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martedì 26 febbraio 2008

L'armata papalina è il partito improprio
invasione militare di campo elettorale
Veronesi nuovo nemico, “cancro” politico

di Nanni Spissu

Questa è una campagna militare. Un vero esercito armato contro lo stato, contro la politica, contro la dignità della dialettica tra schieramenti contrapposti, in cui si identificano i cittadini elettori in base a programmi, visione del mondo, valori, idealità.

Qui scende in campo un esercito armato di tiara, mitria, stole. La nuova terra di conquista è sempre quella vecchia, questa povera Italia che non si vorrebbe libera, avanti alla propria storia, ai fondamenti della propria organizzazione statuale.

L'esercito papalino conduce un opera di sfondamento tipica di chi vive accerchiato da una società civile che sceglie di essere libera, sempre più, che sceglie di essere matura e ormai grande per vivere la propria emancipazione che è diritto inalienabile di ogni popolo.

Questo esercito usa la croce come vessillo per condurre una battaglia contro la civiltà, contro l'uomo, con la sua carne e la intelligenza, con la spocchia di chi pretende di detenere il deposito pieno e totale del vero e del giusto, ma anche con la disperazione di vedere in ogni passo verso la civiltà un pezzo di potere e di gloria terrena che se ne va. La propria.

In ogni anelito di noi uomini di questa terra perseguitata, lei sì, dall'ossessione di chi il potere se lo vede sfuggire a mano a mano che la scienza, la conoscenza, l'intelligenza aprono a noi la strada che ci consente di essere quel che noi chiediamo e vogliamo, l'esercito crociato vede a rischio il controllo dei propri bastioni e roccaforti.

Dobbiamo abbandonare il sogno accarezzato di una tolleranza rispettosa e reciproca, che sarebbe il meno, perché la tolleranza è meno della convivenza, che vorremmo. E spaventano i silenzi e il chiasso assieme, di questa politica che non sa trovare la propria dignità o la offre a brache calate per una benedizione interessata.

Se c'è chi ci invita tutti a una dialettica rispettosa, non chiassosa e turbolenta in questa campagna elettorale, questi non può abbandonare questa sua e nostra nazione alla continua, spocchiosa, prevaricante intromissione della chiesa romana nella nostra vita nazionale. La Costituzione repubblicana si tutela anche così, facendo che i patti si rispettino, e tra questi c'è il patto secondo il quale ciascuno deve stare al suo posto. E questo, si sa, ha per noi anche un altissimo costo economico.

Ora è Umberto Veronesi il nuovo nemico. Si capisce. Un uomo di tale livello morale e intellettuale, di così indiscusso prestigio, che ha speso tutta la vita di medico e di scienziato è un nemico da battere, non si sa mai che la sua candidatura vada a guastare la festa in qualche collegio già sicuro.

Veronesi è un uomo di punta di una battaglia contro il nemico dei nemici: il cancro. A questo si è dedicato, dando a questa sua battaglia il prestigio di una ricerca constante e puntigliosa, a favore della quale ha saputo trovare mezzi e strumenti e dedizione in un paese in cui la ricerca scientifica è sempre languente.

Ma lo è proprio perché questo paese è terreno di coltura di un pregiudizio antiscientifico, fondato sulla presunzione che l'intelligenza sia superflua davanti a una chiesa depositaria di ogni verità, esaustivamente, e il poverello che fa ricerca è guardato come un infante illuso di trovare cercando.

Ecco questa intromissione continua, ossessiva, nella nostra vita privata e pubblica, questa nostra coscienza sempre chiamata a identificarsi in una sorta di coscienza collettiva che risponde per tutti, affidata a uomini come tutti, ma che non accettano di essere tali. Questa è un campagna elettorale a tre punte, due schierate di qua e di là e una terza che gode di extraterritorialità, che gioca a rimpiattino e che butta la sua spada per far pendere la bilancia laddove il suo interesse sarà meglio gratificato e assicurato.

E noi quando cresceremo, quando diremo che non si può, quando smetteremo di essere proni e incapaci di farci rispettare?

Io non spero più, non avrei voluto parlare di queste cose, perché cocente è la delusione di vivere in un paese mai cresciuto. Mi sono state chieste delle parole. Ma sono parole amare e dolorose. E anche inutili.


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