martedì 26 febbraio 2008
di Marco Pitzalis
Il Partito democratico è al suo bivio storico fondamentale. Qui si separano le strade della conservazione e del rinnovamento. A livello nazionale la via del rinnovamento sembra essere presa con decisione. Esso riguarda i linguaggi, le regole e i contenuti della politica. Ed ha un effetto dirompente sugli equilibri politici nazionali.
Sboccare la società, sbloccare la politica ecco l'obiettivo storico del Partito democratico. Attraverso questo progetto passa la possibilità di rinsaldare e rinvigorire il patto repubblicano e costituzionale alla base della nostra convivenza nazionale.
Questo patto si fonda su due principi uniti: quelli il merito e della giustizia sociale, ovvero l'uguaglianza delle opportunità, ma è stato violato da troppo tempo. E questa violazione ha determinato lo sbriciolamento del significato di cittadinanza nel nostro paese. L'unico valore condiviso è quello di una competizione individualistica per il successo personale. L'impegno ha perso la sua dimensione civile e morale e diviene perseguimento del potere e della ricchezza.
La perdita della dimensione morale dell'impegno conduce alle derive mafiose, della corruzione e del clientelismo. Alla riduzione della politica a mercato senza leggi e senza morale.
La forza del messaggio veltroniano si trova nel fatto di porre alcuni elementi di moralità nella vita politica nazionale. Nell'ignoranza dilagante del nostro panorama politico hanno allignato mitologie sui sistemi elettorali stranieri per le quali la virtù di questi paesi risiederebbe nelle regole che costringono al bipolarismo o al bi-partitismo. Niente di tutto questo. Questi sistemi funzionano perché le classi politiche condividono dei valori etici fondamentali e si incontrano su alcune regole non scritte condivise.
Quello del Regno Unito non è un sistema bi-partitico: alle ultime elezioni si sono presentate oltre cinquanta formazioni politiche. Ma queste non si sono alleate collegio per collegio per fottere l'avversario, così come è successo in Italia dal 1994 ad oggi. In questo modo, nel Regno Unito per tutto il secolo solo due partiti si sono alternati al governo del paese, sommando in alcune occasioni meno del 60% dei voti.
Per 15 anni i mediocri statisti italiani hanno discettato sui meccanismi istituzionali ed elettorali. Mentre solo l'affermarsi di una morale pubblica condivisa può far funzionare il sistema. Occorre sbloccare la società perché occorre che i cittadini sappiano che sono uguali davanti allo stato, e che questo garantisce a tutti uguali opportunità di riuscita. Nello stesso tempo, la comunità nazionale si deve far carico di proteggere tutti nel momento delle difficoltà e in particolare i più deboli e i perdenti.
Sbloccare la politica è un imperativo strettamente connesso al precedente. I partiti devono ridiventare - così come sono stati in passato - un canale di formazione e di selezione dei quadri dirigenti nazionali. Da quasi trent'anni, al contrario, i partiti sono abitati da uomini che hanno perso il senso etico della politica. Quando le ragioni dell'impegno svaniscono, la politica diventa soltanto esercizio narcisistico di potere.
Rinnovare la politica non significa semplicemente rinnovare gli uomini, ma scegliere uomini che ancora ricordino qual è il fine alto della politica, la cui azione sia sostenuta da un'idea. A tal fine occorre che il Partito democratico recuperi il meglio della sua antica tradizione: quello della partecipazione popolare. Occorre dunque scegliere dei candidati che siano i garanti della costruzione del tessuto connettivo (e popolare) del partito nuovo.
Non servono i vecchi principi che riproducono le vecchie baronie. Non servono neppure personaggi (donne e uomini) improvvisati, inventati dell'ultimo minuto, le arriviste e gli opportunisti promossi da uno o l'altro dei principi per accontentare gli allocchi. Serve gente che abbia una storia. Uomini e donne che siano rappresentativi di qualcosa. Che siano riconosciuti dalla loro generazione, dai loro colleghi nei luoghi di lavoro. Persone capaci di aprire prospettive. All'interno della storia del movimento democratico ci sono questi nomi. Sono nomi nuovi. Non nel senso di gente senza storia. Al contrario, si tratta di persone che hanno dato molto per la società e nella società, nella politica e per la politica, nelle istituzioni. Sono nuovi perché sono nomi di persone che hanno continuato a impegnarsi per una causa e per le quali la politica non è un fine in sé.
Il rinnovamento non è buttare a mare la storia. Ma è costruire palazzi nuovi anche con antiche forze. Qui in Sardegna il compito è arduo. Nelle province lontane dell'impero, gli opportunisti baroni della politica, quelli che in venti anni hanno fatto e disfatto partiti, correnti, alleanze e cricche, rimanendo immutati attori di una politica senza idee e senza valori, mirano a trasferire le loro piccole baronie in un palazzo apparentemente nuovo, ma attraversato da vecchie consorterie, false contrapposizioni e dai rapporti nepotistici e clientelari che caratterizzano le attuali forme di leadership.
Difficile scardinare questo blocco di potere. Centinaia di mediocri vestali del tempio sono pronte a difendere le rendite di posizione garantite dai baroni della politica. Il potere dei baroni si fonda su questa micro-fisica del potere all'interno della quale essi tengono le redini di un sistema di cooptazione che è ben altra cosa da un processo di formazione di quadri dirigenti del partito e dello stato.
Lo stesso Soru finisce per essere ricondotto a queste logiche. Proprio perché il suo sistema di cooptazione ha oscillato tra il dilettetantismo dei parvenu e l'opportunismo di alcuni marpioni della politica. Proprio perché ha tradito la domanda di partecipazione democratica. Il fallimento di Progetto Sardegna rischia di riprodursi - in grande - nel Partito democratico.
Il dibattito di sabato a Cagliari è stato rivelatore. Paolo Fadda ed Emanuele Sanna non hanno ritenuto di dover dire qualcosa all'assemblea dei democratici. Hanno lasciato ad oscuri cortigiani il compito di mettere in mostra la loro unica virtù: l'acritica fedeltà.
Per far vivere il progetto del Partito Democratico occorre che si indebolisca il potere dei vecchi baroni e dei loro vassalli. Per questa ragione Paolo Fadda ed Emanuele Sanna non devono essere ricandidati.
Occorre indicare dei nomi. Non c'è bisogno di fare rivoluzioni. Alcuni nomi ci sono già nelle liste. Il problema è capire chi deve essere eletto. L'assemblea ha indicato il nome di Francesco Pigliaru. Mi sembra che sia un buon nome come capolista. Una persona competente e che ha già mostrato il senso della propria dirittura morale in politica. Un altro nome è quello di Grazia Maria de Matteis, da decenni attrice attiva del tessuto democratico sardo.
Vi è un'esigenza di continuità rispetto alle storie passate e vanno anche indicati nomi di persone che si facciano carico del processo di organizzazione del nuovo partito e che riconducano le vecchie storie nel nuovo mondo. I nomi di Francesco Sanna e Giulio Calvisi credo corrispondano bene a questo profilo. Sperando che nel futuro sappiano assumere un più chiaro piglio gorbacioviano. Occorre che la lista sia fatta pensando al futuro non con la testa rivolta al passato. Servono competenze e servono persone che garantiscano la costruzione del partito.
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