le assemblee. Confermato anche nel bilancio per il 2008, nonostante un taglio “virtuoso”di sei milioni 600 mila euro rispetto a quello dell'anno scorso: da 102 milioni 900 mila euro a 96 milioni 20 mila. Naturalmente bisognerà aspettare la fine dell'anno: per verificare se la riduzione preventivata resterà anche nel conto consuntivo. In contrasto con l'estenuante battaglia maramalda sulla Finanziaria, approvata con maggioranza ridotta ma netta (42 sì e 21 no), il bilancio del Consiglio è passato all'unanimità con la solita procedura: tutto fatto in 90 secondi contro i centodieci giorni per la manovra di bilancio. E soprattutto, nessuna discussione, non un minimo di confronto pubblico in aula: ratificata senza un vagito la relazione dei questori.
Si poteva quanto meno mettere l'accento sul taglio alle spese. Picche, meglio glissare del tutto. Non sta bene parlare dei soldi per sé. Imbarazzante, perché anche 96 milioni sono una cifra enorme che potrà essere falciata solo riducendo drasticamente questo pletorico parlamentino strapagato come i suoi dipendenti: riforma neanche presa in considerazione, evocata solo per essere certi che non si farà mai. Insomma, acqua in bocca e tutti a casa, non un fiato: prendi i soldi e scappa. Il tema del costo della politica e delle assemblee legislative è al centro dello sdegno dei cittadini: non ha tuttavia meritato uno straccio di attenzione in Consiglio. È stato sempre così, è vero. Ma il clima è pesantissimo nell'opinione pubblica: meglio evitare pudicamente che l'antipolitica frughi nei conti consiliari.
Eppure l'aula si è dilaniata per oltre tre mesi su tutto: anche su spiccioli. Affossando perfino stanziamenti modesti ma significativi. Per tutti, i fondi per l'ordinaria amministrazione del parco di Molentargius, al momento senza copertura: da trovare dopo l'agguato a voto segreto voluto dall'intrepido post-missino Ignazio Artizzu. In compenso approvando la promozione indiscriminata di 307 dipendenti regionali alla categoria superiore, con un costo aggiuntivo di 600 mila euro: senza copertura finanziaria (ne parliamo a parte). È l'allegra finanza consiliare, che fa strame anche delle minime regole di buona amministrazione.
È finita poco gloriosamente l'ennesima battaglia di retroguardia del Consiglio. Proprio nel giorno in cui il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, scriveva a Spissu scusandosi perché impegni di Stato gli avevano impedito di presenziare alla manifestazione per i 60 anni dello Statuto. Gran signore, questo Napolitano. Come si era dimostrato verso la Sardegna in passato e di recente, partecipando alle celebrazioni gramsciane: contestato dal delirante rigetto di indipendentisti da strapazzo, che considerano anche Gramsci un italiano immeritevole del loro insignificante rispetto.
Il suo messaggio acquista un suono ironico, mentre questo Consiglio si conferma di nessun credito: ha ancora violato la propria legalità, che gli avrebbe imposto di varare la Finanziaria entro 37 giorni come da regolamento e non nel triplo del tempo. Ci sono stati passaggi orrendi. Non solo in quello che ha portato al todos caballeros promozionale di 307 regionali. Bloccato in extremis il tentativo degli stessi cinici guastatori che volevano accollare alla Regione anche il personale delle Comunità montane. Destinato a Comuni e Province che non lo vogliono, perché si era ritagliato stipendi superiori a quelli dei loro dipendenti: Ergo, si voleva farli assumere a mamma Regione: vissuta come una discarica cui far pagare tutti i clientelismi remoti e recenti.
Il Consiglio ha dato il peggio di sé affossando con voto bipartisan la riforma degli scandalosi Consorzi industriali: difesi a spada tratta dalle nomenklature trasversali che ne lucrano potere, poltrone, voti, clientele intoccabili. Il rinvio di cinque mesi significa probabilmente averla bloccata del tutto: figurarsi se dall'autunno in poi questo ignobile consociativismo consiliare, complice e incrociato, lascerà che si tocchino prima delle elezioni centri di potere per i quali sono pronti a svenarsi larghe componenti del centrosinistra e del centrodestra. Una riforma che Renato Soru voleva e vuole a ogni costo, un sacrosanto intervento di igiene politica e pubblica. Non ce l'ha fatta e non ce la farà. Dicono che tiene sotto schiaffo il Consiglio: è vero il contrario e se n'è avuta una nuova conferma al peggio. Quest'assemblea bottegaia è irriducibile solo quando si tratta di losche operazione politiche, amministrative e finanziarie: è questo il primato che davvero le preme. Si grida alla Giunta bocciata ma in realtà a essere sconfitta da se stessa è quest'assemblea antiriformista, conservatrice del peggio, in cagnesco alla Sardegna.
Politicamente, il fatto del giorno è che la Ragioneria generale dello Stato - organo tecnico di altissimo prestigio e indipendenza - ha confermato la formale e ufficiale approvazione dell'iscrizione in bilancio delle entrate future, che lo Stato deve risarcire alla Regione per i pregressi “furti” di trasferimenti dovuti. Epilogo della vittoriosa vertenza sulle entrate avviata da Soru con l'ex assessore Francesco Pigliaru. La procedura voluta da Soru è stata contestissima in Consiglio, non solo dalle opposizioni scatenate: ora potranno accusare la Ragioneria centrale d'essere condizionata dal presidente. La questione è stata impugnata davanti alla Corte costituzionale dalla Corte dei conti della Sardegna. La Consulta si pronuncerà a maggio. Ma il parere della Ragioneria dello Stato non è acqua fresca, provenendo dal guardiano della correttezza nell'impiego dei soldi pubblici.
Un parere pesante, che riconosce alla scelta regionale una compatibilità significativa: anche e soprattutto in relazione al percorso virtuoso della Regione nel risanamento in pochi anni dell'enorme debito ereditato dalle Giunta di centrodestra. Non è un giudizio definitivo, perché l'unico inappellabile è quello della Corte costituzionale. Ma certo un buon viatico. Comunque una prima rivincita (in attesa di riscontro finale) per Soru rispetto alle devastanti polemiche condotte dal centrodestra e anche nella stessa maggioranza.
Il presidente chiude dunque questa infernale partita con un gol che potrebbe valere lo scudetto. Resta lo spappolamento di una maggioranza malfidata spesso patetica e distruttiva: speculare all'opposizione. Si è ridotta a un asse malcerto tra Pd, Italia dei Valori e Sinistra Arcobaleno. Inevitabilmente e anche meritoriamente. Intanto la formazione del Partito democratico e la scelta nazionale di Veltroni di andare da solo è stata nei fatti anticipata da Soru, per scelta o necessità. Tenendo fuori dalla Giunta e non subendo i ricatti dell'Udeur mastellata, infida e in rapida, giusta dissoluzione. Prendendo atto senza scomporsi che lo Sdi di Balia&Masia mammamia si era messo fuori della maggioranza. Di fatto all'opposizione dall'inizio della legislatura. Rissoso e diviso per tre anni al proprio interno, compattato dalla vana offensiva per piegare il presidente.
Un antagonismo temibile che si è scornato da solo: i socialisti, fuori dal Pd, rischiano il naufragio definitivo alle elezioni politiche e probabilmente anche nelle regionali del 2009. Poteva e doveva andare diversamente, un positivo esito politico sarebbe stato desiderabile. Ma Balia ha voluto rilanciare la strategia del bigliettino a lupara politica come aveva fatto con successo contro Palomba: è andato a sbattere di brutto, portando il partito allo sbaraglio.
Lo scenario per la maggioranza resta turbolento, anche per le candidature in Parlamento su cui le nomenklature giocano le residue carte nel segno dell'autoconservazione, contro ogni rinnovamento che le metta in discussione. Le elezioni politiche, anche se la partita è tutta sullo scacchiere nazionale, decideranno se si andrà a una schiarita detendendo i contrasti o il contrario. Si vedrà a urne aperte. Per ora la Finanziaria dei 110 giorni è arrivata al traguardo, con una dotazione di 8,7 miliardi di euro da spendere con colpevole ritardo grazie a un Consiglio senza rispetto di sé e dei sardi.
Nel frattempo c'è la conferma non definitiva che la vertenza entrate portata casa è un risultato grande anche a futura memoria, una conquista permanente. Il metanodotto dall'Algeria entro 3-4 anni cambierà radicalmente la condizione anche economica della Sardegna, con potenzialità imprevedibili. A La Maddalena arrivano già, in vista del G8, i soldi pubblici che consentiranno una riconversione generalizzata dell'arcipelago: imponendolo come straordinaria attrazione permanente per il turismo e la cantieristica. Molte cose sono in cammino, altre purtroppo ferme ma la schiarita potrebbe essere più vicina del previsto: se la gelata dell'economia mondiale non colpirà anche la Sardegna come l'Italia e il mondo. Siamo forse nel momento più critico ma non senza concrete prospettive di svolta. Purtroppo c'è una classe politica e dirigente molto al di sotto delle sue responsabilità.
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