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sabato 23 febbraio 2008

Un velo da rimuovere senza ritardi
nel rispetto delle istituzioni
perché il cittadino ha il diritto di capire

di Nanni Spissu

La vicenda Saatchi and Saatchi, con annessi e connessi, non è un buon segnale. Solo segnale, dico. Perché il mio garantismo è profondamente radicato, dentro, e per una sorta di buonismo che mi porto addosso sin da piccolo, sono sempre dalla parte degli indagati e persino degli imputati. Quasi sempre, non mancandomi il raziocinio per capire che, quando i segnali, come li ho chiamati, si succedono a ritmo vertiginoso, qualche dubbio e persino sospetto è inevitabile che ronzi anche nel mio raziocinio ordinariamente obnubilato dal buon cuore.

Quando vedo, per esempio nei tignosi e civilissimi lavori di cernita e di denuncia di Marco Travaglio, che certi personaggi pubblici sono inseguiti, poveretti noi, da una continua bordata di avvisi di indagine, o rinvii a giudizio, o, peggio, già da qualche condanna magari anche non definitiva, mi comincia a rodere qualcosa dentro, se queste persone occupano scranni altolocati e magari mi rappresentano - anche quando da me non direttamente voluti - nelle sedi istituzionali. Io ho bisogno di guardare attraverso i miei rappresentanti e quando un velo viene calato a coprire la mia visuale, sento come un senso di claustrofobia che mi toglie l'aria.

Il caso in questione ci racconta di un'inchiesta cagliaritana che procede secondo una normale logica processuale, che si deve rispettare anche nella sua lentezza, perché il giudice lavora con gli strumenti - pochi - che la comunità mette a sua disposizione. E anche con la prudenza che credo non metta in discussione il principio della parità dei cittadini dinnanzi alla legge, se è usata quando sono in gioco importanti assetti istituzionali e entrano quindi in gioco valori che trascendono la persona inquisita.

Quindi ci troviamo di fronte a persone che sono purtroppo chiamate e rispondere a tutti noi, per il tramite del giudice, di fatti e comportamenti che meritano di essere approfonditi, e sono rivolti a persone che impattano - non so se tutte - per la prima volta in una vicenda di questo tipo.

Io non conosco direttamente gli atti e sono frastornato da rumori e chiacchiericci che fanno immaginare scontri tra interessi contrapposti, e si capisce, e tante quinte e siparietti che si aprono e si chiudono in un gioco poco comprensibile di rimpalli e rimbalzi.

Chi denuncia è indagato, chi è denunciato denuncia, chi si presenta al giudice, chi aspetta. E la stampa che attacca o stacca, che intinge il boccone, perché evidentemente può scagliare la prima pietra e anche la seconda (perché non è senza peccato); chi racconta quello che può, chi camuffa, chi si slancia in minuetti e gavotte tutte pizzi e merletti. E qualche gruppo politico con le ali d'angelo non vede la trave in casa propria, per aizzarsi solo per il granello di sabbia in casa altrui.

Il presidente che si è recato dai giudici ha compiuto un atto giusto e responsabile. Ha riconosciuto l'autorità di chi lo inquisisce e ha rappresentato la sua verità e le sue ragioni. Comportamento serio e all'altezza della responsabilità istituzionale da parte di chi in tal modo riconosce la pluralità dei poteri in uno stato democratico e la loro portata costituzionale. E accetta l'equilibrio indispensabile e insostituibile che come tale viene rispettato.

Quindi la cosa giusta, che si accompagna al diritto di rappresentare anche pubblicamente il proprio punto di vista sulle questioni, cosa che per un rappresentante delle istituzioni costituisce anche un dovere, laddove la propria difesa è anche difesa delle istituzioni, che sono inevitabilmente coinvolte.

Se pensiamo a giudici comprati, a giudici ripetutamente ripudiati e delegittimati da inquisiti illustri e ricoprenti altissime responsabilità istituzionali, a leggi ad personam con alto potenziale autoassolutorio, a giudici persino insultati per aver fatto il proprio dovere, allora per fortuna qui è un'altra cosa.

In questi giorni la formazione delle liste nel Partito Democratico si sviluppa sulla base di alcune parole d'ordine che si possono sintetizzare con rinnovamento dei quadri e specchiata onestà dei candidati al di là di ogni dubbio, per arrivare alla composizione di un Parlamento che non sia rifugio di indagati o condannati in cerca di impunità. Con la destra in affanno a rincorrere, salvo rassicurare sull'impunità agli inquisiti… per delitti politici: probabilmente anche corruzione, concussione, falso in bilancio, peculato, sono rubricati in quella categoria, molto romantica.

I fatti personali non devono e non possono mai coinvolgere le istituzioni. Allora dalle vicende cagliaritane nascono dei problemi che vanno risolti, perché tutti abbiamo diritto di guardare oltre quel velo.

Intanto quando si toccano i livelli istituzionali la celerità del chiarimento è attesa dalla comunità colpita. Essa deve avvenire prima di tutto sul fronte del procedimento giudiziario e può essere anche favorita da altri gesti autonomi che aiutino a separare le istituzioni dalla responsabilità delle persone. Destinare ad altre funzioni persone coinvolte può allentare la tensione e aiutare la chiarezza.

Non penso affatto a sconvolgimenti traumatici sul piano istituzionale, almeno a questo livello delle indagini, perché ciò urterebbe contro il principio della presunzione di innocenza, che è cosa seria e non frase fatta. E se la soluzione traumatica dovesse essere sempre la conseguenza di un'indagine, potrebbe anche caricarsi sul giudice una responsabilità di troppo, se sapesse che il solo intraprenderla avrebbe di per sé effetti così dirompenti sulla istituzioni. O magari potrebbe anche incoraggiare tentazioni di qualche giudice non eccessivamente rispettoso delle proprie delicate funzioni.

Diverso discorso - mi pare - dovrebbe farsi dopo un rinvio a giudizio, che avviene già con il vaglio di un giudice terzo. Perciò noi cittadini chiediamo di non essere lasciati troppo tempo soli in mezzo al guado e che ci si aiuti a capire.


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