sabato 23 febbraio 2008
di Giorgio Melis
«Nessun avviso di garanzia è stato notificato al presidente della Regione», precisano i difensori di Renato Soru replicando a notizie e soprattutto a titoloni in prima pagina sparati sui giornali sardi di ieri. «In realtà - spiegano i legali - Soru ha semplicemente ricevuto la comunicazione di un mero atto istruttorio relativo a procedimento penale già in corso e già noto». Una precisazione del tutto pleonastica per il nostro giornale, che ha riportato nei suoi esatti termini la notizia, ma che è indispensabile fare a fronte del polverone finto garantista ma in realtà forcaiolo che si sta scatenando su Soru da parte del centrodestra e di altri.
Qual era la notizia e come è stata rappresentata anche nei titoli dal nostro giornale? Notizia vuole dire appunto novità, fatto non conosciuto. Qual era? Che erano stati indagati il top manager della multinazionale Saatchi&Saatchi Fabrizio Caprara (oltre all'ex presidente, morto un anno fa), i fratelli Sergio e Marco Benoni e Alessando Langiu. Seconda notizia (obbligava a ufficializzare la prima) è che il pm Mario Marchetti ha fissato per il 3 marzo l'intervento di un consulente informatico per la copia dei dati presenti sui computer di Fulvio Dettori, Michela Melis, i fratelli Benoni e Langiu.
Per Renato Soru, Dettori e gli altri da tempo indagati, niente di nuovo: come da noi precisato nel titolo. Sempre che non esistano elementi probatori, testimonianze o altro ancora riservato e che la “lettura” dei computer acquisiti non produca altri elementi a loro carico. Non per fare i primi della classe ma semplicemente per confermare che ci sono altre professionalità e deontologie militanti, aggiungeremo che la notizia corretta è stata proposta anche dall'Agenzia Italia con un lancio di esemplare serietà e corrispondenza ai fatti quale un giornalismo di minimo livello impone.
Se la serietà e il garantismo valgono per tutti, non dovrebbe esserne escluso solo Soru: o no? Sul quale abbiamo scritto con tutto il rigore necessario anche ieri: casualmente abbiamo svelato da soli l'affaire del logo della Regione, ripreso poi dagli altri organi di informazione, e che è servito come base alla Procura per un troncone della sua inchiesta. Vediamo come è stata proposta la notizia da L'Unione Sarda in prima pagina (il titolo fa premio su tutto, anche su articoli corretti): “Avvisati Soru e altri dieci”. Dov'è la notizia? L'avviso gli era stato consegnato di persona a fine novembre, quando si era presentato a palazzo di giustizia e Marchetti glielo aveva dovuto notificare per poterlo interrogare quasi dieci ore. Notizia data e stradata, col giusto rilievo.
Com'è che non figura la novità, ovvero i nuovi indagati e l'atto quasi burocratico che ha imposto di renderne noto il coinvolgimento nell'inchiesta? Perché bisognava concentrare tutto su Soru. A proposito del quale il giornale presunto meno avverso, La Nuova Sardegna, si produce (sempre in prima e titolo a tutta pagina) in un exploit sorprendente: “Saatchi, nuovo avviso per Soru”. Un falso clamoroso. L'avviso resta quello vecchio, non ce n'è di nuovi se non per i quattro indagati di cui si ignorava il ruolo. C'è la conferma nel documento, che tutti avevano.
Marchetti ha inviato, con titolo bello visibile tutto in maiuscolo, un “Avviso di accertamenti tecnici irripetibili”, senza alcun altro riferimento che potesse indurre in equivoco. Col quale il magistrato «avvisa gli indagati e i loro difensori» (e giù l'elenco completo degli uni e degli altri) «che per il conferimento dell'incarico e per la precisazione dei quesiti è fissato il giorno 3 marzo alle ore 12 in Cagliari Procura della Repubblica. Gli indagati e la persona offesa hanno facoltà […] di nominare i propri consulenti tecnici, i quali hanno diritto di prsenziare al conferimento dell'incarico e di proporre osservazioni sulla formulazione dei questi». Punto e basta. Un adempimento nei termini imposti dal codice di procedura penale.
Allora non c'è nuovo avviso a Soru ma solo ai quattro altri indagati. Si può spacciare e gridare di un nuovo avviso di garanzia, riciclando quello vecchio come una pistola automatica, premendo il grilletto a ogni adempimento formale? Quanti diventano e diventeranno così gli avvisi? Dieci, venti pur essendo e restando solo uno, già giustamente pubblicato con la dovuta evidenza? È il garantismo, baby. Di un'informazione che specie nei titoli vuole impiccare Soru. Lo si può fare, ma senza falsificare i dati, riciclando come nuove notizie stravecchie e stranote.
C'è una logica premeditata in questa scelta che non è follia ma lucidissima determinazione. Soru è sotto inchiesta e sarà la magistratura a chiederne eventualmente il rinvio a giudizio e poi il Gup, dopo un vero e proprio processo che come tutti gli altri durerà come minimo 12-18 mesi per arrivare a conclusione. Ma nel frattempo, incombendo le elezioni politiche ed essendo alle viste quelle regionali, bisogna martellare ogni giorno Soru in modo che risulti colpevole e condannato prima, ma molto prima che la magistratura proceda a richieste e arrivi a una decisione. Un gioco vecchio come il mondo.
Come tutti, personalmente sono convinto che abbia sollecitato indebitamente, da censurare, perché l'appalto andasse alla Saatchi&:Saatchi. È la prima multinazionale del settore, con clienti tra le maggiori imprese ed organizzazioni a livello internazionale: non certo una baracchetta di amici. Soru la voleva perché in passato ne aveva chiesto e pagato i servizi per Tiscali: da tycoon che vuole scegliere quel che crede il meglio, ha voluto anche che operasse per la Regione. Prepotenza innocente? Questo è il punto sul quale Marchetti dovrà esprimersi in prima istanza, il Gup fra parecchio tempo.
Ci sono precisi sospetti e indizi non irrilevanti che possa esserci dell'altro. In particolare, il pre-affidamento da parte di Saatchi&Saatchi di una quota del 30 per cento delle commesse: un subappalto diffuso in ogni campo. Il punto è che la multinazionale ha scelto (casualmente?) la Sardinia Media Factory, dei fratelli Benoni e di Langiu, legati da lungo tempo a Tiscali e Soru per collaborazioni pregresse. Il tutto denunciato a Marchetti e in varie conferenze-stampa da Mauro Pili e che il magistrato intende giustamente vagliare fino in fondo: cercando eventuali elementi probanti di una combine nella memoria dei computer degli interessati e in quelli di Dettori e Michela Melis.
Ci sono anche gli altri due tronconi dell'inchiesta: l'appalto “Sardegna fatti bella”, da un milione di euro andato a Saatchi&Saatchi senza appalto. Come detto in altri articoli, non sarebbe stato necessario, secondo il parere anche di Michela Melis riversato all'Unione Europea che aveva sollevato obiezioni. La multinazionale aveva avuto circa 100 mila euro per ideare la campagna, il resto della somma era stato manovrato dagli uffici regionali per comprare il materiale e gli spazi pubblicitari in Sardegna (ma Marchetti pare non condividere questa ricostruzione assolutoria).
C'è infine il caso del logo regionale affidato (25 mila euro) alla Pentagram, un'altra multinazionale che aveva disegnato anche il marchio di Tiscali. In partenza, sembra il caso meno controverso, quasi incontrovertibile. Dopo aver costruito il servizio proposto per primi e da soli, un ex alto magistrato aveva valutato dall'esterno che, a meno non ci fossero altri elementi, quelli riprodotti rendevano quasi superflua l'inchiesta. A suo avviso, Fulvio Dettori aveva costruito una condanna perfetta, si era totalmente auto-incastrato con decisioni scritte e atti illegittimi tanto maldestri quanto arroganti, o maldestri proprio perché scaturiti da un'arroganza insipiente e certa dell'impunità.
Il discorso su Dettori introduce definitivamente quello su Soru. Nessuno pensa che il direttore generale, formalmente inadeguato e talmente pasticcione da aver quasi provocato il disastro con atti sconsiderati, abbia agito in conto proprio. Tutti sono certi che ha voluto mettere il carro davanti ai buoi indicati dal “padrone”. A questo punto si pone per Marchetti e poi per il Gup un quesito grande. O ci sono elementi probatori che indicano anche una responsabilità materiale, in acta o per testimonianze, da parte del presidente, oppure si dovrà decidere se la sua responsabilità morale ne configuri anche una oggettiva, di profilo giudiziario.
Sarà un tema intrigante da seguire. Ci sono varie possibilità e nessuna conclusiva. Soru poteva imporre a Dettori un comportamento illecito usando pressioni non resistibili? Non è proprio il caso. Stiamo parlando della figura apicale della burocrazia, un uomo di vasta e controversa esperienza giuridico-amministrativa: è stato per vari anni presidente del vecchio Coreco, un ruolo importante nel Comune di Alghero, impegnato da sempre in politica. Quindi persona informatissima dei fatti e delle conseguenze dei suoi atti. Intimidibile? E come, ha un contratto blindato, può mandare a quel paese Soru o chiunque, anzi denunciandolo se gli avesse chiesto comportamenti illegittimi che lui non volesse seguire. Non un precario o un usciere minacciabile, magari mobbizzato da un non resistibile presidente.
Se gli atti giudiziari confermeranno che i suoi atti erano consapevolmente scorretti, rischia di doversi assumere l'intera responsabilità materiale. Naturalmente tutti avranno (abbiamo) titolo per ritenere che abbia agito per compiacere Soru. Ma accettando liberamente o per opportunismo di fare la sua parte sconveniente: avrebbe potuto ricusare senza dover pagare alcun prezzo. Invece è andato avanti con i cingoli, movendosi come il classico elefante nella cristalleria. Su Soru graverebbe, come già grava, la responsabilità morale per l'agire del collaboratore troppo compiacente, zelante e maldestro. Può tradursi in responsabilità concreta, penalmente rilevante?
Tutto il caso ruota attorno a questo punto. Se ci siano o meno, magari ancora da far emergere, elementi concreti che possano motivare una richiesta di rinvio a giudizio (dovrà poi passare al vaglio del Gup) contro il presidente. Se ci sono o saranno individuati nella fase finale dell'inchiesta, Marchetti chiederà il rinvio a giudizio anche per Soru. Che nessuno tuttavia potrà accusare realisticamente di aver plagiato, intimidito o altro il suo direttore generale: personaggio fin troppo sanguigno, vittima di una sicumera che lo ha portato alla sbaraglio, oltre le responsabilità da accertare in sede giudiziaria. Solo lui potrebbe accusare Soru di avergli suggerito comportamenti scorretti. Ma avendoli accettati potendo facilmente rifiutare senza rischi, passerebbe per utile idiota, servo sciocco e incapace. Come Gianluigi Gessa, chiedendone le immediate e già tardive dimissioni, lo aveva apostrofato anche pesantemente un anno fa.
Resta da aggiungere che per fortuna o per una congiunzione favorevole, l'affaire non ha provocato danni alle casse regionali e il presunto sostegno alla Saatchi&Saatchi è rimasto nell'ambito dei progetti intenzionali: e frustrati. Perché, per fortuna della Regione, la coraggiosa Michela Melis aveva annullato la gara e l'assegnazione alla multinazionale. Col colpo di scena successivo del Tar che ha annullato l'annullamento, dichiarando la gara valida e attribuendo la vittoria alla concorrente di Saatchi, la Meet communications, che sta curando la campagna. Non c'è dunque un danno erariale e tutto sembra sanato. Benché alcuni siano abbastanza sconcertati dal giudizio del Tar che ha validato una gara sulla quale grava un'inchiesta giudiziaria con profili penali già venuti alla luce.
Nelle pieghe del diritto - amministrativo, contabile e penale - si intrecciano decisioni che ai profani sembrano singolari. Per alcuni, il Tar avrebbe dovuto prendere tempo, essendo stata la gara nel frattempo azzerata dalla stessa Regione. Se l'inchiesta di Marchetti facesse risultare comportamenti concretamente illegittimi, la sanatoria amministrativa del Tar basterebbe a non invalidare comunque la gara? Una domanda che nessuno ha posto, benché meriti una qualche spiegazione, anche di profilo giuridico per i non addetti ai lavori.
Fin qui i profili al momento tracciabili dell'affaire: aspettando doverosamente e rispettosamente le conclusioni giudiziarie. C'è l'altro discorso: il garantismo di cui è sommerso Soru. Tutti a dire che non si può condannare una persona al momento solo indagata. L'ipocrita premessa per poi dire che la situazione è gravissima sul piano della legalità. Tale da richiedere le dimissioni di Soru (Piergiorgio Massidda, Forza Italia), perché la vicenda costituisce «uno scandalo nazionale che lede oltremodo l'immagine della Sardegna»,… «una pagina vergognosa delle nostre istituzioni» (Silvestro Ladu, Fortza Paris), mentre per Paolo Maninchedda la vicenda «certifica l'inizio dell'agonia di questa legislatura», con richiesta di urne subito. Più altre varie reazioni. Tutte legittime. Però, se «un avviso di garanzia non è una sentenza», se ne pronuncia - senza aspettare neanche un'anteprima di quella della magistratura - una liquidatoria sul piano morale, politico e della legalità?
Tutto è permesso, contro Soru? Ad alcuni. Ai quali bisogna rispondere con gli argomenti e i fatti documentati che usiamo da 15 anni almeno. Vediamo qualche chicca. Cominciando dal garantista Massidda. Sabato scorso alla Fiera (notizia Agi pubblicata anche sul nostro giornale) grande incontro di Massidda e Salvatore Cicu con i giovani forzisti. Sapete chi c'era, ben in vista nel parterre, a trasmettere come un'icona il senso del buon gusto, della legalità e trasparenza ai giovani azzurri? Spiace farne il nome per il rispetto, la stima e l'affetto che portiamo alla famiglia: Andrea Pirastu. L'ex assessore all'industria forzista, al centro con la compagna dell'enorme scandalo Fideuram, che ha coinvolto decine di personaggi anche di primissimo piano regionale e nazionale del Polo nel più vergognoso scandalo degli anni di malgoverno del Polo. Pirastu, in attesa di processo con molti altri imputati, più quelli (a partire dall'ex compagna Gabriella Ranno) che hanno patteggiato varie condanne, sarebbe la risposta “legale” di Forza Italia a Soru?
Della compagnia faceva parte anche Renzo Zirone, prima culo e mutanda con Sandro Balletto poi nemico, anche lui a processo. È in nome di questi personaggi che Massidda fa la predica a Soru? In nome dei Giuliano Guida, dell'ex presidente della Regione Italo Masala, dei tanti ex assessori, presidenti di enti e dirigenti del centrodestra e dei Riformatori (ricordate di Roberto Frongia, Asuni, quell'altro dell'Esit) e decine di altri personaggi inquisiti, processati o condannati? Sono questi gli accreditamenti morali di Forza Italia comandata a bacchetta per 15 anni dal plurinquisito, con mandati di cattura scansati, Romano Comincioli, compagno di banco di Berlusconi e suo braccio armato per gli affari immobiliari in Gallura?
Ci porterà come esempio Sandro Balletto, non solo per il massacro del Poetto, o l'ex sindaco di Quartu Galantuomo fresco rinviato a giudizio, e tanti personaggi simili? Passiamo a Silvestro Ladu. Soru fa scandalo? Non potrebbe mai toccare le vette della “vendita” di una legislatura. Come Ladu ha fatto. Con Pietrino Fois (quattro partiti in cinque anni), con un frusciare di 300 milioni che ora finalmente potrà essere provato e documentato. E con Pasquale Onida, che alle ultime elezioni a Oristano in 15 giorni è passato dal centrodestra al centrosinistra e ritorno. Ci darà lezioni di moralità, legalità e coerenza questo vociante Ladu che con i due compari, appena eletti nel Partito popolare, passarono con Efisio Serrenti al Polo in cambio di assessorati ed enti, tradendo non solo il partito ma anche gli elettori a urne ancora calde.
Lasciamo perdere Maninchedda, proviamo a fare qualche salto esterno. La destra sarda è forse estranea a quella nazionale che candiderà Marcello Dell'Utri condannato per reati comuni a due anni in via definitiva e a nove anni per mafia in primo grado? Non è la stessa che ogni costo vuole candidare a governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, il gemello del mitico Totò Cuffaro, cinque anni di carcere e cinquemila cannoli per festeggiare? Sentite, brava, gente (non torniamo sulla faccia di bronzo in ogni senso di Mauro Pili per carità di patria e famiglia), fate tutte le polemiche che volete. Ma non in nome della legalità, senza nominare i vostri sodali: ci scappa di chiamare i carabinieri.
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