giovedì 21 febbraio 2008
di Tito Boeri e Luigi Guiso (da lavoce.info)
Ci sono due novità in questa campagna elettorale. La prima è che sembra esserci un consenso quasi unanime sulla necessità di ridurre le imposte. Questa volta è il sindacato a promuovere il (no) tax-day, chiedendo di abbattere il prelievo su lavoratori dipendenti e pensionati. E molte più proposte elettorali che in passato comportano riduzioni di imposte piuttosto che incrementi di spesa pubblica. La seconda novità e che c'è anche chi combina la riduzione delle imposte con il controllo della spesa pubblica. Lo ha fatto, ad esempio, Walter Veltroni all'assemblea costituente del Partito democratico, dove ha preso l'impegno di tagliare la spesa pubblica di un punto di Pil nel primo biennio.
Riteniamo che ridurre la pressione fiscale sia una necessità per l'economia italiana. Ma è possibile farlo senza buttare via i risultati ottenuti negli ultimi due anni nel migliorare i conti pubblici e anzi consolidando definitivamente la politica di risanamento delle pubbliche finanze? E sono realistici gli impegni presi dai due maggiori schieramenti? Se non lo sono, è possibile renderli qualcosa di diverso dalle solite promesse elettorali?
La detassazione dei redditi deve essere significativa per influenzare i comportamenti di famiglie e imprese, stimolando l'offerta di lavoro e gli investimenti. Tagli minimali alle imposte non servono a nulla, se non a disorientare ulteriormente gli italiani, che si sentono raggirati ogni qualvolta ci sono ritocchi al sistema impositivo. Una riduzione significativa e sostenibile delle imposte deve però essere inquadrata all'interno di un programma economico che coniughi crescita e stabilizzazione fiscale.
La tassazione eccessiva e l'elevato debito pubblico causano bassi tassi di crescita. Ricondurre l'una e l'altro verso livelli “normali” contribuisce, come è accaduto in Irlanda, ad avviare una ripresa della crescita economica. Al tempo stesso, ridurre la pressione fiscale senza creare squilibri nella finanza pubblica obbliga a operare veri e propri tagli alla spesa per i quali è di norma difficile trovare il consenso. L'unico modo per coniugare una significativa riduzione della pressione fiscale con la stabilizzazione dei conti pubblici consiste nell'adottare un programma pluriennale che guardi in avanti, come si fece durante la virtuosa stagione della lotta all'inflazione e dell'entrata nell'unione monetaria, quando le parti sociali furono spinte a rendere compatibili le loro richieste con il raggiungimento di questo obiettivo.Ecco un esempio di come potrebbe essere strutturato un programma sostenibile di riduzione della pressione fiscale in Italia:
Una politica di questo tenore non solo è compatibile con il vincolo di bilancio dello Stato, ma stabilizza i conti pubblici. Ogni punto di crescita del Pil reale si traduce in un più basso rapporto spesa pubblica su Pil, imposte su Pil e debito sul Pil. Poniamo che il prodotto interno lordo reale cresca a un tasso dell'1,5 per cento per 5 anni - ipotesi in linea con le stime della crescita del nostro prodotto potenziale, coerente con l'andamento di lungo periodo della nostra economia. Ciò significa un aumento di 7,7 punti nell'arco di una legislatura. Congelando la spesa pubblica in termini reali ai livelli attuali si liberano risorse sufficienti per a) portare il bilancio in pareggio e b) al contempo finanziare una riduzione delle imposte di un punto e mezzo.
Se questo processo incentiva, come è ragionevole attendersi, un rafforzamento della crescita, la riduzione delle imposte può essere ancora più sostanziosa.
Ovviamente questa politica impone un vincolo stringente alla spesa pubblica di cui è necessario essere consci. Ma non è un vincolo irrealistico: lo dimostrano i primi dati sull'andamento della spesa nell'ultimo anno. Riallocazioni di spesa da un capitolo all'altro sarebbero non solo possibili, ma anche desiderabili. Come pure possibili sono rivisitazioni dei meccanismi di determinazione dei salari dei dipendenti pubblici (la grossa componente della spesa) in modo da premiare chi lavora di più e meglio.
È questo peraltro l'unico vero modo con cui il governo può favorire il miglioramento della contrattazione nel settore privato: deve dare il buon esempio nel legare salari a produttività nel settore pubblico. Eventuali aumenti salariali dei dipendenti pubblici in termini reali possono provenire solo da guadagni di efficienza e risparmi di spesa.
I sindacati che oggi chiedono di tagliare le tasse per tre quarti della popolazione italiana devono realisticamente prendere atto di questo vincolo. E sapere che con questo piano si creerà un forte gruppo di pressione (tutti i lavoratori che beneficiano delle riduzioni fiscali) per snellire l'apparato amministrativo e accrescerne finalmente l'efficienza.
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