martedì 26 febbraio 2008
di Giorgio Melis
Statuto vecchio? Fa buon brodo se c'è buona politica: vecchia e nuova. Se le autonomie sono fatte funzionare da una buona classe dirigente. Se è vecchia e cattiva, inconcludente, divisa e distruttiva, nessuna carta costituzionale può dare dignità e funzionalità alle istituzioni. Lo Statuto sardo ha sessant'anni ma è meno decrepito - spesso anche anagraficamente - di un ceto politico lontano dall'ispirazione originaria quanto dalle aspettative per il futuro. Soprattutto se vuole restare imbullonata al potere e alle poltrone elettive, respingendo il rinnovamento e il ricambio generazionale. Come sta penosamente accadendo nel Pd sardo, controllato dalle vecchie nomenklature Ds-Margherita che puntano solo a perpetuare i notabili respingendo l'onda innovativa di Veltroni.
Come è già praticamente avvenuto nel centrodestra. Dove si va a una massiccia conferma di tutti (o quasi) i parlamentari uscenti perché, con trionfalismo autocelebrativo davvero singolare, sono così bravi e all'altezza da non doversi mettere in discussione o tanto meno farsi da parte. Nella logica dell'autoconservazione, i due schieramenti maggiori (ma anche gli altri, al centro e a sinistra) sono organicamente avvinti da spirito bipartisan nell'autodifesa dell'esistente: ovvero loro stessi. Se questo è lo spirito del tempo scadente e scaduto, la corsa alla nuova magna charta - spesso condotta in maniera estemporanea da presunti costituenti improbabili - è solo polverone, diversivo: fuga dai problemi concreti che si possono affrontare e risolvere anche senza un nuovo quadro istituzionale, usando al meglio quello esistente.
Davanti agli alti e dolenti lai del presidente Giacomo Spissu sul fallimento della legislatura costituente (ma sono già tre, non solo quella in corso), Renato Soru ha avuto gioco fin troppo facile e ben fondato a replicare. Lo Statuto materiale negli ultimi anni è avanzato e di molto. Spostando in avanti la frontiera dell'autonomia. Conquistando dallo Stato nuovi e concreti spazi, risorse, poteri, territori e strutture riportate sotto la sovranità della Regione.
Dopo decenni di abbandono della politica contestativa che fu l'obbiettivo della grande stagione di Paolo Dettori, Pietro Soddu, Umberto Cardia e altri, Renato Soru - piaccia o meno - l'ha rilanciata con determinazione e senza rassegnazione fatalistica. Senza grandi teorizzazioni ed elaborazioni teoriche che non gli appartengono ma con lo spirito del fare, della tenacia rivendicativa, senza complessi e timidezze: anzi aggressivamente verso governi, premier e ministri: avversi prima, amici poi, con un Prodi che dovremo iscrivere fra i pochi uomini di governo dalla parte nostra. Soru ha proceduto con atti procedurali forti, non sempre formalmente puntuali, con errori che possono essere corretti. Ma facendo inverare la sub-statualità regionale in contenuti e forza contrattuale che ha prodotto grandi risultati ancora in cammino.
Solo il livido gioco al massacro che da noi colpisce inesorabilmente chiunque esca dalla rassegnata routine e dalle rivendicazioni burocratiche può negare l'importanza degli effetti che si sono prodotti. Con la vertenza sulle entrate, il riscatto da enormi servitù militari e civili, il rigetto di subalternità ancora colonialistiche e l'affermazione di diritti ancora controversi ma che segnano le pietre di un guado coraggioso rispetto alla stagnazione degli ultimi 15 anni.
Nell'eterna, maledetta pulsione demolitoria contro chi si sollevi, magari in forme dure e urticanti, dalla mediocrità del quieto vivere senza alti traguardi, oggi Soru è sotto schiaffo nel suo campo, che incoraggia quello avverso: reduce da un quinquennio di malgoverno regionale nel segno di un'assoluta sudditanza e passività rispetto allo Stato e all'amico governo Berlusconi, senza aver ottenuto da Roma la centesima parte di quel che ha strappato Soru in tre anni. Non importa che oggi si neghi faziosamente questa evidenza. Chi ha scrollato duramente l'albero potrà non raccogliere i frutti, che magari potranno cadere immeritatamente su altri. L'importante è che lo Statuto materiale - ovvero risorse, poteri, sovranità, pari dignità - sia acquisito alla nostra autonomia: benché a rischio dissipazione se tornassero alla guida della Regione uomini del disonore, dell'una parte e/o dell'altra.
Alcuni paletti decisivi sono stati conficcati a viva forza nel terreno autonomistico. Mentre molti, troppi altri, come avviene da tanto tempo, continuano a baloccarsi con Statuti, Consulte, Costituenti. Alla ricerca del salvifico Santo Graal o della miracolosa pietra filosofale. Oltretutto senza cavare mai un ragno dal buco. Disperdendosi in orge di parole e scritti senza mai arrivare a una conclusione. Incapaci perfino di rivedere una legge elettorale nazionale e i paralizzanti regolamenti consiliari che impediscono una gestione minimamente efficiente del ridicolo parlamentino rissoso e logorroico, dai costi inauditi rispetto alla produttività miseranda. Anzi, si era scritta una legge Statutaria opinabile quanto si vuole ma infine un approdo concreto. È stata bloccata con un vergognoso referendum imposto alla comunità da 19 consiglieri che l'avevano approvata o lasciata passare, per poi essere ridicolizzati dalla misera partecipazione del 15 per cento dei sardi chiamati alla lotta contro l'incombente dispotismo immaginario: per una legge uguale a quella vigente nelle altre Regioni.
Difendere, allargare e potenziare l'autonomia significa perseguire contenuti che incidano sulla vita dei cittadini. Non la follia circolare fino allo stordimento di dibattiti senza fine e a vuoto, accademia politico-giuridica senza sbocchi, fallimento di mille iniziative tutte deragliate disastrosamente. Si è assistito, anche con favore, a Costituenti e Consulte naufragate dopo enormi perdite di tempo. In 15 anni si è visto e sentito di tutto e di peggio, senza approdare a nulla. Appunto perché, come ha ben detto uno studioso appassionato come Umberto Allegretti, attento e impegnato da decenni nel divenire dell'autonomia «occorre la politica per far lievitare le argomentazioni giuridiche».
Qui la politica alta è latitante da molto tempo, non ha fecondato ma anzi afflosciato la spinta anche all'aggiornamento istituzionale. Perché è prevalsa e ancora resiste la “politica del disfare” contro chi, senza impancarsi a stratega costituzionale, punta al sodo, ai risultati senza enormi nubi di bollicine gassose. Per anni Pietro Soddu - vice di Nilde Iotti nella presidenza nella Bicamerale per la riforma della Costituzione - ha prodotto con altri esperti della materia studi e testi avanzati, segnati da fortissima, antica tensione autonomistica. Un corpus complesso e completo, pronto per essere discusso e approvato. Lasciato marcire perché doveva essere il Consiglio - con la spinta propulsiva all'indietro dei Riformatori alla Fantola e dei tanti che lo hanno assecondato fino alla dissoluzione - ad approvare il nuovo mirabolante Statuto: il padre e il meglio delle costituzioni mondiali. Da vergognarsi per tanta insipiente, inane, velleitaria, collettiva incapacità.
È lo stesso spirito che ha riempito in Consiglio tanti lacrimatoi istituzionali nella celebrazione-commemorazione (come fosse un caro estinto) dei 60 anni dello Statuto. Badate bene che le recriminazioni da prefiche sono venute quasi esclusivamente da partecipanti nuragici. Politici e studiosi anche di gran nome venuti dae su mare si sono segnalati per ben altra concretezza. Le costituzioni sono vitali se rispondono a sogni e bisogni, se perseguono obbiettivi materiali dei cittadini. «Non vedo il bisogno impellente di un nuovo Statuto, che forse è una necessità più' delle forze politiche che dei cittadini». In queste parole di Luciano Violante, ex presidente della Camera e attualmente della commissione Affari Costituzionali, c'è l'approccio sapiente e pragmatico mancato in Sardegna.
Violante ha sottolineato la necessità di rendere la Regione più forte e competitiva «procedendo per vie politiche», in modo da ottenere un migliore funzionamento del Consiglio regionale, un rappresentante nel Parlamento europeo e, soprattutto, il riconoscimento della maggior parte delle risorse fiscali riscosse nel territorio. «Mentre le Regioni a Statuto speciale discutono di un nuovo Statuto - ha ricordato Violante girando il coltello nella piaga non solo sarda - quelle a Statuto ordinario acquistano più forza e potere.Per questo consiglio una certa prudenza nell'affrontare il tema del nuovo Statuto in quanto, nel frattempo, si delegittima il vecchio. È più utile, invece, operare in un'altra direzione, lavorando per la crescita della Regione, individuando gli strumenti che aiutano a operare in questa direzione».
Da prestigioso parlamentarista, Violante si è poi chiesto se i Consigli regionali stiano realmente utilizzando tutte le loro prerogative e se la loro funzionalità sia concretamente assicurata dai regolamenti interni. «Sono questi gli aspetti sui quali lavorare, assieme alla rappresentanza in Europa e la questione fiscale, per rendere più competitiva la Sardegna». Non si poteva dire meglio e con maggiore autorevolezza quel che da anni si grida invano: senza riuscire a interrompere le giaculatorie a perdere dei nostri “legislatori”. A Violante nessuno ha detto che questo Consiglio straccione è da cento giorni (anziché i 37 fissati nel regolamento) alle prese con la Finanziaria, mentre quella statale viene licenziata in 30-40 giorni dal Parlamento e nelle altre Regioni è stata varata entro il 31 dicembre. Avrebbe potuto solo scandalizzarsi e trovare una clamorosa conferma di quel che aveva appena affermato.
Violante ha parlato al mattino. Non sarebbe stato certo influenzato dalla sintonia di accenti sostanziali con quanto esposto nel pomeriggio da Soru. Senza piagnistei: lasciati tutti a Spissu nell'intervento d'apertura. «Se anche in questa legislatura non si è riusciti a riscrivere lo Statuto speciale della Sardegna, c'è uno statuto materiale che ha fatto dei passi avanti con la vertenza sulle entrate e la compartecipazione fiscale, l'acquisizione dallo Stato di nuove competenze in materia di sanità e trasporti, il trasferimento alla Regione di beni demaniali». Il presidente ha quasi replicato all'omologo del Consiglio ricordando che «se lo Statuto è uno strumento di sviluppo, questi anni non sono passati invano. Un momento alto di autonomia con la vertenza sulle entrate, che ha inciso sull'articolo 8, modificandolo in modo importante rispetto a quattro anni fa».
Soru ha espresso forti riserve sulla bozza del comitato spontaneo che gli è stato girato da Mariano Delogu. Ormai siamo agli Statuti à la carte, inclusi quelli di costituenti non si che bene di quali competenze accreditati. «A lungo abbiamo discusso dello strumento migliore: Consulta o Costituente, ci poteva anche essere l'iniziativa della Giunta, ed ora si dovrebbe discutere di un testo di cui non si sa neanche chi l'abbia scritto». Netto rifiuto della retorica del nuovo, salvifico Statuto. «Il senso dell'autonomia e dell'identità regionale è fortemente radicato nella nostra regione. Si può ben dire che lo Statuto in vigore non è più sufficiente» come strumento di sviluppo. Ma dev'essere «l'anima che vitalizza la coscienza dei sardi».
Nell'ovvietà le conclusioni di Spissu sulla responsabilità della politica «di indicare soluzioni. Non sono convinto che il popolo abbia mai scritto le Costituzioni ed è quindi della politica il compito di interpretare la volontà generale e fornire l'idea. Quindi la proposta di lavorare ad un testo generale da sottoporre alla consultazione dei cittadini». Addavenì, chissà quando. Nel frattempo la Finanziaria giace e si tace sulle cose possibili da fare subito. Senza aspettare l'inafferabile Godot statutario: per mettergli il sale sulla coda. Mentre oggi nel Pd si proverà ancora a bloccare il rinnovamento dei candidati al Parlamento. In parallelo col centrodestra che non deve cambiare niente perché è già al top. L'importante è non fare, combattere chi prova ad agire senza alluvionarci di chiacchiere vane e fastidiose. È il migliore dei mondi possibile: temerario chi osa metterlo in dubbio.
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